Federico Caffè. Diritto ed economia: un difficile ma pur necessario incontro

di

Federico Caffè

Federico Caffè (1914-1987)

I. La possibilità offerta anche a coloro che si interessano di discipline non giuridiche di rendere omaggio a Giuseppe Ferri va considerata con riconoscenza: soprattutto da parte di chi, come l’autore di queste note, ha motivi personali di essere grato a Giuseppe Ferri, oltre a quelli che sono a lui dovuti come Maestro in senso assoluto in un mondo universitario di cui è divenuto abusivamente consueto mettere in evidenza soltanto le ombre e non le vivide luci, che pure esistono.
A questo riconoscimento si aggiunge la consapevolezza che, a incontri come questo, non si addicono le notazioni polemiche. Ma il latino che spesso affiora negli interventi dei Colleghi giuristi non ci ricorda, quando necessario, che occorre privilegiare la verità rispetto all’amicizia? Posto che si sia voluto dare un tema unitario alla raccolta di saggi, era proprio necessario circoscriverlo alle « nuove normative » e darne una esemplificazione che, per mutuare l’altrui linguaggio, mi sembra di dover considerare esemplificativa e non tassativa? Se il tema fosse stato limitato alla crisi dell’impresa o se, con maggiore problematicità; ci si fosse interrogati sulla stessa esistenza di una crisi dell’impresa, l’economista, di certo, si sarebbe trovato maggiormente a suo agio. Parlo, ovviamente, dell’economista generico; non degli specialisti in tema di economia dell’impresa o di processi di riconversione e ristrutturazione, o di coloro che sono stati in grado di far esperienza mediante presidenze o consiglierati d’amministrazione.
All’economista generico interessa stabilire una comunicazione con Colleghi giuristi che consenta di esaminare congiuntamente non tanto « le nuove normative » dell’impresa in crisi; ma la misura in cui la crisi trovi fondamento in vecchie e ancora vigenti normative che presuppongono un’impresa e, più in generale, un mondo economico di tipo ottocentesco, estremamente remoto dalla realtà attuale. L’impresa in crisi, va, a mio avviso, considerata a monte: cioè nelle ragioni che rendono inevitabile la crisi, in esse rientrando anche le normative giuridiche. L’aggiunta di nuove normative non può risultare costruttiva` senza l’eliminazione dì quelle vecchie che abbiano ormai un carattere anacronistico o obsoleto.

2. In un’epoca abbastanza remota, su una rivista giuridica, un grande economista, portato a interessarsi attivamente dei problemi di politica pratica, formulava il seguente precetto: (La via giusta per uscire dalla crisi resta quella di) « lasciare fallire coloro che non sono in grado di vivere. Le crisi industriali si sono sempre vinte in questa maniera: ed ancora non se ne è inventata un’altra »[1] . E’ un precetto nel quale sicuramente molti, ancora oggi, individuano l’essenza stessa della razionalità associata alla saggezza. Ed ecco, allora, che il massiccio intervento finanziario del governo americano, verso la metà del 1980, in favore della Chrysler, sull’orlo del fallimento, non appare agevolmente inquadrabile in una logica secondo la quale chi rischia ne risponde in proprio. Gli stessi problemi, dei quali si è così vivacemente discusso nel nostro Paese, della parificazione
giuridica dell’attività bancaria pubblica e privata vengono esaminati con uno spirito che è più prossimo alla « saggezza » einaudiana del 1911 che all’empirismo cui spesso la politica economica deve adattarsi per essere tempestiva ed efficace. Se parificazione vi ha da essere (sì è detto), per tutti vi ha da essere l’identica via da percorrere, ove « non si sia in grado di vivere »: fallimento, bancarotta fraudolenta e così via. Ma la sola prospettiva delle catoniane forme repressive non ha fatto che rendere più intricate, indirette, complicate al limite dell’assurdo le forme in cui nuove erogazioni di denaro pubblico vengono disposte. Né ciò costituirà una valida salvaguardia contro la possibilità di nuovi errori o abusi; che è agevole rilevare ex post, in fase di congiuntura sfavorevole, mentre trovano la sanatoria di fatto del successo in fase di congiuntura alta. In verità, credo che valga per i giuristi, come per gli economisti, l’osservazione di A. P. Samuelson, secondo il quale (l’uomo contemporaneo) « è un miscuglio di convincimenti che traggono origine da fonti diverse e contrastanti. Fortunatamente, la sua vita è così articolata da consentirgli di assumere le sue varie parti con una tollerabile dose di ambiguità in ognuna di esse ». Vi è, in altri termini, una regolamentazione istituzionale della vita delle imprese che presenta notevoli caratteristiche di ambiguità nei confronti del loro operare effettivo. Talvolta prevale il disinteresse di fronte a fatti che cadono sotto l’osservazione comune. Il gioco delle scatole cinesi in forza del quale la proprietà azionaria di imprese societarie finisce per essere controllata da non identificabili fiduciarie estere è fatto ben noto. Non dubito che esistano norme in conseguenza delle quali, ad un certo punto, non si possa intervenire. Ma si tratta di una regolamentazione che potrebbe essere modificata, soltanto che i giuristi si associassero alla critiche che, da tempo e inutilmente alcuni economisti hanno avanzato nei confronti di queste forme di mascheramento legalizzato. Altre volte, il giurista si entusiasma della propria fantasia creatrice e idealizza il fenomeno di « autogenesi » per effetto del quale (nel settore italiano delle partecipazioni statali), creando nuove società azionarie, o cedendone, o assorbendone, si è perpetuata l’inveterata tradizione di «privatizzare i profitti e collettivizzare le perdite ». Anche in tal caso, alcuni economisti non hanno mancato di far rilevare da tempo, ma senza trovare ascolto, che l’affermata « autogenesi » delle società azionarie, per sua natura, poteva bensì essere fonte di snellezza operativa, ma anche di manipolazioni spregiudicate. E’ in un lontano scritto di un economista che si trova l’individuazione della corrispondenza tra l’aumento del fondo di dotazione concesso a un importante Ente di gestione e la « scalata » compiuta dall’Ente stesso nei confronti di una grande impresa chimica. I giuristi, apparentemente, non ci trovavano niente da ridire: anche se alcuni di essi erano consiglieri di amministrazione della società oggetto di scalata.

3. – E’ per il complesso di atteggiamenti del genere, esemplificati soltanto in via del tutto parziale, che l’incontro intellettuale tra giurista ed economista mi sembra realmente difficile. Che l’incontro sia difficile non significa, tuttavia, che non debba avvenire. E’ in vista di questo desiderabile incontro che, in altra sede, ho cercato di sottolineare l’interesse di indagini americane sulla costosità sociale del fallimento, dal quale è ingenuo attendersi, nel mondo in cui viviamo, un qualsiasi processo dì selezione miglioratrice: rispondente a una logica darwiniana di tipo, appunto, ottocentesco [2]. Ciò che qui mi propongo di delineare è come la « crisi della impresa » vada considerata in un contesto più attuale di capitalismo manageriale, nella misura in cui sia possibile descriverne gli aspetti salienti, malgrado il persistere di profonde lacune conoscitive circa il suo concreto modo di operare. Una prima generalizzazione che può desumersi dalla larga mole di studi sul capitalismo manageriale è che la tendenza alla coesistenza di imprese giganti con un rilevante numero di imprese minori (con elevati tassi di nascita e di morte) continuerà a sussistere, ma con una crescente tendenza alla concentrazione nella fascia delle imprese giganti [3]. Il rilievo sembra importante, in vista dell’oscillante clima di opinione prevalente nel nostro Paese e che porta, di volta in volta, a prospettare in termini « rugiadosi » l’apporto delle imprese minori e a considerare le imprese giganti (pubbliche e/o private) come fonti di parassitismo e di inefficienza. Mentre, altre volte, è la forza trainante e innovativa della grande industria ad essere considerata come essenziale per uno sviluppo che non voglia ripetere, sul piano economico, l’assetto « zoppo » che già si riscontra nella struttura politico istituzionale. La legislazione riflette di frequente punti di vista ispirati a simili stati d’animo, più che a un esame documentato della realtà contemporanea. Una seconda interessante indicazione, che emerge dagli studi sul capitalismo manageriale, riguarda l’opportunità di spostare l’angolo visuale sui modi in cui l’impresa vive e si sviluppa: in quanto spesso un processo di fusione, apparentemente vantaggioso, costituisce solo un modo per evitare un declino della crescita. Numerose evidenze attestano che, nel conflitto tra azionisti e dirigenti, sono generalmente questi ultimi a prevalere. L’intervento sui modi di comportamento dell’impresa, considerata in un’ottica che tenga conto del suo ciclo vitale [4], appare quindi più coerente e valido di un’attenzione alquanto necroforica, riferita ai modi di cessazione o liquidazione dell’impresa. Vi sono aspetti, in apparenza paradossali, del capitalismo manageriale che sembrano sfuggire all’apprezzamento di chi conserva una concezione che oggi non può non apparire come « romantica» [5] dell’attività d’impresa. Da un lato, i differenti ritmi di sviluppo sperimentati nei più recenti decenni da alcune importanti economie (ad esempio, la rapida crescita del Giappone, rispetto alla lenta crescita degli Stati Uniti d’America) vanno collegati non al prevalere, nel paese con più intenso ritmo di crescita, di condizioni concorrenziali, ma all’esistenza di imperfezioni che operano proprio nella sfera della condotta imprenditoriale. Così, « la pressione sociologica avversa al gonfiamento dei profitti e favorevole invece all’ampliamento aziendale, gli impedimenti sociali alla mobilità interaziendale dei dirigenti di alto livello, le notevoli imperfezioni sul mercato dei capitali concorrono, congiuntamente, ad accrescere, anziché indebolire, il ritmo di sviluppo di una economia [6]» . Dall’altro lato, l’introduzione, nel processo d’investimento, di complessi e articolati metodi di finanziamento rende il sistema economico intrinsecamente instabile. Come afferma l’economista americano Hyman P. Minsky, che continua a sottolineare con particolare vigore e insistenza questa tesi anche nel nostro Paese in cui è stato lungamente ospite, « la stabilità, o la tranquillità, in un mondo con un passato ciclico e con istituzioni finanziarie capitalistiche, è destabilizzante [7]». In termini precettivi, la sua concezione conduce alla necessità di stringenti forme di regolamentazione dei modi in cui le imprese provvedono alle esigenze di finanziamento degli investimenti. Pertanto, l’indignazione con cui alcuni cultori di diritto del lavoro sembrano reagire ai « vincoli » che limitano la libertà di azione dell’imprenditore [8]; al pari dell’enfasi che viene posta sull’incremento del capitale di rischio delle imprese, come condizione di una loro più equilibrata struttura finanziaria, non denotano una chiara consapevolezza delle caratteristiche odierne del capitalismo maturo. « Nel complesso, i madornali errori dei banchieri, degli imprenditori, delle autorità. di governo in quanto garanti (delle iniziative imprenditoriali) trovano sostegno in ingenti disavanzi pubblici che concorrono a rendere possibili profitti che convalidano gli investimenti complessivi del passato, sia pure a costo dell’inflazione e di tecniche imprenditoriali inefficienti. L’inefficienza delle tecniche prescelte si riflette nella disoccupazione che accompagna l’inflazione: la ” stagflazione ” è un sintomo di un sottostante insieme inefficiente di attività finanziarie » [9].
E’ questa complessità di un capitalismo dotato di istituzioni finanziarie articolate e, in definitiva, destabilizzanti che sembra estremamente remota nelle indagini correnti nel nostro paese sulla « crisi» della impresa, in cui tutto sembra ridursi a problemi di rapporti tra forza lavoro e imprenditori ed a pesanti interferenze di tipo sindacale.

4. Qualora venga dato il dovuto rilievo ai complessi metodi di finanziamento propri del capitalismo avanzato (incluso l’impiego interno di utili non distribuiti), il problema del costo per la collettività del mantenimento in vita di imprese « non redditizie » assume contorni più chiari. In primo luogo, le imprese che non si dimostrino in grado di vivere e la cui sopravvivenza sembri fonte di dissipazione possono dovere questa loro situazione alla politica di colossi finanziari che, a seconda delle loro convenienze, si avvalgono di unità imprenditoriali minori, in alcune fasi congiunturali, o fanno cadere su di esse il maggiore contraccolpo delle fasi congiunturalmente avverse. Gli addetti a queste imprese « frangiflutti », se vogliamo così designarle, lungi dal voler imporre indebiti gravami alla collettività, sono le vittime incolpevoli del disinteresse che la collettività stessa, o i rappresentanti politici che essa si sceglie, dimostrano per una politica industriale che, anziché svolgersi in un caotico spontaneismo, tenda a un programmato coordinamento delle decisioni. La dissipazione della ricchezza, in cui si traduce la corresponsione di retribuzioni cui non fa riscontro una produzione vendibile, non dovrebbe essere esaminata limitatamente al momento drammatico in cui gli operai rimangono attaccati ai posti di lavoro e difendono, in sostanza, il loro diritto alla sussistenza; ma andrebbe esaminata risalendo alle origini prime di iniziative frutto di uno spontaneismo privo di metodo e di ponderazione. In definitiva, se il mercato del lavoro assicurasse agevoli possibilità di ricambio tra una occupazione e l’altra, l’attaccamento spasmodico alle imprese in difficoltà (che è poi alla base di tutte le escogitazioni giuridiche per consentire alle imprese stesse di acquisire mezzi per pagare salari) non si verificherebbe. I lavoratori si sono assoggettati, nella recente esperienza italiana, a migrazioni bibliche e alla sopportazione di deprimenti soggiorni in città dormitorio, talché risulta del tutto infondata l’affermazione che la richiesta di un posto di lavoro rappresenti un modo per vivere alle spalle degli altri. Risponde non a una logica di assistenzialismo, ma a un principio di civiltà (e a una norma costituzionale) che lo Stato debba essere l’occupatore di ultima istanza. Se rinuncia a provvedervi per tempo, sarà costretto a farlo nel modo più irrazionale. Sull’onda dello spontaneismo travolgente si edificano falsi miracoli, non una solida base industriale gradatamente espansiva: conseguentemente, una efficace « tutela dei creditori » va ricercata in una programmazione consapevole delle esigenze di struttura e in azioni coerenti e tempestive nei confronti delle vicissitudini congiunturali. La pretesa « libertà ed autonomia » del sistema produttivo si è storicamente basata sul dramma umano della disoccupazione, questa va pertanto considerata come tale, non come un provvidenziale fattore di risanamento che risolve automaticamente problemi che, in realtà dipendono dalle nostre decisioni responsabili. Nel passaggio dai « miracoli economici » alle cosiddette « economie assistite » sono inclusi, naturalmente, molteplici errori: ma sarebbe ingenuo pensare che non vi abbiano parte gli assetti giuridici o le « lacune legislative ». E’ nel momento delle stravaganze speculative, della creazione di capacità produttive eccedenti, di incontrollate e laceranti lotte oligopolistiche in alcuni rami produttivi che va esercitata la tutela per evitare la dissipazione delle risorse e la spoliazione dei creditori risparmiatori; levare lamenti perché la difesa dei posti di lavoro avviene nell’ambito della impresa è una reazione tardiva e non convincente. Dove altro potrebbe avvenire questa difesa, quanto meno per sollecitare l’interessamento per la creazione di possibilità alternative? La critica dell’assistenzialismo non giustifica la pigra fiducia nel provvidenzialismo.

5. In occasione della « grande crisi » del 1929, di cui di recente si è ricordato il cinquantennio con un insieme di saggi e volumi di notevole interesse, un acuto economista americano, Harold Hotelling, guidato dalla lucidità del suo ingegno e non da suggestioni keynesiane, poneva in evidenza in uno scritto divenuto a giusto titolo famoso [10] « il contrasto tra il sistema dei prezzi che risulta dal deciso attaccamento delle diverse imprese ai loro rispettivi profitti e il sistema dei prezzi preferibile per l’organismo economico nel suo complesso ». La critica era originata da un aumento delle tariffe ferroviarie, negli anni della depressione, aumento giustificato « in base al principio che gli interessi sulle obbligazioni devono essere pagati con i proventi di esercizio » e che pertanto le ferrovie « avevano titolo » a una maggiorazione delle tariffe, anche se l’ovvio risultato fu quello di una ulteriore contrazione del traffico. La conseguenza ultima che Hotelling traeva da una serrata catena di argomentazioni sottolineava la preferibilità di « gestire le ferrovie a vantaggio delle creature umane viventi, lasciando che gli uomini e gli investimenti del passato riposino in pace nei loro avelli [11]». Si tratta, purtroppo, di concezioni che non sembrano aver esercitato adeguata influenza nella direzione di un esame più sottile. anche nelle circostanze contemporanee, di affermate tutele giuridiche ben poco giovevoli, in date circostanze, all’« organismo economico nel suo complesso ».
D’altra parte, neanche a un personaggio ben più influente sul piano pratico, Walter Bagehot, era riuscito di influire sugli assetti giuridico istituzionali in modo da evitare gli eccessi speculativi originati dal fatto, come egli scriveva, che « in determinati momenti, un gran numero di stupide persone dispone di una grande quantità di stupido danaro alla ricerca di chi lo divori »; con la conseguente trasformazione dell’eccesso speculativo in panico e in crisi. Persino vicende di dimensioni cosmiche, come l’aumento rilevante dei prezzi dei prodotti petroliferi, si sono tradotte anche in un eccesso di « stupido danaro » alimentatore di eccessi speculativi. Sembrerebbe essere giunto il momento per affrontare i problemi alla radice e non all’atto in cui l’operaio, « pretendendo» la sopravvivenza dell’impresa, « vuol vivere alle spalle degli altri »: come continua a ripetersi dalla prevalente saggezza convenzionale.

6. Il difficile incontro intellettuale tra giuristi ed economisti può sorgere dalla constatazione di due sconfitte. Come l’ingegnosità giuridica non è ancora riuscita ad imbrigliare la complessità destabilizzante delle strutture finanziarie del capitalismo maturo (che, anzi, sono spesso favorite in ossequio alla salvaguardia dei diritti propri di tipo paleocapitalistico); così l’armamentario tecnico matematico econometrico degli economisti non riesce ad impedire che sia necessario ancora ricorrere alla irrazionale distruzione dei raccolti agricoli all’ingombrante accumulo di scorte invendute dei prodotti stessi, pur se nel mondo centinaia di migliaia di vite umane muoiano per inedia. La consapevolezza di queste incapacità potrebbe essere salutare nel suggerire agli uni e agli altri di sfuggire alle pervicaci insidie della saggezza convenzionale. Proprio sotto i nostri occhi, se da un lato si assiste al riemergere del mito risolutore della « economia autonoma e libera »; dall’altro, si è giunti ad affermare che « la proprietà statale ha più successo nel produrre tirannia che nel produrre beni ». L’indagine dei mezzi idonei a salvaguardare l’impresa in crisi è resa ardua proprio per il fatto di svolgersi in un clima di arretramenti intellettuali, in cui l’appello alle vecchie certezze non è che un modo per esorcizzare l’incapacità di affrontare le odierne complesse realtà. Ma se un suggerimento può essere dato in tanta incertezza, lo ravviserei ancora nell’invito ad occuparsi «delle creature umane viventi, lasciando che gli uomini e gli investimenti del passato riposino in pace nei loro avelli ».

* In “Problemi attuali dell’impresa in crisi, studi in onore di Giuseppe Ferri”, Cedam, Padova, 1983.
Note
1. Cfr. L. Einaudi, in Riv. soc. comm., agosto 1911, p. 119.
2. Cfr. F. Caffè’, Appunti sull’economia contemporanea: il ritorno agli studi sulle crisi finanziarie, in Moneta e credito, 1979, p. 448.
3. Cfr. R. Marris e D.C. Mueller, The Corporation, Competition and the. Invisible Hand, in Journal of Economic Literature, marzo 1980, p. 4.
4. Cf r. R. Marris e D. C. Mueller, Op.cit., p. 44.
5. L’espressione è usata nel significato con il quale un nostro acuto economista, Alberto Bertolino, qualificava come « romanticismo economico » alcune concezioni einaudiane che, prospettando come ideali configurazioni agricole-artigianali superate dagli avanzamenti tecnologici, risultavano estremamente remote dal capitalismo nella sua concretezza storica. E’ un equivoco che, in mutate circostanze, si ripete di frequente.
6. Cfr. R. Marris e D. C. Mueller, Op. cit., p. 46.
7. Cfr. H. P. Minsky, The Financial Instability Hypothesis: a Restatement, Roma, 1979
8. Cfr. L’impresa alla luce dell’attuale giurisprudenza e dottrina del lavoro, Accademia Nazionale
dei Lincei, Roma, 1974.
9. Cfr. H.P. Minsky, op. cit., p. 38.
10. Cfr. H. Hotelling: Il benessere generale in rapporto ai problemi della tassazione e delle tariffe ferroviarie e dei servizi pubblici (1938), in Saggi sulla moderna « economia del benessere », Torino, 1956, p. 29 ss.
11. Cfr. H. Hotelling, Op. cit., p. 72.

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