Roberto Rossellini. Blaise Pascal (1971)

pascalEra il maggio 1972, e in due puntate andò in onda la biografia del filosofo, scienziato e libero pensatore di una Francia che ancora ardeva streghe sul rogo, chiudeva l’abbazia di Port-Royal-des-Champs, a dieci chilometri da Versailles, con decreto di Luigi XIV e bruciava le Lettres Provinciales di Pascal perché Papa, Re e Vescovi fecero muro solidale contro il Giansenismo. Ma la Francia era pur sempre la nazione in grado di produrre le grandi rivoluzioni del mondo moderno e il pensiero dello scienziato/filosofo era lì, fra Rouen e Parigi, ad indicare la strada della ragione non dogmatica e della fede che ha senso e verità solo se illuminata dalla chiarezza della conoscenza.

Le biografie dei grandi, da Socrate ad Agostino, da Cartesio agli Apostoli e Cosimo de’ Medici, furono il progetto divulgativo di un regista che usò il cinema per parlare a uomini del presente, sempre più frastornati dalle accelerazioni esponenziali del ventesimo secolo, di uomini del passato dalle vite non facili, in alcuni casi drammaticamente segnate da persecuzione, malattia e morte.

Nominato commissario straordinario del Centro Sperimentale di Cinematografia, Rossellini aprì col grande pubblico una comunicazione fatta di ricerca fertile e contenuti alti, spesso unici, come il Blaise Pascal, figura di rado conosciuta al di là delle aule scolastiche o della comunità degli studiosi.

Ma perché Pascal?

“Con Pascal si arriva alla scienza nel momento della teologia, cioé di un mondo assolutamente perpendicolare- dice il regista– questo é il dramma con cui confrontarsi: il bagaglio delle vecchie idee e tutte le nuove idee che sopravvengono.Tutto questo crea enormi crisi, perché dobbiamo sempre riadattarci e capire. Pascal ha vissuto questa crisi come un uomo del suo tempo, illustre, straordinario, intelligentissimo uomo del suo tempo. E’ una scelta molto precisa”.

Utile integrazione al film, fra gli extra del DVD di recente edizione, é il back stage nelle sale secentesche di Palazzo Giustiniani Odescalchi a Bassano Romano, set per gli interni parigini.

Brevi incontri col regista, carrellate da cui risalta evidente la cura filologica del dettaglio e l’attenzione alla ricostruzione storica, tutto reca i segni di un metodo rigoroso nel costruire per immagini una memoria storica. Rossellini voleva “andare dritto alle cose, questi lavori non devono dimostrare nulla, bensì mostrare i fatti come sono accaduti veramente”.

La biografia é genere letterario antico e Rossellini trae da lì il suo insegnamento. Solo l’attenzione al comportamento dell’individuo nella normalità dei suoi atti può cogliere la sua verità interiore, tradita da gesti e parole. Pascal dopo Socrate, entrambi uomini di tempi di crisi, accomunati da quella suprema forma d’intelligenza che è disposta a riconoscere il proprio limite:  “La sola conoscenza necessaria all’uomo – afferma Pascal – é riconoscere che esistono un’infinità di cose che sovrastano la ragione.La ragione é ben poca cosa quando non ha coscienza di ciò.”

 Pierre Arditi é un Pascal perfetto, scelto anche per una singolare somiglianza con quel genio della matematica, capace di pubblicare a soli diciassette anni l’Essay pour les coniques, scienziato di chiara fama che i circoli parigini accolsero con onore, abile nell’argomentare il suo pensiero di fronte al grande Cartesio, e garbatamente ironico con il farraginoso gesuita padre Noël, così involuto nel confutare la celebre teoria del vuoto quanto Pascal di geometrica chiarezza nel sostenerla. Corpo esile, occhi profondi e sguardo mobilissimo, un leggero velo d’ironia gli attraversa il viso quando sente predicare dogmi, vive con fatica l’usura del male che lo divora fin da bambino, ma la sete di conoscenza é inesauribile e lo rende incapace di riposo, consumandolo nel giro di trentanove anni. Alla continua ricerca di un’armonizzazione dei suoi pensieri, Pascal visse le convulsioni politiche e intellettuali del suo tempo con la ragione ed il cuore, coltivò il sapere con forte tensione morale e fu protagonista del dibattito culturale da cui sarebbe nata la nuova Europa.

Esprit de géometrie per rendere il mondo intellegibile attraverso le formule della scienza poste al vaglio della ragione, senza però cedere alla tentazione di considerare dogmi i principi formulati dalla ragione stessa. Esprit de finesse  per comprendere gli abissi dell’animo e l’infinito esistenziale in cui Dio potrà trovare posto: questo fu il suo credo e in questo la sua eterna contemporaneità.

 “Il vuoto é un’immagine dell’infinito, e se ricerco il vuoto della natura potrò scoprire ciò che gli corrisponde, per analogia, nel cuore dell’uomo. Quando avrò messo a nudo il vuoto della mia vanità, quando la mia coscienza non sarà presa da tanti vani pensieri e desideri, Dio, che ho cercato con la ragione, e che per questo non conosco, Dio forse guarderà con amore al posto che gli avrò fatto dentro di me. Un posto che non avrà la dimensione finita e miserabile della mia ragione ma quella infinita del vuoto. Che Dio si mostri e io lo conoscerò”

Figura problematica, sempre in equilibrio tra scienza e fede, fu impegno forte per Rossellini mediare al grande pubblico un pensiero fatto di sfaccettature così complesse.

Ma parlare di Pascal al pubblico degli anni ’70 e dei decenni a venire era necessario, tanto quanto é necessaria una riflessione allorché gli spazi della dialettica si vanno restringendo. Il progresso delle tecnologie d’avanguardia, la rivoluzione informatica ormai avviata, la narcosi che la televisione si apprestava a somministrare ai suoi utenti in dosi sempre più massicce, inducevano gli spiriti più attenti ad alzare la guardia. Rossellini usò un mezzo popolare, la televisione, lo piegò ad un ruolo difficile, una vera sfida che, se raccolta, come era suo auspicio, da autori di generazioni successive, avrebbe impedito quelle derive mediatiche già preconizzate da Umberto Eco negli anni ‘60.

L’Olivetti nel ’66 immetteva sul mercato il Programma 101, un calcolatore da tavolo capace di misurare le orbite dei satelliti e tenere i conti di un’azienda. Dire ad un pubblico di fascia media, non a simposi d’intellettuali, che il primo calcolatore, la pascaline, lo inventò Pascal, e farglielo vedere, perché non basta dire le cose, fu gesto rivoluzionario.

C’é del genio in questa capacità di essere contemporaneo al passato, usando quella che il regista chiamala logica dell’inquadratura, della macchina da presa”. Scopo primo di questa logica era ottenere la semplicità, la meta più difficile da raggiungere, la linearità del racconto e la chiarezza del messaggio.

Sulla scena Rossellini trasferisce una dimensione pubblica e privata del vivere nel ‘600, quegli uomini e donne sono uomini e donne del loro tempo, liberi da ricostruzioni oleografiche e manualistiche, e fra loro i santi, i poeti e gli scienziati sono mescolati a contadini, soldati e baldracche. Vivere, ci dice il regista, é impresa quotidiana, e allora bisogna riprendere con cura anche il servitorello superstizioso che, devoto al padrone Blaise malato, gli rimbocca il lenzuolo e poi, per paura che i liquidi risucchino la sua anima, vuota tutti gli alambicchi dei suoi esperimenti e, già che c’é, anche il pitale, sempre di liquido si tratta.

Importante il commento sonoro di Mario Nascimbene, texture di suoni elettronici ossessionanti ripetuti in loop, sottili risonanze di provenienza indefinita e irreale, ricorda le vibrazioni metafisiche che Tarr volle per Satantango ed esprime la tensione di un pensiero in perenne elaborazione.

Rossellini  non ebbe seguaci degni di lui su questa strada, ma i processi della Storia hanno tempi lunghi e non é un caso che ancora oggi, a quattro secoli di distanza, ancora torni alla ribalta la modernità di Pascal. Che poi questo avvenga nelle sale di un cinema e non nei cenacoli dei dotti è grazie a quella saggia contaminazione dell’ esprit de géometrie e dell’ esprit de finesse in cui Pascal, scienziato e uomo di fede, fu il primo a credere. (Paola Di Giuseppe)

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