Angelo Camillo De Meis (1817-1891)

di Fulvio Tessitore

de meisNacque il 14 luglio 1817 a Bucchianico, un paesino dell’Abruzzo chietino, situato sulle falde orientali della Maiella. Il padre, Vincenzo, fu medico, carbonaro e poi mazziniano, amante di poesia e buona letteratura. La madre, Giulia Carbone, era di distinta famiglia, affine a quella degli Spaventa poi divenuti amicissimi del De Meis.

Compiuti i primi studi nel paese natale con la consueta guida di preti e monaci, non senza l’intervento paterno, frequentò il regio collegio di Chieti dove ebbe compagni Bertrando e Silvio Spaventa.

Non può dirsi, almeno stando alle testimonianze autobiografiche, che questi anni abbiano segnato un progresso rispetto alla sua naturale, destissima inclinazione allo studio, giacché egli fu consapevolmente refrattario alle sollecitazioni ricevute, come ricordava ancora con compiacimento nella piena maturità: “Quand’ero [a Chieti] al Collegio, ebbi il buono spirito di non volere aprire mai il Capocasale … Fui irremovibile e mi sono sempre applaudito di quella mia ostinazione” (Dopola laurea, II, p. 120).

Anche per lui la sede naturale degli studi duraturi e incidenti fu dunque Napoli, dove giunse verso il 1840 nel pieno fervore del rinnovamento culturale, conseguente alla svolta degli anni Trenta, incentrato intorno all’originale eclettismo napoletano, capace di innestare sul tronco autoctono d’una mai interrotta tradizione vichiano-illuministico-cuochiana l’autonomo ripensamento di suggestioni e teorizzazioni provenienti d’Oltralpe, specie da Francia e Germania, senza trascurare, però, la conoscenza della filosofia scozzese del senso comune tanto diffusa da Galluppi a Winspeare.

Né va trascurata, abbagliati dal veritiero quanto consueto e ormai un po’ manierato quadro della fioritura di grandi scuole private di diritto, letteratura e filosofia, la non lontana e non sopita presenza di numerose e rilevanti istituzioni accademiche e scolastiche di carattere scientifico che avevano fatto della Napoli settecentesca e primottocentesca (poi il discorso diventa più complesso, ma non meno interessante e non meno urgente da studiare) uno dei grandi centri europei – paragonabile a Londra, per dar solo un punto di riferimento – quanto a concentrazione d’istituti rivolti allo studio delle scienze naturali.

Non meraviglia perciò che, accanto alla frequentazione delle scuole di Basilio Puoti e poi di Francesco De Sanctis (dove ebbe a condiscepoli alcuni degli amici più cari, durati l’intera vita: da Luigi La Vista a Diomede Marvasi a Pasquale Villari), il giovane D. seguisse le lezioni del geologo Palli e dei medico Pietro Ramaglia, del quale serbò costante il ricordo come di “maestro”, “amico” e “padre”, secondo suona la dedica dei Nuovi elementi di fisiologia generale, speculativa ed empirica, editi a Napoli nel 1849.

In questo ambiente il giovane montanaro di vivo ingegno e tenace impegno trovò modo di esaudire l’originaria aspirazione: “Io … studierò, io ti cercherò o Natura, io t’incalzerò da per tutto, ti frugherò piega per piega, ti rovisterò molecola per inolecola” . Fu così che risolvette di mettersi allo studio della natura, non trovando altra via per farlo “che di entrare nella carriera della medicina”, da quel “primo tempo” sua “inesauribile ed unica passione” e non “platonica affatto” ma “praticata con grande amore e soprattutto allo spedale” (Dopo la laurea, I, p. 98).

Già nel 1841 socio dell’Accademia degli aspiranti naturalisti (della quale divenne presidente nel 1848), nel 1843 era medico aggiunto all’ospedale degli Incurabili, e anch’egli titolare d’una delle scuole private di gran successo, dove professava anatomia, patologia, fisiologia, scienze naturali, alla ricerca d’un principio unificatore che desse senso alla scienza della vita al di là degli “amminnicoli”, che, preparazione e mezzo necessario alla scienza, non sono la scienza.

Emergeva, così, dal tronco stesso degli studi medici e naturalistici empiricamente praticati, l’esigenza d’una consapevolezza teorica rivolta alla definizione concettuale della natura e di ciò che in essa il D. cercava: t il principio della vita, le ragioni della vita contrastate dalla malattia”, dove, insieme con l’inquieta e talvolta mistico-fantastica ricerca della più profonda realtà, si affermava l’istanza di tutto risolvere grazie alla forza dell’umana ragione. Sono esigenze della fervida giovinezza studiosa, che il tempo maturò anche grazie alle prove che la vita pose all’entusiasta medico-filosofo hegeliano.

Promulgata la costituzione del ’48, il D. fu deputato dell’Abruzzo Citra al Parlamento e tra i quaranta deputati che, nella notte del 14-15 maggio del ’48, rimasero nella sala di Monteoliveto. sede del Parlamento, perciò incolpati di aver incitato il popolo alla rivolta che, scoppiata il 15 maggio, provocò la morte, tra gli altri, dell’amatissimo Luigi La Vista. Firmatario della Protesta stilata nella stessa giornata da P. S. Mancini contro il tradimento del re, fu, disciolta la Camera e riconvocati i comizi elettorali, nuovamente deputato di Chieti all’assemblea non più riunita alla prevista scadenza del 1º luglio.

Professore di anatomia e di medicina teorico-pratica, nonché rettore nel febbraio ’48 del Collegio medico, ne fu dimesso il 18 giugno, non prima d’avere pronunciato un discorso inaugurale e uno di commiato che risuonano di temi comuni al discorso agli elettori dell’8 maggio 1848 e aver preparato una Proposta di un nuovo sistema di insegnamento pel Collegio medico, pubblicata il 31 maggio, pochi giorni prima della costretta dimissione. Ricercato come oppositore, fu per poche ore a Bucchianico, dove accorse per rivedere il padre malato, che trovò morto il 19 febbr. 1849, prima d’intraprendere la via dell’esilio a Genova, a Torino, a Parigi, dove rimase fino al 1853. Gli eventi del ’48 aprivano, quindi, anche per il D. una decisiva e determinante nuova fase della vita alla quale bisogna guardare non prima d’essersi soffermati ancora un momento su quanto le testimonianze del ’48 attestano circa la formazione e posizione ideologico-politica del giovane medico abruzzese.

Importante in proposito è il già ricordato Discorso agli elettori dell’8 maggio 1848. Principali temi sono: l’importanza per l’indipendenza nazionale della guerra da combattere sotto la guida del Parlamento che, “legge vivente” e “legalità personificata”, non ha ora (quando non è “il momento di serbare la stretta legalità”) la missione di “commentare e di combinare articoli”, ma di “liberare la Patria italiana e poi di fondare lo Stato italiano”; il carattere federale della compagine statale da costruire nella sua indipendenza, giacché è impossibile che possano “scomparire ad un tratto le differenze storiche antichissime che distinguono i popoli della Penisola fra loro”; la gradualità della soluzione politica nell’individuare le forme costituzionali della compagine nazionale (“Allorché lo straniero sarà stato scacciato dalle nostre contrade, e lo Stato italiano sarà costituito nella sua unità e nella sua grandezza, non ci arresteremo certamente, la mente italiana continuerà nel seno della libertà la sua logica evoluzione”), le cui tappe sono segnate dalla monarchia assoluta, dalla monarchia costituzionale aristocratica, dalla monarchia costituzionale democratica, dalla repubblica politica, dalla repubblica sociale e infine, “forse, finalmente dal comunismo puro, tomba di tutti i pregiudizi umani”. Si tratta, in altre parole, per il D. di costruire gradualmente, in fedeltà all’esigenza ma anche alle possibilità dei tempi, lo Stato democratico nazionale, secondo leggi di libertà che coniughino il dovere della conservazione dello Stato con quello dello “svolgimento” anche di “altri principi, ancorché contrari e nemici a lui stesso”, giacché la libertà ha la missione di abbreviare la successione delle fasi storiche della società, e “affrettare l’avvenimento e il trionfo dei nuovi principi”. Se ciò fanno, le leggi riescono in ciò che devono, cioè impedire “le sommosse” (si sarebbe tentati di dire le vichiane turbae) e affrettare le grandi rivoluzioni (necessarie ad assicurare il vichiano progresso dello Stato affidato alle “leggi agrarie”), giacché “evitarle è un problema che la storia e la scienza non han potuto ancora risolvere, e convien rassegnarsi a questa fatale necessità”. “Nemmeno l’avvenimento dei proletari ed indi l’eguaglianza della proprietà e la costituzione della grande famiglia patriottica, se mai non è questo un sogno della povera mente umana, non sarebbero impediti con queste misure; sarebbero anzi assicurati, perché dei tentativi immaturi non farebbero che nuocere al loro trionfo”.

Dinanzi a queste affermazioni, certo non prive dell’entusiasmo d’un trentenne per il generalizzato esplodere delle rivoluzioni costituzionali nell’Europa quarantottesca, non serve affidarsi né ai suggerimenti della storiografia troppo sollecita a individuare scansioni e palinodie, né ai tentativi della storiografia continuistica, troppo sollecita di definire piatte coerenze nello svolgimento delle idee e della biografia intellettuale di questo o quel personaggio (esercizi, gli uni e gli altri, non sconosciuti nella letteratura sul De Meis). Vale piuttosto richiamare la complessa realtà culturale e politica napoletana e meridionale, dove variegati e non rigidamente schematizzabili schieramenti politici (dall’assolutismo al liberalismo radicale, attraverso il liberalismo moderato) si intrecciavano con distinte opzioni culturali spesso richiamantisi a fonti simili o addirittura eguali. Ne sono riprova e documento esemplare gli articoli de IlNazionale di Silvio e Bertrando Spaventa, dove, nella breve stagione di vita del giornale quarantottesco, l’indipendentismo nazionale, non ignaro delle sollecitazioni dell’iniziativa democratica meridionale, si intrecciava con il federalismo giobertiano utilizzando i primi (per lo più indiretti) approcci alla Weltanschauung hegeliana radicati in un consapevole e inconsapevole vichismo di fondo colto attraverso la lettura cuochiana, a sua volta esperta degli esiti giacobini del riformismo illuministico e tutta raccolta intorno al problema della riforma (politico-educativa, cioè etica e civile) del “popolo”, protagonista riconosciuto del modo d’essere dello Stato e dunque elevabile a livello di libere e civili istituzioni, lontano dalle pesanti condizioni di indigenza degradante e degradata delle plebi contadine e urbane, protagoniste costanti delle reazioni sanfediste.

Il giovane D. partecipava di questo schieramento, dove, in altri termini, la tesi cuochiana dei “due popoli” risuonava di significati storicistici non riconducibili a valenze reazionarie o conservatrici quali certamente assumeranno nello stesso D. della maturità, in cospetto di diverse situazioni e interpretazioni suggerite a lui dalla soluzione unitaria e dai problemi di stabilità della compagine statale nuovamente costituita, secondo un percorso di certo non isolato (è appena il caso di ricordare l’evoluzione di Luigi Settembrini, per far solo il nome d’un altro napoletano protagonista del ’48 e poi dello Stato nazionale e liberale) nel quale influenza non secondaria assumeva la cosciente incidenza dell’hegelismo pur praticato non lontano dalle non “ortodosse” interpretazioni spaventiane che, tuttavia, non sono leggibili secondo moduli democraticistici, viziati dal peccato dell’anacronismo storico, cioè dalla proiezione sul passato delle sollecitazioni del presente.

Che questo sia il milieu culturale e politico del D. quarantottesco ben lo mostrano le testimonianze degli anni francesi nei quali l’evoluzione intellettuale (affidata a Hegel e non solo a Hegel) si misura con gli avvenimenti del cesarismo napoleonico, vissuti da testimone nella Parigi del ’51.

Nella capitale della grande nazione, patria della Rivoluzione, il D. trova la personificazione del suo ideale di popolo, la concretizzazione del suo problema politico. Non una plebe ignorante, incosciente del suo valore e abbrutita dai bisogni naturali non soddisfatti, ma “un grandissimo e nobilissimo popolo” – scrive il 6 nov. 1851 a Bertrando Spaventa – “il primo certamente di tutti” (v., per questa e le altre lettere da Parigi a B. Spaventa, l’ediz. curata da G. Vacca). “Il popolo francese è l’ideale del popolo moderno: a qualunque più piccolo operaio t’accosti, subito comprendi ch’egli conosce ottimamente il suo valore e il suo interesse, ed è profondamente penetrato di tutte le tendenze del suo paese, e sa meglio di me e di te tutte le questioni politiche del giorno, perché quello che in noi è un arzigogolo, in lui è un sentimento reale”. Questo popolo va rispettato e ammirato, imitarlo, però, è altra cosa, specie da parte d’un povero popolo come quello napoletano (e italiano). E tuttavia anche il popolo francese “profondamente” repubblicano è messo fuori combattimento e fuori causa dal 18 brumaio di Luigi Napoleone. Scrivendo il 20 dic. ’51 da Parigi, la diagnosi del D. si fa più scaltra e attenta alle distinzioni, svolgendo le idee maturate nel ’48 napoletano. Resta la fiducia nella repubblica, “forma superiore che deve inevitabilmente pigliare il luogo” della monarchia. Però la repubblica non può realizzarsi, appunto in quanto forma evoluta e consapevole, “senza il concorso delle altre classi accanto a quella popolare”. Perciò una nirannide neutra” che tenga del monarchico e del repubblicano qual è l’Impero napoleonico, prende il sopravvento ed è destinata a durare molto più di quanto non si pensi e non si voglia. Ne discende per l’Italia la considerazione realistica (che certamente innova, pur non rinnegandole, le tesi del ’48) che pensare alla repubblica adesso in Italia è roba da “mentecatti”. “Io amo la repubblica quam qui maxime, ma la è una faccenda molto lunga a venire, e noi ci siamo grandemente ingannati quando abbiamo creduto che il movimento del mondo morale si fosse accelerato nella proporzione del movimento fisico”, abbagliati da schemi hegeliani nei quali Bertrando Spaventa giurava convinto. Bisogna prendere coscienza dei limiti dell’iniziativa democratica, bisogna riconoscere la giustezza della diagnosi liberale che Cavour formulava già nel 1845, convinto del limite oltre il quale la rivoluzione italiana avrebbe divorato se stessa in senso reazionario e conservatore, giacché essa non incontrava grandi simpatie tra le masse, le quali, ad eccezione delle popolazioni urbane, erano fatte di plebe fortemente attaccata alle forme tradizionali.

A Parigi nel ’51, il D. avvertiva come “fuori delle grandi città specialmente manifatturiere la plebe, li cafoni francesi siano un pecorame barbaro e incolto, che non capisce niente e non è punto al di sopra delle nostre bestie di Napoli”. Egli ritrovava così, dopo sacrifici personali e rinnovata riflessione appassionata e a momenti drammatica, gli insegnamenti della tradizione cuochiana, di cui ripete quasi testualmente un principio, quando a Bertrando Spaventa scrive che “la politica dell’impossibile è la rovina del possibile”, traslitterando il cuochiano “l’ottimo è nemico del bene”, formulato dinanzi all’incapacità di saper volere la rivoluzione nella condizione del paese dominato dalla frattura fra i due popoli “diversi per due secoli di tempo e per due gradi di clima” eppur contemporanei. Perciò egli, ancor repubblicano, non condivide gli attacchi de Il Progresso alla politica di Cavour e si meraviglia che alla rivista collabori l’amico Bertrando, il quale, invero, gli dava, involontariamente quanto chiaramente, la spiegazione del suo atteggiamento, quando dinanzi ai fatti di Francia hegelianamente li riteneva, come afferma il D. in una lettera del 16 dic. ’51, “prodotti del caso e dell’accidente” giacché “ci sono certi tempi in cui pare che le leggi necessarie e razionali, che governano la vita dei popoli, siano come sospese e l’idea, lo spirito o quel che diavolo sia si nasconda o si ritiri nel fondo dell’esistenza e degli avvenimenti”, i quali gli appaiono come gli “amminicoli” di cui anche il D. diffidava nella sua ricerca della ragione delle cose.

Già a Parigi, le ricerche analitiche e sperimentali, legate alla pratica professionale, gli riproponevano il problema dell’interpretazione unitaria di natura e pensiero, nel quale riponeva la spiegazione di tutto. Il procedere sperimentale, incapace di salire dalla “piccola” alla “grande ragione” gli appariva sempre più irrilevante rispetto alle prepotenti esigenze della speculazione chiarificatrice. Al ritorno in Italia nel ’53, la metempsicosi avvenne, specialmente tra il ’56 e il ’57, nel quotidiano contatto con Bertrando Spaventa a Torino dove fu fino al 1859, dopo un breve soggiorno a Taggia, presso l’amico Giovanni Ruffini, che forse lo assunse a modello, del Dottor Antonio dell’ornonimo romanzo.

In quegli anni la filosofia hegeliana divenne per il D. la base risolutiva d’ogni problema scientifico e pratico. Lo diceva egli stesso, scrivendo il 5 sett. 1857 a Francesco De Sanctis, il mai dimenticato “professore” della Napoli quarantottesca, dopo avere ritrovato l’amico Pasquale Villari.

“Io facevo la parte di quello che giura sulla parola del maestro, cioè Hegel, e il povero Villari ne è rimasto scandalizzatissimo … e diceva che non si sarebbe mai aspettato di trovarmi tanto indiavolato e invasato dell’hegelismo; egli dice che non bisogna accettare tirannie di nessun genere nel campo della pratica, né in quello della ragione e dice che voi siete di questo stesso avviso. Villari mi ha un poco indispettito con questo suo anti-hegelismo, che non arrivo a comprendere, ma io mi prenderò una buona vendetta facendogli ingoiare mezzo Hegel dentro a questo libro o scarabocchio che sto tirando giù in furia” (e si riferiva a IMammiferi, pubblicato a Torino nel 1858 nell’unico volume comparso). Sono affermazioni importanti che delineano precise distinzioni tra gli antichi amici, attraverso le quali si definisce anche la posizione del D. negli anni della maturità.

Chiamato nel 1859 da Luigi Carlo Farini all’università di Modena (dove anche Bertrando Spaventa ebbe affidato l’insegnamento di filosofia del diritto) sulla cattedra di fisiologia, recitò la prolusione nel novembre dello stesso anno. Però, prima una malattia poi gli avvenimenti del Mezzogiorno lo allontanarono rapidamente da Modena e lo riportarono a Napoli, dove rimase fino al 1863, partecipe dei fatti conclusivi della spedizione garibaldina e collaboratore del De Sanctis del quale fu segretario, nei mesi in cui questi resse la direzione dell’Istruzione nel governo provvisorio, avviando la riforma dell’università e delle antiche istituzioni accademiche napoletane, inquinate dal reazionarismo borbonico.

Chiamato a Bologna sulla cattedra di storia della medicina (pronunciò la prolusione il 10 dic. 1863), vi rimase fino alla morte. Partecipò intensamente alla vita scientifica della città in contatto con gli esponenti maggiori di essa: da Marco Minghetti ad Augusto Murri, da Pietro Siciliani a Francesco Fiorentino, fin quando questi insegnò presso quella università. Collaborò alla Rivista bolognese (come al Giornale napoletano di filosofia e lettere diretto da Bertrando Spaventa, Francesco Fiorentino e Vittorio Imbriani, che egli consigliava di intitolare Antologia napoletana, in contrapposizione al famoso periodico fiorentino) e fu al centro d’una polemica in occasione della pubblicazione nel 1868 sulla Rivista bolognese d’un saggio politico-filosofico, Ilsovrano, che lo oppose al Carducci, contro il quale intervennero Fiorentino e Imbriani, con la consueta violenza verbale. Ma giova tornare alle sue idee, impegno tenace e quasi esclusivo d’una vita ormai tranquillamente dedita allo studio ed all’insegnamento.

L’hegelismo del D. (della cui interpretazione fanno testimonianza scritti come: Deus creavit [1869], Darwin e la scienza moderna [1886] ed anche scritti attinenti alla scienza medica quali, ad esempio, La natura medicatrice e la storia della medicina [1868], Della medicina sperimentale [1869], Della utilità dello studio della storia della medicina [1870], Itipi animali [Bologna 1872]) poggiava su una interpretazione del vichismo sostanzialmente diversa da quella originaria della cultura napoletana prequarantottesca e quarantottesca giacché tradotta in termini sempre più decisamente congeniali con l’idealismo assoluto.

La storia di Vico diventava l’opera della provvidenza immanente d’una mente che Si svolge attraverso forme eterne, che manifestano l’essenza dello spirito: senso, fantasia, intelletto. In questo sviluppo, concepito in senso mentalistico, non c’è posto per gli individui, ma solo per il “mondo delle nazioni” le cui progressive tappe realizzatrici segnano il pieno e consapevole realizzarsi della corrispondenza tra le forme della società civile e le forme dello spirito. In tal quadro concettuale, dinanzi al realizzarsi del processo di unificazione nazionale (inteso come evento non solo politico, ma culturale), sulla base del programma cavouriano, secondo la diagnosi che anche il D. formulava a Napoli intorno al 1860-61, l’ispirazione o meglio l’aspirazione del D. non smentiva l’originario democraticismo. “Verrà il tempo” – scrive ancora nel primo articolo su Il sovrano del gennaio 1868 – “in cui l’antica unità sociale si troverà ristabilita e sarà il tempo della vera e pura democrazia”. Però “nello stato attuale la democrazia può solo sussistere, e sussiste infatti, dove manca un popolo superiore più o meno astratto e non vi è che un popolo medio, tutto in certa misura omogeneo, tutto pratico, religioso, virtuoso e savio all’antica. Ma lo Stato democratico è una impossibilità storica dove la società è divisa in due popoli opposti”, qual è la situazione italiana. Qui “due popoli” sono profondamente separati. Essi sono “il popolo sensuale ed immaginativo” e “il popolo riflessivo e pensante”. Di essi la filosofia italiana è ben cosciente, così che la diagnosi precisa è avvio realistico di soluzione (come ha mostrato il processo di unificazione nazionale che ora ha di fronte il problema dell’assimilazione, per dirla con De Sanctis, dei due popoli nella compagine statale resa così effettivamente armonica e perciò efficace). Negar questo, come fa “la grande corrente … delle idee del Mazzini, della quale il ceto medio è imbevuto e i giovani sono generalmente invasati”, significa diffondere, con grave danno, idee “non italiane ma francesi”, o le idee di Voltaire, Rousseau, di Condillac, del padre Soave”, oche non hanno niente che vedere con la nostra vera tradizione filosofica che è quella di Vico e di Brimo”. Si tratta delle idee del secolo XVIII, non di quelle del XIX, dunque d’una cultura (ché sempre sotto la politica, come sotto ogni scienza o azione umana c’è la sua logica e la sua filosofia) dell’astratto e non della storia. Ma di quale storia? Non è la storia concretamente agita da uomini affermati nella loro empiricità, ma il “diritto divino della storia” (come il D. scrive in un saggio del 1869 su Lo Stato) che, assoluto, si appella alla nazione, per mitigare solo a parole l’assolutezza dello Stato che intende garantire. Non si tratta né dell'”universale”, né del “particolare”, astratti tutti e due; è la coincidenza e “il movimento di entrambi e il vero ingegno e quello che sa afferrarli nella loro unità vitale; e questa facoltà non si acquista che a forza della nuova cultura, di quella del secolo XIX”; cioè la cultura hegelo-vichiana che condanna la superficialità e il demagogismo dei giovani e dei ceti semicolti che non sanno integralmente partecipare al compiuto processo della modernità, superatore dell’unità istintiva e passionale del mondo antico. “L’astrazione non è che il sapere del Risorgimento” (e il D. intende con la parola il Rinascimento letto anche da lui nell’ottica del contrasto tra eleganza della cultura e fiacchezza etica); il sapere moderno è essenzialmente storico e la storia è come la vita, come la natura, come la verità e la virtù che nel mezzo dimora. Essa è per sua essenza un perpetuo mezzo termine. Dunque questa storia riporta al centro del problema che da sempre occupa il D.: la sovranità (e si sarebbe tentati di dire l’autorità vichiana sia pure interpretata in coerenza con i presupposti prescelti), la sovranità nello Stato, più ancora nella società moderna.

“Il tempo moderno è il mondo del pensiero. Il sovrano moderno è dunque colui che più pensa il pensiero pubblico; colui che ha coscienza più piena e più chiara delle idee popolari”. “Sovrano di diritto” è dunque, il “filosofo” che però non può esserlo di fatto perché la società moderna ha infranto l’unità dell’antico e vi ha sostituito il contrasto tra i due popoli opposti che non sanno intendersi tra loro. L’uno è “costume, abito, sentimento”; l’altro è pensiero cioè il “vero popolo moderno”, tuttavia minoritario.

Ancora una volta esemplare è la Francia, dove “il 2 dicembre fece presto a venire”, e non per mera ambizione di uno e servilità di pochi altri, ma per logica conseguenza della frattura non sanata ed anzi traboccante con sempre più pericolosi ondeggiamenti così da favorire quello che nel ’51 il D. definì “una tirannide neutra” e ora nel ’68 ritiene “la rivincita dell’infimo ceto” alleato con “l’alto ceto medio, sul partito filosofico e sul ceto operaio”. Perciò contro lo Stato neutro, che la Sinistra positivistica andava bandendo, e contro la tirannide d’ogni colore ma specialmente della demagogia popolare, bisogna rivolgersi a “colui che sta fra i due Popoli opposti, compromesso vivente fra il gran popolo che sente ed il piccolo popolo che pensa”, quasi la traduzione politica dell’alleanza tra” piccola ragione” e “grande ragione” al cui processo il D. riconduceva la storia del pensiero. “Perché in Italia il regno della libertà ragionevole duri e resista all’urto del passato superstizioso ed illiberale, e del peggiore avvenire demagogico e senza ragione, la storia richiede adunque che fra i due contrari popoli italiani vi sia un termine medio in cui si franga la loro opposizione. E vi è difatti, ed è perciò che la libertà resiste e dura”.

Né di queste formule, più o meno immaginifiche, tarda la traduzione in rigoroso linguaggio hegeliano. L’anno dopo, nel già ricordato saggio del ’69 su Lo Stato, il D. dà voce chiara al suo pensiero. “Lo Stato moderno è l’individuo: non l’assoluta particolarità, ma la sua verità; non il soggetto naturale, ma il soggetto assoluto”. L’individuo è cioè l’Io assoluto. Perciò dire che lo Stato è l’individuo, significa dire che lo Stato “è per sé puro bene, semplice coscienza, io assoluto, forma assoluta”. “Al decimonono secolo è un errore positivo e grossolano sostenere che l’individuo è il fine e lo Stato è il mezzo per lui”. Ciò poteva andar bene nell’epoca del “Risorgimento” non oggi “che lo Stato reclama fin il sacrificio dell’individuo”. Di conseguenza implacabile è l’accusa dal D. mossa ai rappresentanti della Sinistra di considerare gli individui singoli come atomi, come “individuo particolare, apparente, sofistico”, di contro al quale il vero individuo è “il soggetto assoluto universale, comune a tutti i particolari individui, unità di tutti ed in tutti intiera ed ugualmente universale ed assoluta”. La conclusione non si lascia attendere: “non è la persona che importa alla storia”, questa “volentieri lo lascia a chi lo vuole, agli storici positivi, accidentali”, cioè a coloro che non sanno resistere, hegelianamente, al livello rarefatto della storia reale intesa come ragione quale metafisica dello spirito, rispetto a cui l’esistere è “amminicolo”, accidente.

Nel Dopo la laurea – ilromanzo filosofico pubblicato contemporaneamente agli scritti sul Sovrano tra il 1868 e il 1869 non senza anticipazioni risalenti al 1863 – nel costruire la propria autobiografia raccontata in forma epistolare, il D. sistemava l’ormai raggiunto ripensamento ortodosso dell’hegelismo. Lo mostrano le pagine (per esempio quelle della lettera XIX) dedicate alla storia della filosofia o quelle dedicate all’arte ed alla religione, sulle quali non conta soffermarsi per non ripetere ben noti moduli letterari e storiografici. Più interessa ricordare le polemiche del Dopo la laurea appuntate sui momenti essenziali della coeva riflessione di Francesco De Sanctis (dagli studi petrarcheschi a quelli sull’Armando di G. Prati, espressione della decisa e consapevole apertura desanctisiana verso la corposa storicità storicistica, sempre più antiidealistica e sempre più esperta del vicino positivismo), perché quelle polemiche segnano un momento importante delle distinzioni e chiarificazioni intervenute tra i così detti hegeliani di Napoli, cioè una delle punte di diamante della cultura e della politica dominante nálo Stato unificato. Le reazioni rispetto all’evoluzione del comune maestro, verso il quale l’atteggiamento diventa sempre più ambiguo, fanno da cartina di tornasole non solo all’interno del movimento idealistico, ma anche per intendere l’atteggiamento di questo movimento rispetto al progrediente positivismo, che il D. tenacemente combatteva anche in campo naturalistico. Così da una parte si trovano De Sanctis e Villari, dall’altra Spaventa, Imbriani, il D., che non risparmiavano né al secondo (basti ricordare il saggio spaventiano del 1868, indirizzato proprio al D., su Paolottismo, positivismo, realismo), né al primo critiche e attacchi politici assai velenosi, come testimoniano le lettere che gli amici si scambiavano e specialmente quelle di Imbriani al D. (per es. del febbraio 1868, 21 luglio 1868, settembre 1868, 19 ott. 1883) o del D. a Imbriani o di Bertrando Spaventa (per es. quella del 14 dic. 1872).

Nelle grandi pagine del ’68-’69 (parallele alla Storia e per più versi anticipatrici della prolusione napoletana del 1872 su La scienza e la vita che doveva scandalizzare la triade D.-Spaventa-Imbriani) il De Sanctis elaborava il suo storicismo che insieme respingeva, in estetica, la critica formale, la critica psicologica e la critica storica come, in politica, il liberalismo formale del laisser faire, laisser passer; combatteva la terribile malattia dell’ideale che è quella del pensiero che, “respinto violentemente in se stesso e, mancandogli il sano nutrimento della vita attiva”, “lavora sopra se stesso, fa come uomo ridotto in solitudine e segregato da viventi. Manca l’azione e supplisce il rêve“. Per il De Sanctis ciò significava una profonda distanza tra vita e pensiero, mentre il popolo diventava sempre più contemplativo, sempre più popolo pensante, quello che il D., al contrario, salutava come il vero protagonista della compiuta e realizzata modernità. De Sanctis, invece, non invocava compromessi e mediazioni, convinto dell'”invitto dualismo” (che è la grandezza e la miseria del mondo moderno) e della non corrispondenza tra “l’ordine logico” e o l’ordine storico” (la vita); invocava la netta distinzione tra “ciò che è vivo e ciò che è morto”, che non significa la mutilazione affidata all’affilato bisturi logico degli abusi dialettici onnirisolventi nel pensiero della filosofia tutte le manifestazioni dell’umano sentire e agire, dall’arte alla religione, che solo nella filosofia ed in quanto filosofia sarebbero novellamente rinate. Per lui il taglio tra il vivo ed il morto significava il rifiuto del vago, dell’indeciso, dell’ondeggiante, dell’infinito, del concetto, dell’idea, del vero, del sovraintellegibile, del soprasensibile a danno del vivente, della vita nella sua integrità.

Ebbene, a tutto questo il D. opponeva che la ricetta desanctisiana dell’azione e della rivoluzione era essa una malattia, “la malattia dell’azione” che in nome del fatto, del positivo, del reale, scambiava per malattia mortale “la febbre naturale da digestione propria del secolo XIX il quale deve appunto digerire” (e cioè superare conservando e conservare superando) ovvero “trasformare dentro di noi l’uomo dei risorgimento sofistico, irreligioso prosaico, nell’uomo poetico-religioso del secolo decimonono”, nel che “consiste lo studio della vera perfezione cristiana” il cui “strumento” è la filosofia. E non serviva che, con molta pazienza ed amicizia, il De Sanctis gli spiegasse, quasi per trovare a forza un accordo almeno formale con l’antico amico ed allievo, la differenza delle loro idee di trasformazione che entrambi andavano sostenendo in nome di un comune dinamismo (cfr. l’Epistolario di F. De Sanctis).

“Quale sarà la base di questa trasformazione? Tu, filosoficamente rispondi la ragione, dove sono alleate e conciliate religione e poesia, natura e spirito, l’unità superiore dove si raccolgano e si amichino gli elementi del passato sviluppati successivamente l’uno dopo l’altro e l’uno contro l’altro. lo esteticamente rispondo: la Forma che non è Dafrie, non è il Reale, ho bisogno di dirlo a te? O se vuoi, è il vero Reale, in cui la Ragione è scesa, divenuta di creatrice creatura, è il Reale poetico che io chiamo la Forma, la Ragione vivente e colta nell’atto della vita, la Ragione-storia e percio soddisfatta uscita dalla regione delle idee, dei rêves, delle aspirazioni. Tu dici che religione ed arte si sono ftise nel Pensiero. Ottimamente. Ma io aggiungo che se questo pensiero non è un inibecille impotente, se ha storia, deve venire un momento che sarà a sua volta arte e religione” (20 marzo 1879). Il De Sanctis cioè affermava la forza delle distinzioni e delle determinatezze storiche dinamicamente evolventesi ma non sintetizzabili nel senso del loro superamento nella unità dell’assoluto. Il D. gli opponeva la forza risolutrice dell’assoluto concreto, che solo in sé legittima e giustifica le distinzioni e le determinatezze, sue provvisorie incarnazioni, le quali, sparse fila vitali, sono riannodate nell’unità di riflessione e di contemplazione, di metafisica e di filosofia positiva, di filosofia e di poesia.

Perciò la filosofia, la filosofia moderna per eccellenza e cioè l’idealismo, è veramente l’erede di tutto il cammino dell’umanità, novella religione laica capace di ricomporre l’armonia tra le grandi forze storiche dello Stato e della Chiesa, secondo il modello d’una anticipata proclamazione del perché non possiamo non dirci cristiani.

In sintonia con Bertrando Spaventa – che, interpretandone il valore non solo politico, alla formula cavouriana di “libera Chiesa in libero Stato” sostituiva l’altra di “libera Chiesa e libero Stato” – il D. affermava che il pensiero moderno era conclusiva dimostrazione di come il mondo della religione ed il mondo dell’arte siano due mondi fantastici, tutti e due veri, ma d’una verità approssimativa, illusoria e falsamente infinita. Ormai l’uomo può e deve riconoscere nel mondo della religione il suo proprio mondo che è mondo umano in quanto è pieno di slanci sublimi e di alte aspirazioni morali così come la grande riflessione, contemporaneamente, mette da canto le forme falsamente naturali con le quali la fantasia poetica rivestiva il vero. Il mondo moderno, che è quanto dire il cristianesimo, è dunque il vero universale che distrugge e piglia il posto del falso, è il naturale che distrugge il sovrannaturale e l’ha già distrutto al di dentro e in gran parte anche nel di fuori.

In questo ripensamento dell’hegelismo, il D., questo cristiano senza Dio come lo ha efficacemente definito Luigi Russo, riusciva a sistemare tutto il suo pensiero e l’intero programma della sua vita, dall’impegno civile e politico a quello scientifico.

“Anche la medicina scientifica” deve essere ad un tempo religiosa e poetica come può e deve essere, come sarà anche “in fatto” quando” la religione e la poesia rientrino nella filosofia e non solo in idea ma anche in natura”. “Esse sono tutte e due diventate la scienza, ma la scienza non è diventata religione e poesia. La filosofia della religione, non è la religione e deve esserlo; la filosofia dell’arte non è arte e deve esserlo; e l’esempio è dato di come la si deve fare e l’ha dato uno il quale pareva morto e non era che asfissiato e che ora grazie a Dio è mezzo resuscitato. La filosofia dello spirito e della natura, la medicina, deve essere ad un tempo religione e poesia”.

Era questo il programma del D. fin dalla giovinezza napoletana: alla realizzazione di questo programma, con coerenza, egli dedicò l’intera vita operosa conclusa a Bologna il 6 marzo 1891.

Nel 1875 aveva sposato la contessa Ippolita Patellani, vedova con un figlio, Antonio Unico, che il D. adottò, ed una figlia, Gigia, che al D. fu molto cara.

I principali scritti che possono essere qui ricordati, tra quelli non specificamente di scienza medica, sono: A. C. De Meis deputato di Abruzzo Citra agli elettori della sua provincia, Napoli, 8 maggio 1848 (ripubbl. da G. Cacciatore, in IlPensiero politico, IV[1971], pp. 413-419, preceduto da un’introduzione critica, pp. 393-413); Discorso inaugurale nell’assumere l’ufficio di rettore del Collegio medico, Napoli 1848; Discorso di A. C. De Meis exrettore del Collegio medico nel deporre il suo ufficio, ibid. 1848; Idea generale dello sviluppo della scienza medica in Italia nella prima metà del secolo, Torino 1851; Agli elettori di Manoppello, Napoli, 16 febbr. 1861; IlCollegio medicochirurgico di Napoli e la “Monarchia nazionale“, ibid. 1862; Inaturalisti, in Civiltà ital., 22 genn. 1865, pp. 54-57; La natura a volo d’uccello: forza e materia, ibid., 12 e 19 febbr. 1865, pp. 103-107, 115-119; La natura a volo d’uccello: un nuovo corpo semplice, ibid., 1º apr. 1865, pp. (1-9, A. C. De Meis deputato di Chieti ai suoi elettori, Bologna 1865; Ilsovrano, in Rivista bolognese, I [1868], pp. 79-87; Ilsovrano. Lettera al signor G.B. Talotti, ibid., pp. 185-208 (questi scritti, insieme con una Dichiarazione, pubbl. nella Gazzetta dell’Emilia, con le noterelle polemiche del Carducci e gli interventi del Fiorentino in difesa del D. furono ripubblicati dal Croce prima ne La Critica, VIII [1910], pp.401-421, poi nel volumetto A. C. De Meis, Ilsovrano, a cura di B. Croce, Bari 1927). Gli stessi scritti del D. (con l’aggiunta del saggio Lo Stato, già in Rivista bolognese, II[1869], pp. 3-31, 153-194, 453-475) e pagine del Fiorentino furono ripubblicati nel volume A. C. De Meis-F. Fiorentino, Iproblemi dello Stato moderno, a cura di F. Battaglia, Bologna 1947; Dopo la laurea. Vita e pensieri, I-II, Bologna 1869 (alcune pagine furono ripubblicate nello scritto Deus creavit, in Riv. bolognese, III [1869], pp. 724-773); Prenozioni, Bologna 1873, La medicina religiosa, ibid. 1875; All’on. signor comm. G. Monaco La Valletta senatore del Regno, presidente dell’Ass. costituzionale di Chieti, ibid. 1879, Ilcanonico di Campello e la stampa tedesca, in Gazzetta dell’Emilia, 1881, nn. 319, 320, 321, 322, Agli elettori del Iº Collegio di Chieti, Bologna 1882; Darwin e la scienza moderna, ibid. 1886.

Per quanto riguarda l’attività più propriamente scientifica la bibl. più completa del D. resta R. Aurini, D. A. C., in Diz. bibliogr. della gente d’Abruzzo, Teramo 1950, II, pp. 1-26, che contiene anche la bibl. sul D. aggiornata al 1950, e l’indicazione dei carteggi non ancora editi. Altre estese bibl. si trovano in B. Amante-R. Bianchi, Memorie storiche e statutarie…, citato più avanti. Necr. in Corriere di Napoli, 1891, n.68; C. Dalbono, Degli studi in Napoli negli ultimi trent’anni, in Museo di scienze e letteratura, s. 3, V (1857), pp. 137-153; M. Monnier, Le mouvement italien à Naples de 1830 à 1865 dans la littér. et dans l’enseignement, in Revue des deux mondes, 15 apr. 1865, pp. 1010-42; B. Spaventa, Paolattismo, positivismo, razionalismo. Lettera al prof. A. C. D., in Rivistabolognese, s. 1, II (1868), pp. 429-41; S. Tommasi, Lettera al prof. C. D., in Rivista bolognese, s. 1, II (1868), pp. 442 s.; P. Siciliani, Gli hegeliani in Italia, ibid., pp. 516-549; L. Ferri, Essai sur l’histoirede la philosophie en Italie au dixneuvième siècle, Paris 1869, II, pp. 226, 377; P. Siciliani, La critica della filosofia zoologica del XIX secolo. Dialoghi, Napoli 1876, pp. 125-213; F. Fiorentino, Lafilosofia contemporanea in Italia, Napoli 1876, pp. 2- 16; A. Espinas, La philosophie expérimentale en Italie, Paris 1880, pp.42, 116 ss.; L. Settembrini, Ricordanze della mia vita, I, Napoli 1879, pp. 83, 280; II, ibid. 1880, p. 293; K. Werner, Dieitalienische Philosophie des Neunzehnten Jahrhunderts, Wien 1885, pp. 231 s.; D. Iaja, C. D., Darwin e la scienza moderna (recens.), in Cultura. Rivista di scienze, lettere e arti, VI (1887), pp. 65-75; A. Murri, C. D. Parole dette sul suo feretro, in Ann. della R. Università di Bologna, 1891, pp. 123-30; N. Lo Piano, L’hegelismo a Napoli, Potenza 1903, passim;B. Amante-R. Bianchi, Mem. stor. e statutarie del ducato, della contea e dell’episcopato di Fondi in Campania dalle origini fino a’tempi recenti, Roma 1903, pp. 397-427; Z. Bosio, Uno scienziato artista: A. C. D., Roma 1905; G. Gentile, Documenti ined. sull’hegelismo napoletano, in La Critica, IV (1906), pp. 397-410, 483-496; G. Pierantoni Mancini, Impressioni e ricordi (18561864), Milano 1908, pp. 19 s., 96, 151; B. Filipperi, Nel giorno in cui vien posta l’erma di D. sulGianicolo, Roma 1911; M. Pazzi, A. C. D. e laprofezia di Augusto Murri, in Scritti medici inomaggio a A. Murri, Bologna 1912, pp. 565-678; B. Croce, Ricerche e documenti desanctisiani, in Atti d. Acc. Pontaniana, XLV (1915), pp. 1-68; F. Ueberweg, Grundriss der Geschichte der Philosophie vom Beginn des Neunzehnten Jahrhunderts bisauf die Gegenwart, Berlin 1916, pp. 664 s.; B. Costantini, C. D. commemorato al Collegio Romano, in Riv. abruzzese, XXXII (1917), pp. 463-466; G. Canevazzi, D. insegnante a Modena, in L’Archiginnasio, XVII (1922), pp. 221-230; B. Spaventa, Pensieri sull’insegnamento della filosofia e lettereinedite, in Giorn. crit. della filosofia ital., VI (1925), pp. 91- 105; A. Zazo, L’istruzione pubblica eprivata nel Napoletano (17671860), Città di Castello 1927, pp. 208 ss.; G. Alliney, Ipensatoridella seconda metà del secolo XIX, Milano 1942, passim;G. Collina Graziani, Bufalini e D., in Riv. di storia della scienza, XXXIV (1943), pp. 115-149; In memoria di A. C. D. (18171891), ibid., pp. 91 s.; G. Oldrini, Gli hegeliani di Napoli, Roma 1964, ad Indicem;Id., La genesi dell’hegelismo, napoletano, in Belfagor, XIX (1964), pp. 425-51; S. Landucci, L’hegelismo in Italia nell’età del Risorgimento, in Studi storici, VI (1965), pp. 597 ss.; A. Pazzini, Salvatore Tommasi e A. C. D. nel quadro della crisi ottocentesca della medicina italiana, in Pagine di storia della med., XIII (1969), pp. 38-50; B. Spaventa, Unificazione nazionale ed egemonia culturale, a cura di G. Vacca, Bari 1969, pp. 6-9, 303-333; G. Baldi, Salvatore Tommasi e la polemica sulle psicopatie, in Pagine di storia della med., XIV (1970), pp. 86-97; G. Oldrini, La cultura filosofica napoletana dell’Ottocento, Bari 1973, ad Indicem; Gli hegeliani di Napoli e la costruzione dello Stato unitario, Mostra bibliografica e docum., Napoli 1987, pp. 206, 209, 326-30, 367.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...