Pragmatismo, filosofia, educazione: la critica di Horkheimer

di Edoardo Puglielli (professore di filosofia e scienze umane)

ISSN  2281-6569
SFI, Sezione di Sulmona Giuseppe Capograssi
[online]

horkheimer

Il pragmatismo, spiega Max Horkheimer (1895-1973), «riflette l’industrialismo moderno per il quale la fabbrica è il prototipo dell’esistenza umana e il lavoro in tutti i campi dell’attività culturale dev’essere modellato sulla produzione a catena o sui metodi di direzione razionalizzata»[1]. Con l’aumentare della complessità dell’attività produttiva cresce di pari passo anche la complessità della società, della sua articolazione interna, dei ruoli che in essa vengono svolti, della divaricazione sempre più ampia tra lavoro intellettuale e manuale, dando luogo ad un sempre più pervasivo e impalpabile assoggettamento della società stessa al processo di parcellizzazione e razionalizzazione produttiva. I meccanismi produttivi posti in essere dall’uomo finiscono, in altre parole, per autonomizzarsi, fino a configurarsi come una gigantesca macchina impersonale ed autoreferenziale a cui l’uomo stesso deve passivamente adattarsi obbedendo a schemi generali e standardizzati di comportamento. Aumenta, per l’uomo, la passività nella scelta dei fini per le proprie azioni, determinati e imposti da una sempre più enigmatica ed indecifrabile logica riproduttiva.

La rinuncia a definire gli scopi ultimi per orientare la propria vita, però, induce la società ad affidarsi ad una ragione ‘strumentale’, limitata cioè ad individuare semplicemente mezzi per perseguire scopi che essa stessa né pone né può controllare. La ragione, in questo modo, si trasforma in un «semplice accessorio dell’apparato economico onnicomprensivo»[2], adattabile a qualunque scopo e subalterna ai rapporti di dominio esistenti. La conseguenza è che: 1) l’efficienza (ossia la disponibilità a rendere tutto ciò che esiste funzionale alla razionalizzazione produttiva) diventa il fine in sé della ragione, e, di riflesso, che 2) «l’individuo efficiente è quello il cui rendimento è un’azione solo nella misura in cui è la reazione più appropriata alle oggettive pretese del sistema, e la sua libertà si limita alla selezione dei mezzi più adeguati per raggiungere una meta che lui non ha stabilito»[3]. La ragione – viene ribadito – si trasforma in mezzo per fini ad essa estranei, contribuendo da un lato a legittimare ideologicamente l’assetto socio-economico vigente e, dall’altro, a porre in essere le condizioni necessarie alla sua stessa riproduzione: «si potrebbe dire che il pensiero stesso è stato ridotto al livello dei processi industriali, assoggettato a tabelle orarie rigorose; in breve, che sia diventato parte integrante del processo di produzione»[4]. Con le parole di Herbert Marcuse (1898-1979): «il sistema di vita creato dall’industria moderna è un sistema di elevatissimo utilitarismo, opportunismo ed efficienza. La ragione diventa equivalente a un’attività che perpetua questo mondo. Il comportamento razionale diventa identico a una sorta di pragmatismo che insegna una ragionevole remissività e garantisce così una volontà d’accordo con l’ordinamento sociale che si è venuto affermando»[5].

Il pragmatismo, dunque, rispecchia acriticamente le logiche fondamentali della riproduzione capitalistica. Esso si accompagna a «forme di liberalismo politico e di liberismo economico strettamente legate allo sviluppo del capitalismo, così che anche la pedagogia e l’educazione a essi ispirata si iscrive in forme siffatte»[6]. Il pragmatismo, più precisamente, intende la ragione come «facoltà intellettuale di coordinazione»[7]; idee, concetti e teorie sono viste sempre meno come pensieri con un proprio significato ed un proprio contenuto veritativo e intese sempre più come semplici schemi o progetti d’azione da mettere in atto in un assetto sociale posto come indipendente ed autonomo rispetto agli uomini che quotidianamente lo mettono in moto e dotato di una propria razionalità. «Il pensiero», sulla base di tale presupposto, «è uno strumento di tutte le azioni della società, ma non deve cercare di stabilire le norme della vita sociale o individuale, che si suppone siano stabilite da altre forze»[8]. Il pensiero, in altre parole, può solo indagare gnoseologicamente il mondo della mercificazione universale ma non può valutarlo assiologicamente, essendo «le norme della vita sociale o individuale stabilite da altre forze». La conseguenza, fa notare Riccardo Massa (1945-2000), è che nel pragmatismo l’attenzione è «sempre posta sulla metodologia della scienza»[9], intesa come descrizione neutra ed avalutativa di fatti empiricamente costatabili in una realtà pensata come indipendente dall’uomo nei suoi automatismi. Per «l’intellettuale medio» esiste così una sola «autorità, cioè la scienza intesa come classificazione dei fatti»[10] registrati in un mondo che può essere solo rispecchiato e a cui il soggetto deve solo adeguarsi. L’affermazione che la giustizia e la libertà sono di per sé migliori dell’ingiustizia e dell’oppressione finisce addirittura per essere «inutile»[11], perché non dimostrabile «scientificamente». Ma laddove il pensiero non è più di nessuna utilità per stabilire se un fine sia giusto o desiderabile in sé, anche i principi basilari dell’etica, della politica e di tutte le decisioni fondamentali finiscono per dipendere da fattori diversi dalla ragione: «nell’aspetto strumentale sottolineato dal pragmatismo, è messo in rilievo il suo piegarsi a contenuti eteronomi. La ragione è ormai completamente aggiogata al processo sociale»[12].


[1] Max Horkheimer, Eclisse della ragione. Critica della ragione strumentale [1947], Einaudi, Torino 2000, pp. 48-49.

[2] Ivi, p. 13.

[3] Herbert Marcuse, Alcune implicazioni sociali della moderna tecnologia, in Giacomo Marramao (a cura di), Tecnologia e potere nelle società post-liberale, Liguori, Napoli 1981, p. 142.

[4] Max Horkheimer, Eclisse della ragione. Critica della ragione strumentale, cit., p. 25.

[5] Herbert Marcuse, Alcune implicazioni sociali della moderna tecnologia, cit., p. 147.

[6] Riccardo Massa, Istituzioni di pedagogia e scienze dell’educazione, Laterza, Roma-Bari 1995, p. 219.

[7] Max Horkheimer, Eclisse della ragione. Critica della ragione strumentale, cit., p. 15.

[8] Ibidem

[9] Riccardo Massa, Istituzioni di pedagogia e scienze dell’educazione, cit., 219.

[10] Max Horkheimer, Eclisse della ragione. Critica della ragione strumentale, cit., p. 27.

[11] Ibidem

[12] Ivi, p. 25.

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