Pietro Piovani (1922-1980)

La lezione etica di Pietro Piovani

di Fulvio Tessitore

Pietro Piovani (1922-1980)

Pietro Piovani morì a Napoli il 13 agosto del 1980, a soli cinquantott’anni. Figura tra le più originali della filosofia italiana del secondo Novecento, attinge ulteriore ragione di originalità se se ne segua la fortuna nei vent’anni trascorsi dalla sua scomparsa prematura. La “Fondazione” che ne porta il nome, proprio in occasione della scadenza ventennale, ha inaugurato una collana di opuscoli e ha voluto iniziarla con una Bibliografia degli scritti su P. Piovani. Ebbene questa raccoglie 374 voci di libri, saggi e recensioni dedicati all’opera del maestro napoletano, non solo in Italia. Perché sottolineo questo dato, già di per sé significativo? Piovani fu e volle essere uno studioso appartato, riservato, discreto, severo. All’indomani della morte, in pagine assai fini, Gennaro Sasso lo definì un “solitario non insocievole” e fu una interpretazione assai appropriata di chi aveva scelto di “lavorare in proprio”, come scrisse in una intensa nota del “Giornale critico della filosofia italiana” in polemica col malvezzo, sempre più diffuso in Italia e fuori, di utilizzare questo o quell’autore classico, anche tra loro incompatibili, emulsionati in miscele imbevibili, per poggiarvi sopra le proprie elucubrazioni incapaci di autonomo movimento, Né è tutto. A motto della “Collana di filosofia” da lui fondata e diretta, Piovani scelse una eloquente affermazione di Seneca: “quid eni turpius philosophia captante clamores?” (che cosa di peggio che una filosofia alla ricerca del rumore?). Insomma un deliberato programma polemico verso la filosofia dei gazzettieri alla perenne ricerca dell’applauso, della notorietà pur effimera. Ebbene, in siffatti anni dominati dall’esigenza della comunicazione di massa, dalla civiltà dell’apparire più che dell’essere, Piovani lavorò con severo rigore, lontano dai clamori ed è importante che non pochi studiosi, vecchi e giovani, abbiano continuato a studiare sulla sua opera, per saggiarne la vitalità, la capacità di rispondere ancora alle inquiete interrogazioni dell’oggi. Lo farà ancora una volta, nei prossimi giorni, un folto gruppo di studiosi, napoletani e di molte parti d’Italia, nel corso di un seminario organizzato dall’Università di Napoli, dove Piovani studiò, si laureò e, infine, insegnò a lungo, dal 1963 alla morte, dopo aver tenuto cattedra, a partire dal 1953, a Trieste, Firenze e Roma. A Napoli Piovani incontrò il suo maestro, Giuseppe Capograssi, che egli definì un cattolico filosofo e non un filosofo cattolico per sottolinearne l’autonoma originalità di riflessione intorno al grande tema dell’inquietudine dell’individuo contemporaneo, investigato nelle sue potenzialità ma anche in tutta la sua ambiguità. E questo fu anche il tema di fondo della filosofia di Piovani, che può definirsi una fenomenologia dell’individuale, rispetto a cui la storia è il campo di “collaudo” delle individualità esistenti, meglio coesistenti, come diceva Piovani per sottolineare il valore alteristico dell’individualità. Non l’individuo chiuso monadicamente, tendente o condannato all’assolutizzazione di sé, nell’enfasi di un attivismo irrispettoso degli altri e di se stessi. Al contrario, l’individuo coesistente riscatta la propria originaria dattità (il suo non essersi voluto), la sua soggettività limitata dall’originaria oggettività dell’essere data, nella responsabilità della propria azione, ad iniziare da quella che consiste nell’accettazione di sé. Questa azione deve essere negazione di ogni lesione arrecata agli altri, egualmente soggetti di azioni responsabili. Di conseguenza Piovani si soffermò sul mondo del diritto e della storia, ossia i campi dell’azione singola e collettiva, dell’azione comune, di cui è necessario stabilire le regole. Tutto ciò fu argomentato in tre grandi libri (le Linee di una filosofia del diritto del 1958, i Princìpi di una filosofia della morale del 1972, la postuma Oggettivazione etica e assenzialismo del 1981), che compongono un’autentica sinfonia della morale, il cui centro è il valore del rispetto. Non a caso, come si sarà notato, i titoli dei libri insistono su quell'”una filosofia” per sottolineare il pluralismo etico, che non significa relativismo ma relatività e, dunque, rispetto. Se i valori fossero eterni nella loro intangibilità non sarebbero nella storia e non avrebbero ragion d’essere, se è vero che l’uomo vive nella storia e della storia. I valori assoluti avrebbero a carattere l’inumanità e l’a-umanità, perché estranei all’uomo. Al contrario, in quanto non sono eterni e sono costruiti perché valgano per l’uomo, l’uomo li deve far propri e perciò la sua azione non può essere indifferente così come i valori non sono indifferenti all’azione dell’uomo. Dunque, proprio i valori – in quanto sono plurali e pluralistici, idee conoscibili solamente nelle realtà incarnantisi nelle molteplici, imprevedibili individuazioni storiche concrete – esaltano la responsabilità dell’azione degli individui, che, al contrario, verrebbe mortificata nel riferimento obbligato a qualcosa di assoluto, di non suo, di estraneo. Ma se è così, l’etica non è un momento dello spirito oggettivo, bensì è l’oggettivazione dell’azione, vale a dirsi il comporsi dell’azione in virtù di una scelta responsabile che la fa essere criterio, regola, norma. Da qui anche il carattere civile dell’etica piovaniana (lo attestano i suoi scritti sui problemi della democrazia liberale e sulla crisi dell’università), che resta un grande documento della filosofia contemporanea, su cui è giusto continuare a riflettere per valutarne il significato nei suoi tempi e nei nostri.

 

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