Fritz Lang. Metropolis (1927)

Questo film, firmato da uno dei grandi della storia della “settima arte”, è uno dei capostipiti del cinema di fantascienza tout court, e c’è chi, forse non a torto, lo vede addirittura come il “nonno” di Blade Runner. Da notare che la versione originale prevedeva più di tre ore di proiezione.

La trama: In una megalopoli del XXI secolo, Metropolis appunto, il figlio del potente “controllore” della società, Fredersen, viene folgorato dall’apparizione di una donna (Maria) circondata da numerosi figli di operai. Da questo momento egli decide di interessarsi di quel mondo sotterraneo che socialmente non gli appartiene. Si sostituisce ad un lavoratore e così partecipa ad una delle riunioni clandestine che avvengono nel sottosuolo, dove rivede la stessa Maria che arringa il popolo degli sfruttati. Ma di queste riunioni nascoste viene a conoscenza anche suo padre, John Fredersen, che, con la complicità dello scienziato Rotwang, decide di sostituire Maria con una sua identica controparte robotica femminile, in modo da punire gli operai allagando le loro abitazioni situate sempre sottoterra. Ovviamente il figlio, ormai innamoratosi di Maria, farà di tutto per sventare i malvagi piani di suo padre.

A partire dai titoli di testa e dalle primissime scene si comprende come ci si trovi al cospetto di un maestro del cinema e ad un regista che ricorda i prodotti filmati delle avanguardie russe (il cinema cinetico-visivo di Vertov su tutti) riproponendoli sullo schermo, col proprio stile, in un contesto più narrativo.

Magistrali le inquadrature iniziali (di imponente quanto sublime forza ritmico-espressiva) sul movimento ossessivo di macchinari che ci introducono immediatamente in un mondo alienato, quasi un Tempi moderni chapliniano, disperato e senza humour. Ci viene sbattuto davanti agli occhi, senza alcuna remora, un brulicare di operai-lavoratori in un contesto di massificazione estrema, reso ancora più incisivamente dal fumoso ambiente claustrofobica-mente sotterraneo e chiuso. Di fronte abbiamo degli uomini meccanici i cui movimenti ipnoticamente ritmici ci costringono a pensare di essere in errore e che siano invece macchine dall’aspetto di uomini. L’abbrutimento a cui sono ridotti si ripercuote ovviamente anche al termine del turno di lavoro e, infatti, poco dopo li vediamo scendere delle scale come manichini lobotomizzati mantenendo lo stesso ritmo da catena di montaggio. Da quanto abbiamo visto finora non si fa difficoltà ad immaginarsi il resto del mondo ridotto ad una schiavitù controllata, stile un 1984 di orwelliana memoria, ma ancora una volta Fritz Lang ci sorprende inserendo improvvisamente per contrasto una scena bucolica all’ecces-so dove è possibile vedere (per la prima ed unica volta nel film) un prato erboso con, addirittura, candidi animali svolazzanti, che fanno da sfondo ad una ridicola schermaglia amorosa. Si tratta di uno squarcio del mondo in superficie dei padroni, ma di nuovo il regista applica una brusca inversione inserendo anche qui un elemento inquietante: l’improvvisa apparizione di una donna attorniata da un nugolo di bambini visibilmente poveri, che incrina irrimediabilmente l’idilliaca atmosfera.

È un inizio da 11 premi Oscar.

Nelle catacombe al di sotto della città, intanto, si diffonde, tra candele e croci, il nuovo verbo di una, per adesso almeno, pacifica rivolta operaia. La profetessa di questa sovversione è naturalmente la stessa protagonista femminile che curiosamente utilizza parabole bibliche (la torre di Babele) per sottolineare, come un propagandista dell’ateo comunismo, l’ingiusta e crudele divisione fra le classi sociali, ma allo stesso tempo (un po’ irragionevolmente diremmo noi) frena chi vorrebbe andare allo scontro frontale con i dominatori. Forse anche perché nel ’26 bisognava essere prudenti, Lang suggerisce tramite le parole di Maria, un incitamento alla rivolta e alla sovversione dello status quo, ma poi ne smussa (o ne nasconde) la radicalità con l’affermazione conclusiva in cui si dice che bisognerà però aspettare un non ben specificato “intermediario” (La classe borghese? L’amore fraterno?), citiamo: “Fra la mente che progetta e il braccio che agisce ci deve essere un mediatore. È il cuore che ci deve far andare d’accordo”. Lang ne approfitta, sempre sviluppando la situazione, per inserire alcune scene da capolavoro: si veda l’inseguimento tra lo scienziato e Maria, nelle caverne, avvolti dalla più completa oscurità dove solo il fascio di luce della torcia elettrica dell’inseguitore che taglia il buio assoluto e la telecamera traballante bastano a trasmetterci una tensione degna di un thriller-horror dei giorni nostri. Si tratta anche in questo caso di grandi riprese degne di un grande regista.

Da sottolineare alcune intuizioni scientifico-futuristiche che, per l’epoca a cui risale la pellicola, dovevano apparire come altamente visionarie; nel film, infatti, si possono notare tra l’altro: una rotaia sospesa nel vuoto tra grattacieli, un videotelefono, una mano artificiale dello scienziato (sicuramente uno dei primi antenati degli attuali superaccessoriati cyborg), oltre che ovviamente il robot utilizzato per lo scambio di persona, procedimento questo che, anche se oggigiorno appare quantomeno ingenuo e poco credibile, non deve impedirci di apprezzare la linea estremamente moderna ed attuale nel design dell’automa, soprattutto se paragonata a ciò che vedremo in moltissimi film di anni seguenti.

Dopo la sostituzione tra donna e macchina, Lang ci offre, a riprova del suo coraggio di osare (e della sua abilità nel farlo), la trasformazione dell’apostola degli operai in una lasciva Salomè, poiché, per provare la sua verosimiglianza, al robot viene richiesto di ingannare tutti; e quale migliore dimostrazione di umanità, da parte di una macchina, del suscitare desideri prettamente carnali? Ma il genio del regista tedesco non si ferma qui e, in un montaggio serrato, inserisce immagini da delirio degne del miglior cinema surrealista (F. Leger, Man Ray, tra gli altri) costringendo, in un coinvolgente incubo onirico, gli occhi dello spettatore ad incrociarsi con le decine di occhi sullo schermo che scrutano lascivi la robotica ballerina.

Altro momento topico del film si avverte quando gli operai, precedentemente istigati alla rivolta, in un crescendo di immagini di distruzione, si lasciano trasportare da un irrefrenabile moto di nichilismo luddista, mentre intanto noi veniamo guidati all’interno di una grottesca scena di festa nell’alta società dove, in una scatenata frenesia contagiosa, il robot-Maria esclama euforicamente: “Guardiamo il mondo andare in rovina!”, circondata da gaudenti sorrisi.

Ancora ennesimi, originali, inaspettati e geniali movimenti della macchina da presa ci conducono tra esplosioni, luoghi disastrati pieni di fumo ed allagamenti.

La tensione accumulata si scioglie nel finale in una conciliazione che non convince (rappresentata da un’incerta stretta di mano) con annessa una morale consolatoria, forse inevitabile per gli anni in cui Metropolis fu girato: “Soltanto se il cuore li guida, la pace e la comprensione regneranno tra gli uomini”.

 In una più che plausibile scenografia, influenzata dai movimenti epressionisti tedeschi, Fritz Lang ci propone una critica feroce alla inciviltà industriale che per certi versi rimane sorprendentemente tuttora attuale. Certo, la recitazione caricata ed eccessiva del protagonista maschile (anche se controbilanciata da quella egregiamente glaciale e misurata del “tiranno”) risulta inesorabilmente comica ad un pubblico a noi contemporaneo, e costringe giocoforza a sorridere di quelle comiche smorfie facciali (qualche volta necessarie ed inevitabili nel cinema muto), ma questo non deve impedirci di godere della visione di questo progenitore nobile del cinema di fantascienza (e non solo).

Sebastiano Ferrigni

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