Il Messia (1975)

Regia: Roberto Rossellini

Anno: 1975

Interpreti: Tina Aumont, Vittorio Caprioli, Carlos De Carvalho, Fausto Di Bella, Vernon Dobtcheff, Antonella Fasano, Jean Martin, Pier Maria Rossi, Toni Ucci, Mita Ungaro

Gesù è una figura centrale nella storia dell’umanità ed anche un punto di riferimento costante della poetica rosselliniana nel senso della presenza (più o meno diretta) del messaggio cristiano nell’intera parabola cinematografica del regista medesimo. L’autore s’impegna quindi a tradurre sullo schermo la vita e l’opera di Cristo attraverso il modello della biografia filmica, secondo i metodi già adottati dalla precedente esperienza televisiva. La scelta di un argomento così importante riguarda almeno tre grandi motivi: un bisogno artistico-culturale, un desiderio di chiarimento verso gli altri e soprattutto verso sé stesso, l’urgenza di esprimere una realtà carica di valenze religiose e spirituali. Mediante l’analisi del Vangelo e la messinscena di azioni, gesti, parole, Rossellini costruisce dunque la vita e l’opera di Gesù Cristo, concentrando lo sguardo sulla quotidianeità per meglio rappresentare, come sempre, la realtà nel suo farsi. Il Messia, che conduce al discorso esaustivo sui segni della cristianità e sulla religiosità rosselliniana, è qui un personaggio storico, fondatore di religione, uomo-Dio legato sia ai problemi teologici sia a quelli ideologico-politici. L’approccio al personaggio è del resto animato dalla consueta, autentica, impellente necessità di conoscere e di trasmettere conoscenza («C’è nel Vangelo tutto quello che noi uomini di ora ricerchiamo per altra strada») da parte del regista, che sembra immergersi totalmente nell’argomento col suo stile fattuale e il suo cinema fenomenologico.Infatti ciò che preme maggiormente al regista è la conoscenza dei risultati ottenuti da Gesù, o in altri termini il senso della sua esistenza, che la macchina da presa può visualizzare attraverso i Vangeli mediante la lezione rigorosissima degli stessi (non una reinterpretazione ma semplicemente una lettura attenta) proprio per non dimenticare mai il significato religioso della vita di Cristo. Spingendo quindi fino ai limiti estremi le intenzioni documentaristiche, Rossellini arriva a trattare l’argomento con scientifica oggettività e con risultati che si possono definire classici proprio per la compresenza simultanea di un’attenzione al fattore didascalico, di un azzeramento di formule accattivanti, di una ricchezza di fonti intellettuali, di un dialogo cerebrale con il cinespettatore. Per fare tutto questo Rossellini, con una filantropia puntigliosa, ortodossa, pragmatica depura i testi evangelici sia delle tradizioni letterario-figurative sia dei caratteri spettacolari, e concentra il percorso narrativo sulla nuda linearità di immagini e parole, illuminando i momenti chiave a livello esistenziale di Gesù Cristo attraverso un’attenzione quasi cronachista alla realtà quotidiana. Da qui deriva anche l’assoluta mancanza di forzature drammatiche o di aggiunte virtuosistiche nel susseguirsi quasi naturale delle sequenze a loro volta dimensionate come illustrazioni popolari del testo sacro che aumentano la bellezza del film proprio perché ne accentuano positivamente il carattere illustrativo e popolare. La lezione eccezionale e sconvolgente del Messia sviluppata mediante la biografia, gli insegnamenti, le prediche, viene messa in scena senza che appaia come tale o quale pretesto intellettualistico. Infatti Rossellini, alla stregua dell’esperienza televisiva, del personaggio e del contesto registra i fatti per lo più ordinari, mentre i dialoghi non solo vengono presi alla lettera ossia con le parole inalterate dei Vangeli) ma di proposito svuotate dall’ingombrante sacralità, per essere restituite quasi impercettibilmente lungo le frasi della giornata (lavoro, spostamenti, pasti, riposo).

L’accentuazione della vita normale di Gesù toglie al racconto filmico i segni implicanti la sovranaturalità della figura del protagonista, privandolo così della connotazione divina e rendendolo un personaggio normale in mezzo a tutti gli altri (tranne il ruolo di Maria, che nel presentarsi sempre in età giovanile assolve ad una funzione di simbolo e di metastoria). È comunque dalla dialettica tra le immagini e il sapere dello spettatore che sgorga la rivoluzionaria eccezionalità del Messia, che significa anche genuinità e naturalezza della visione della realtà in quello che può considerarsi il testamento spirituale dell’autore stesso. Partendo da ogni componente del film per porre in rilievo l’insegnamento evangelico come materiale di conforto e di riflessione, Rossellini giunge infine ad una parola non aggressiva, ma sapiente, ovvero proposta alla libera opzione e al democratico giudizio del fruitore medesimo: il regista, oltre a ridurne la carica impositiva, cogliendo ad esempio Gesù che predica mentre lavora, fa comunicare il messaggio anche dagli altri: il Cristo avvia le parole del regno, ma a continuarle sono Maria o Pietro nella felice rivalutazione della tradizione orale comunitaria che è all’origine dei Vangeli stessi.

[Scheda tratta da Guido Michelone, «Invito al cinema di Rossellini», ed. Mursia.]

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