Il problema dell’eutanasia nell’epoca della “morte di Dio”

di Silvio Cappelli

(Conferenza sulla legalità dell’eutanasia – Sulmona 1 giugno 2013)

ISSN  2281-6569
SFI, Sezione di Sulmona Giuseppe Capograssi
[online]

Ringrazio la dott.ssa Liana Moca per l’invito a presiedere e coordinare questo incontro su un tema particolarmente complicato quale quello dell’eutanasia, che, come ormai noto ai più, è la traduzione di un termine greco “eu-thanatos” che significa “buona-morte”. Ringrazio e saluto gli illustri ospiti che presento commosso, quindi la signora Mina Welby, dell’Associazione Luca Coscioni, e vedova di Piergiorgio, la cui triste vicenda noi tutti abbiamo conosciuto negli ultimi anni, così come saluto il dott. Carlo Troilo (autore del libro “Liberi di morire”), a cui mi lega una riconoscenza “paterna” per essere figlio dell’eroico comandante Ettore Troilo, ma che è qui non per parlarci delle gesta della Brigata Maiella, bensì della tragica storia di suo fratello Michele. Così come saluto la prof.ssa Antonella Ficorilli, membro del consulta di bioetica della Sapienza di Roma, e l’amico prof. Mario Setta, che tutti conosciamo benissimo. Un saluto a Roberto di Masci dei Radicali Abruzzesi, partito da sempre sensibili alle tematiche dei diritti. Un caro saluto infine a Roberto Carrozzo e ai responsabili dell’Archivio di Stato.

I)
Come ben sapete, la sfera concettuale dell’eutanasia abbraccia diverse definizioni peculiari. Si parla infatti di eutanasia
•    attiva diretta quando il decesso è provocato tramite la somministrazione di farmaci che inducono la morte (per esempio sostanze tossiche).
•    attiva indiretta quando l’impiego di mezzi per alleviare la sofferenza (per esempio: l’uso di morfina) causa, come effetto secondario, la diminuzione di tempi di vita.
•    passiva quando provocata dall’interruzione o l’omissione di un trattamento medico necessario alla sopravvivenza dell’individuo.
•    volontaria quando segue la richiesta esplicita del soggetto, espressa essendo in grado di intendere e di volere oppure mediante il cosiddetto “testamento biologico”. L’eutanasia è detta non-volontaria nei casi in cui non sia il soggetto stesso ad esprimere tale volontà ma un soggetto terzo designato (come nei casi di eutanasia infantile o nei casi di disabilità mentale).
•    Infine il suicidio assistito è invece l’aiuto medico e amministrativo portato a un soggetto che ha deciso di morire tramite suicidio ma senza intervenire nella somministrazione delle sostanze.

Ora è proprio questa complessità di definizioni che spesso porta a generare confusione, cosa che è rimarcata anche da chi, pur sensibile alle tematiche di cui oggi si discuterà, si dimostra tuttavia scettico circa la proposta di “legalità dell’eutanasia”. Scrive il pastore Sergio Manna, membro della Commissione Bioetica nominata dalla Tavola valdese, qualche giorno fa:
“Quando leggo i sondaggi che affermano che la grande maggioranza dei cittadini italiani sarebbe a favore dell’eutanasia non posso non domandarmi quanto siano veramente informati gli intervistati riguardo a questo tema: se conoscano la differenza tra eutanasia e suicidio assistito, se sappiano che esiste una legge (Legge 15 marzo 2010, n. 38 “Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore”, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 65 del 19 marzo 2010), purtroppo spesso disattesa, che garantisce il diritto alla buona morte mediante le cure palliative e che esiste, nell’ambito delle cure palliative, la possibilità (legale) della sedazione terminale, che è cosa ben diversa dall’eutanasia. Il dubbio è legittimo quando si riflette sul fatto che perfino chi si occupa per mestiere di informazione sembra avere le idee piuttosto confuse in materia. Alcuni mesi fa varie testate giornalistiche italiane, e tra queste La Stampa, trattando di un documento elaborato dall’Associazione dei medici francesi, avevano parlato di un’apertura della Francia all’eutanasia quando invece ciò a cui ci si stava aprendo era la possibilità della sedazione terminale, cioè quella situazione in cui, a fronte di dolori insopportabili, viene soppresso mediante farmaci lo stato di coscienza di un paziente (non il paziente stesso) la cui vita non viene affatto interrotta o abbreviata dal coma indotto”.
A mio avviso questa situazione è figlia anche della paradossalità dell’impostazione data al problema  perché l’interrogazione e il dibattito sull’eutanasia ha posto sempre come punto di partenza il concetto di vita non quello di morte. Da un lato ci si schiera contro l’eutanasia non perché si definisce la morte, ma perché ci si pone come paladini della difesa ad oltranza della vita (ma chi non lo è!), sostenendo però che la vita è un dono di Dio e non un possesso esclusivo dell’uomo. « La vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio, comporta l’azione creatrice di Dio e rimane per sempre in una relazione speciale con il Creatore, suo unico fine. Solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente» (Congregazione per la Dottrina della Fede 1988).
Dall’altro lato, i comitati di bioetica, che affrontano la cosa secondo l’“etica” sì, ma sempre e comunque della “vita”, affermano al contrario che la vita fa parte dell’uomo, è dell’uomo, e che l’uomo, essendo libero perché si “autodetermina”, si “autogoverna”, può decidere in piena coscienza da sé, sotto ovviamente le condizioni peculiari di cui prima, di interrompere il flusso vitale. In questo mondo i due “partiti” si scontrano su un terreno che per quanto comune, cioè quello della vita, va avvolgendosi continuamente su se stesso, tanto da creare una cristallizzazione delle rispettive posizioni che è destinata ad esaurirsi, come spesso accade, in uno scontro frontale piuttosto che in un’occasione di vera crescita civile e culturale del paese.

II)
E allora come uscire da questa impasse? Forse ponendo al centro dell’attenzione la morte in quanto tale e chiedersi quale significato abbia la morte per l’uomo!
Cosa è la morte dunque? Una domanda questa che è più originaria di quella sulla vita perché la vita è un dato, la vita non sconvolge gli uomini, la morte sì. Ecco che il senso della morte ci proviene non dal pensiero, ma dal mito, non dalla filosofia, ma dalla tragedia. Il motivo è semplice. La vita, l’essere, stupisce; la morte, il non-essere, spaventa. La vita genera la filosofia ponendo la domanda sul perché delle cose, sul perché c’è l’essere piuttosto che il non-essere; la morte, invece, genera la religione ponendo non una domanda, ma aprendosi alla preghiera, all’invocazione, all’aiuto disperato da parte di una entità superiore, che poi si presenta sotto varie forme e vari nomi. Prima gli dei, poi Dio. È questa la condizione originaria della storia: non dunque la domanda sulla vita, ma l’invocazione d’aiuto, la preghiera. Vico, per esempio, vede proprio in questo gesto che genera ed è generato dalla paura la scintilla da cui ha inizio il corso della civiltà. Lui fa riferimento al mito biblico dei bestioni che scossi dal tuono e dalla saetta si scoprono appunto “umani”, troppo umani, per dirla con Nietzsche…allo stesso modo un altro pensatore, il tedesco Herder, nella sua Filosofia della storia, facendo riferimento proprio a questo episodio, afferma che accanto al sentimento di dipendenza successivo alla paura del tuono, occorre riconoscere il gesto dello sguardo verso l’alto e ciò perché in questo modo, staccando gli occhi da terra e puntandoli in alto, i bestioni si accorgono dell’esistenza del cielo. Ecco dunque il momento decisivo. Il distacco dalla terra, in virtù del quale i bestioni diventano uomini, scoprendosi nella loro “ex-sistenza”, nel loro “stare-oltre” la condizione di pura animalità. Il puro e semplice timore che è tipico anche degli animali, perché anche loro fuggirebbero nel caso dello scoppio del tuono, non è tuttavia esaustivo e sufficiente affinché gli uomini siano tali, ma occorre che quei bestioni invochino, preghino, si rivolgano al cielo cercando una salvezza possibile. Ma salvezza per cosa? I bestioni non sanno di esistere, non sanno cosa sia vita. Lo scoprono solo ed esclusivamente quando hanno la percezione della minaccia del loro venir meno, del non-essere, della morte. Vedete allora come la morte sia la condizione fondamentale per la scoperta della vita, come sia cioè la morte a consegnare alla vita il suo senso autentico. “L’essere è, il non-essere non è”, diceva Parmenide. Questo è il principio della logica e della filosofia occidentale. È su questo principio che si fonderà anche il cristianesimo/teologico… “In principio era il logos”, scrive Giovanni…vale a dire In principio era l’essere piuttosto che il non-essere. Ora invece ci accorgiamo che questo non vale. Perché è il non-essere l’origine dell’essere; è la morte il principio della vita, la sua condizione imprescindibile.

III)
Qual è il senso della morte per l’uomo? In fondo questa è l’interrogazione che quasi 100 anni fa si poneva Freud nel saggio meraviglioso, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte  (1915), ma che riprendeva, sotto molti aspetti, l’impostazione di Montaigne che 500 anni fa, ne I Saggi, affermava: «La meta della nostra corsa è la morte, è questo l’oggetto necessario della nostra mira: se ci spaventa, come è possibile fare un passo avanti senza agitazione? Il rimedio del volgo è di non pensarci». Nel XX secolo, oltre a Freud, ritengo che nessuno meglio (?) di Martin Heidegger abbia affrontato la questione della morte nel suo significato per l’uomo. Heidegger, in un testo epocale del 1927, Essere e tempo, sosteneva che l’uomo è definibile come “essere-per-la-morte”, là dove la morte indicava appunto il suo orizzonte ultimo di senso. Ma proprio perché tale, proprio perché “ex-sistente” l’uomo è allora orientato oltre se stesso, è cioè “trascendente”, esattamente come i bestioni di Vico. L’uomo non è fossilizzato per questo nel presente, come se esistesse solo ed esclusivamente questa dimensione, ma questo presente, l’hic et nunc, è illuminato di senso dalla comprensione e dall’esperienza del non-ancora, quindi della morte. Certo lo scenario della riflessione heideggeriana, pur riprendendo le considerazioni di Vico, se ne distacca sotto un aspetto radicale. Tra Vico e Heidegger c’è Nietzsche, c’è l’evento del nichilismo occidentale, vale a dire l’esperienza della “morte di Dio”. Allora si comprende come questo “essere-per-la-morte” che è l’uomo, sia sì progettualità, sia sì orientato al “futuro”, ma sempre e comunque riassorbito nell’evento ultimo della morte, che è in sé intrascendibile e che va riconosciuto ed accettato in tutta la sua tragica irriducibilità. Non c’è spazio  per la preghiera, non c’è spazio  per l’invocazione, ma solo la fredda accettazione che quell’orizzonte a cui il bestione guardava sia stato distrutto, sia crollato, si sia dimostrato pura illusione, semplicemente “non è”. In questa sede però è opportuno sottolineare come il riconoscimento dell’“essere-per-la-morte” abbia un risvolto positivo. Proprio perché l’uomo si riconosce, in virtù della comprensione della morte, come “progettualità”, quindi come “possibilità”, si ha la condizione della scoperta di un vivere positivo in questo mondo. Comprendersi come “essere-per-la-morte” significa riconoscere il valore della vita fino in fondo, abbattere ogni forma di “alienazione” che corrisponde a un sentirsi succube e sottomesso a qualcosa d’altro da sé, sia esso Stato o religione. In poche parole, significa essere liberi. Qui allora il circolo si chiude: il fondamento è l’“essere-per-la-morte” che dona senso alla vita, che illumina la vita consegnandola alla sua autenticità, cioè la vita come progetto, come possibilità d’apertura al futuro “terreno”, umano, che è tale sempre e solo all’interno dell’evento ultimo della morte. Riconoscere questo è l’unico modo di vivere, accettando il proprio destino, esattamente come gli eroi. Questa è la definizione assoluta di libertà nell’epoca del nichilismo, nell’epoca della “morte di Dio”: riconoscere che la morte è il senso ultimo della vita e che per questo la vita merita di essere vissuta.

IV)
Ora la domanda però è questa: la vita merita di essere vissuta, ma sempre? Abbiamo visto che la vita è tale in virtù della morte che la scopre come “possibilità” e come “progettualità”. È ovvio allora che una vita che si presenti come negazione di possibilità, come non progettualità, non è se stessa, è non-vita. È sì vita, ma non autentica, direbbe Heidegger, bensì vita inautentica. Se posto in questi termini, la domanda nel caso dell’eutanasia sarà: l’uomo deve essere costretto ad una vita che non è “possibilità”, che non è progettualità, che è dunque inautentica, è non-vita, oppure non ha egli diritto all’ultima e suprema possibilità, all’ultima e suprema “volontà di vivere” che è quella di consegnarsi alla vita autentica e quindi al suo inesorabile destino? L’eutanasia allora, dal mio modesto punto di vista, non è altro che la decisione suprema e assoluta della volontà di consegnarsi alla vita autentica, all’ultima possibilità possibile, quella della morte, riaffermando per questo il principio della libertà intesa come accettazione del proprio destino! Non a caso allora Freud concludeva quel suo saggio parafrasando il noto detto latino “Si vis pacem, para bellum!” in “Si vis vitam, para mortem” (se vuoi sopportare la vita, disponiti ad accettare la morte). In fondo l’uomo libero è colui che non si sottrae al proprio destino, che lo accetta appunto fino in fondo, eroicamente, come fecero un Achille o un Socrate o un Gesù Cristo. Partire dal senso della morte, dal mistero della morte è in fondo il punto di partenza anche del cristianesimo di oggi, come religione della speranza.
« Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. […] Purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita, è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. » (Piergiorgio Welby)
Non vorrei sottrarre del tempo prezioso alle relazioni dei nostri ospiti, ma soprattutto vorrei che alla fine degli interventi ci sia un forte dialogo con il pubblico a cui io, sebbene mi trovi qui, mi sento di appartenere perché è la prima volta che ho l’occasione di confrontarmi sul tema. Lascio dunque immediatamente la parola alla signora Welby.

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