Antonio Di Benedetto. Prima della parola (2000)

dibenedettoAntonio Di Benedetto. Prima della parola. L’ascolto psicoanalitico del non detto attraverso le forme dell’arte. Franco Angeli. Milano.

Frutto di decennali riflessioni, studi e seminari, questo importante testo riesce a fornire un panorama ampio e convincente della rete sonora che inizia nell’incontro tra prime comunicazioni tra madre e bambino e, per chi sa ascoltare, si fa suono, forma, contenitore di affetti e poi anche parola, movimenti affettivi, partecipazione corporea, creatività, psicoanalisi entrando a pieno diritto nei fondamentali meccanismi del pensiero. Inoltre, diversamente dalla mia aggrovigliata frase appena terminata, il libro di Di Benedetto riesce a esprimere tutto questo in una forma piacevolmente leggibile, spesso inattesa, dato che parlare del preverbale, del quasi indicibile, è un’impresa davvero ardua, ma, come si può constatare, possibile.

Il lettore è impegnato su più scacchiere, ma appunto, mentre in salotto o in tivù dà solo fastidio sentire parole affastellate da più persone come in una scatola di sardine maleducate, in musica è piacevole sentir cantare assieme più voci intonate e a tempo, che trasmettono più emozioni insieme.

Il libro considera in sintesi esauriente le posizioni della psicoanalisi classica sull’espressione artistica. Anzi di qui si avvia l’intero ragionamento di oltre duecento dense pagine. Ma il fuoco dell’interesse si porta subito su quanto il pensiero psicoanalitico può ricevere di utile dall’esperienza estetica e creativa.

Vedere la filosofia in una nuova chiave, come dice Susan Langer, o le figure in modo originale, o l’assieme di parole o suoni in nuove combinazioni, sono tutte manifestazioni della creatività della mente. Di Benedetto dimostra coi fatti a sua volta grande capacità creativa. Senza porsi fuori dal pensiero freudiano, ha prodotto un suo pensiero autonomo, portando così a compimento il progetto che espone nella prefazione in questi termini: (pag. 16) “…intendo proporre una rivalutazione delle radici poetiche della psicoanalisi….[con un] ribaltamento di prospettiva: da una psicoanalisi dell’arte a una psicoanalisi dall’arte. Da una scienza applicata all’arte a una scienza ispirata dall’arte.” Questo perché psicoanalisi ed arte sono parenti stretti (pag. 53) “Tanto che i tre linguaggi principali dell’attività artistica (visivo, musicale, verbale) corrispondono non a caso ai tre segni privilegiati della psicoanalisi: il sogno (immagine), il preverbale (suono), il discorso verbale (parola).”

Molte pagine sono dedicate al campo pre- e paraverbale e tutte le sue possibilità di comunicare affetti, in particolare con l’uso dell’area sensoriale acustica, dai primi fondamentali scambi sonori tra neonato e madre-ambiente, attraverso l’apprendimento del gioco sonoro e della sua bellezza, fino al suono organizzato in musica e, più ancora, al punto nodale del nostro lavoro in studio: come si può perfezionare l’ascolto dell’analista. (pag. 178) “L’ascolto psicoanalitico centrato su quanto viene musicalmente evocato dal discorso dell’analizzando, favorisce l’accesso, più che a un significato latente, a un linguaggio latente, ovvero a un’area di segni non ancora strutturati in linguaggio e tuttavia organizzati come in un messaggio musicale. Tale ascolto rinviene nella musicalità dei discorsi un insieme prerappresentativo che giace nell’inconscio in condizione di latenza verbale.” Il latente secondo questo ascolto è anche “uno stato che prelude alle verbalizzazioni, il precursore sonoro di un discorso futuro” (corsivi dell’a.).

La parola o altro segno che (pag. 59) “rappresenti emozioni o pensieri di uno nella mente dell’altro, ma anche evochi o inneschi un processo trasformativo” è elemento comune alla poesia, all’arte, alla psicoanalisi. D’altra parte (pag. 16) “L’opera d’arte è stimolo di conoscenza tramite la bellezza”, un tipo di conoscenza che ha “carattere anticipatorio, tale per cui fornisce visioni istantanee del mondo interno, che preludono a una più articolata e completa possibilità di pensarlo e verbalizzarlo.” L’esperienza estetica è una forma di insight. Non ho parole, ma sento, capisco e forse le troverò. Magari cantando. Mi ha spesso colpito il ripetersi di un curioso fatto transgenerazionale: più volte i figli di genitori linguisti come De Saussure, Fonagy, Semi, sono diventati psicoanalisti. Forse un tentativo di andare oltre (o tornare indietro a) i primi significati. Certo due modi di indagare quello che si dice (e si tace). Forse potersi ritrovare in quella particolare rêverie che può dar nascita alla parola poetica “una esitazione prolungata tra suono e senso” (P. Valery, cit. a pag. 61).

In ampi capitoli, per mostrare l’uso clinico e teorico dell’ascolto educato, oltre a alcuni sorprendenti esempi clinici chiarificanti, sono considerate opere come il Flauto Magico di Mozart, Sei personaggi in cerca d’autore ed Enrico IV di Pirandello, ma dando più spazio al suono e alla musica e senza cercare di interpretare le opere, ma cercando di ricavare dalle intuizioni geniali degli autori suggerimenti ed aiuto per il nostro lavoro di analisti in cerca di identità, criteri di orientamento e, perché no? Nuove e più chiare esperienze belle, che successivamente ripensate, permettano di pensare alla bellezza.

Ogni tanto si incontrano sintesi folgoranti, come questa (pag. 53) “…i tre linguaggi principali dell’attività artistica (visivo, musicale, verbale) corrispondono non a caso ai tre segni privilegiati della psicoanalisi: il sogno (immagine), il pre-verbale (suono), il discorso verbale (parola.).” O anche (pag. 138) “Il potere dell’arte è quello di organizzare l’esperienza estesica, la sensorialità, talora frammentaria, oscura ed inquietante, in esperienza estetica, ossia in percezioni ricche di emozione, che ti forniscono una prima luce, prelogica, su fatti psichici non decifrabili, di coniugare così il semplice piacere dei suoni con un piacere più alto che prelude alla conoscenza simbolica. E tutto questo con le modalità di un gioco.”

Questa può sembrare un’ipotesi (ma è anche una riflessione, perché gli atti spontanei vitali sono associati a sensazioni piacevoli) è la base su cui costruire le più sottili qualità delle relazioni interpersonali e in particolare di tecnica psicoanalitica (pag. 103): “esistono componenti non codificabili verbalmente in qualunque relazione interpersonale, che possono trovare posto in una sensibilità d’ascolto psicoanalitica, acuita dalla frequentazione di opere d’arte. L’arte ha di fatti il potere di rappresentare qualcosa di irrappresentabile ai più, creando nuove forme simboliche, idonee a significare ciò che altrimenti rimarrebbe confinato nell’ineffabile.” L’attenzione fluttuante va affinata in senso musicale per raccogliere le comunicazioni sonore ma non verbali che veicolano preziosi frammenti di non detto. E questo lavoro diventa meno faticoso se si è in grado di coglierne le parti ludiche. Il gioco di parole, che è poi la forma consapevole del lapsus, è molto usato da Di Benedetto e da altri analisti capaci di giocare; si pensi anche soltanto a Bion che ascolta e traduce “icecream-I scream”. Questa disponibilità al gioco con suoni-parole insieme all’attenzione alle espressioni corporee, sono modi per aiutare il paziente a sentirsi contenuto, ascoltato e compreso; ma aiutano anche l’analista a non essere troppo oppresso ed affaticato. “Un’attenzione siffatta, disposta ad accogliere tutti i segnali corporei, offre ai pazienti un involucro protopsichico di natura sensoriale, una forma preliminare di organizzazione psichica, fondata su un sentire prelinguistico, di natura sensorio-affettiva. Il paziente si sente contenuto quasi fisicamente” (pag. 185).

Il Flauto magico, assunto come opera e percorso esemplare, è visto da Di Benedetto come iniziazione all’insight estetico. I personaggi hanno storie preannunciate dalla musica, prima che i nostri sensi e il libretto ce ne rendano consapevoli. La musica ci aiuta a comprendere qualcosa di oscuro in noi stessi e a chiarire perfino differenti livelli di relazione amorosa (pag. 121-122): dalla forma più arcaica e narcisistica della Regina della Notte, all’amore oggettuale di Papageno, alla forma sentimentale di Tamino e Pamina, fino all’amore ideale di Sarastro. E per ogni forma d’amore ce n’è una di musicale e vocale, nel Singspiel come nello studio dell’analista. La musica, arte in movimento, nel tempo e nelle variazioni, si presta bene a descrivere le trasformazioni, i movimenti (le e-mozioni) e il brusco variare di stati d’animo, con una tensione etica verso il bene e l’ordine, o l’armonia. Così sembrano suggerire Mozart e Schikaneder. “Il flauto è magico, poiché ha il potere di sollevarti da una visione delle cose, imposta dogmaticamente o dispoticamente (la Regina della Notte), e di farti scorgere un orizzonte più vasto, dal quale si può guardare ai fatti dell’esistenza con ingenuità e spontanea naturalezza” (pag. 134)

Rileggendo queste poche pagine mi sono accorto che sono un collage di citazioni dal libro e che non mi è stato necessario aggiungere o chiarire quasi niente. Questo perché lo scritto di Di Benedetto è già chiaro e completo, anche se aperto a ulteriori ricerche.

(Alberto Schön) http://www.psicologi-psicoterapeuti.it/editoria/dibenedetto.html

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