Quale Fede? Riflessioni in margine all’enciclica “Lumen Fidei”

di Mario Setta

ISSN  2281-6569
SFI, Sezione di Sulmona Giuseppe Capograssi
[online]

papaL’enciclica “Lumen Fidei”, firmata da due papi, è una novità nella storia della Chiesa, a causa della presenza di due pontefici, senza che vi sia in atto uno scisma. Benedetto XVI, papa Ratzinger, pubblica l’enciclica che aveva preparato da tempo, coinvolgendo anche papa Bergoglio, Francesco.

Ed è evidente dalla forma e dal contenuto, altamente teologici, che l’enciclica è sostanzialmente “farina” di papa Ratzinger, che conclude così la sua trattazione sulle tre virtù teologali: Carità, Speranza, Fede. Un’enciclica che si rivolge all’interno della Chiesa e che sottolinea un modello dogmatico e quindi statico di “Fede”. Il teologo Leonardo Boff, esponente di punta della teologia della liberazione, che in passato è incorso nei provvedimenti punitivi da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede (ex-S.Uffizio), ha scritto che “nell’enciclica si trova un gap doloroso che toglie molto del suo interesse: non affronta la crisi di fede dell’uomo di oggi, i loro dubbi, le loro domande, né la fede è in grado di rispondere…”.

Del concetto di “fede” già da tempo parecchi teologi hanno tentato di distinguerne due aspetti: la fede come elenco di verità dogmatiche (fides quae creditur), e la fede come tensione verso la Trascendenza (fides qua creditur). E’ chiaro che una Fede, senza aggettivi, come tensione verso la Trascendenza e l’Assoluto, presentandosi come una specie di imprinting (“dono gratuito dato a tutti gli uomini”) sarebbe aperta a tutte le religioni, a tutti gli uomini.

La “fede cristiana”, invece, apporta la specificità di Cristo, Parola (Logos) divenuta Carne Umana (sarx), per “redimere” l’umanità dalla condizione di peccato. “La fede sa che Dio si è fatto molto vicino a noi, che Cristo ci è stato dato come grande dono che ci trasforma interiormente, che abita in noi, e così ci dona la luce che illumina l’origine e la fine della vita, l’intero arco del cammino umano” (Lumen Fidei, 20)

Ciò che ci lega a Cristo è l’aspetto della “terrenità”. O, ancora di più, della comune umanità. Ed è per questo che Gesù non si definisce mai esplicitamente “Figlio di Dio”, ma ripetutamente “Figlio dell’Uomo”: 69 volte nei Vangeli sinottici e 13 volte nel vangelo di Giovanni.

Nel Nuovo Testamento la figura di Gesù viene descritta come “Figlio di Dio” per metterne in risalto la trascendenza, e “Figlio dell’Uomo” per caratterizzarne l’immanenza, la storicità. Su questi due volti di Cristo si è dipanata nei secoli la teologia in generale e quella cristologica in particolare. Nel periodo del post-concilio Vaticano Secondo, la nascita e affermazione della “teologia della liberazione” si è indirizzata a presentare il volto umano di Cristo.

La Parola di Dio è Gesù, il “servo di Yawé”, descritto ampiamente nel libro del profeta Isaia: “Proclamerà il diritto con fermezza, non si abbatterà finché non avrà stabilito il diritto sulla terra” (42, 3-4). Nel Vangelo di Giovanni la figura del “servo sofferente” è ricordata molto spesso. Per questo lo sforzo della teologia della liberazione, nata e sviluppatasi soprattutto in America Latina, dove la stragrande maggioranza di persone vive nella più terribile e disumana oppressione, è stato quello di annunciare Cristo crocifisso ad un “popolo crocifisso”. E proprio coloro che hanno annunciato e testimoniato questa “Fede” sono stati assassinati: padre Rutilio Grande assassinato il 12 marzo 1977, il vescovo Oscar Romero assassinato durante la Messa il 24 marzo 1980, padre Ignazio Ellacurìa, assassinato con altri confratelli all’Università di El Salvador il 16 novembre 1989.

Jon Sobrino, l’unico prete-gesuita rimasto incolume dalla strage di El Salvador, ha scritto su Gesù due volumi fondamentali, sottolineando:“Bisogna presentare Cristo nella sua capacità di umanizzazione, essere voce dei senza voce contro quelli che hanno troppa voce”.

Nel 2006 Sobrino ha ricevuto richiami da parte dell’ex-S. Uffizio, ma senza condanna ufficiale. Almeno, finora. Anzi, il nuovo presidente della Congregazione per la Dottrina della Fede, Mons. Gerhard Ludwig Müller, ha dichiarato: «Il movimento ecclesiale e teologico dell’America Latina, noto come “teologia della liberazione”, che dopo il Vaticano II ha trovato un’eco mondiale, è da annoverare, a mio giudizio, tra le correnti più significative della teologia cattolica del XX secolo”. Parole giunte, purtroppo, tardi. Ma parole che annunciano “la fine della guerra alla teologia della liberazione”, come è rimbalzato sulla stampa internazionale.

“Per me, – ha scritto Leonardo Boff, – la cosa più importante che si è detta di Gesù nel Nuovo testamento non è tanto che egli è figlio di Dio, Messia, ma che è passato per il mondo facendo il bene, guarendo alcuni e consolando altri. Quanto mi piacerebbe che si dicesse questo di tutti e anche di me”.

La Chiesa, oggi, si trova ad un punto cruciale: o la fine storica o germe d’una nuova umanità. Massimo Franco, giornalista di “Avvenire” ed oggi editorialista del “Corriere della Sera”, nel libro “La crisi dell’Impero Vaticano”, denso di fatti e riflessioni, riporta i dati del rapporto del National Intelligence Council, in cui si prefigura un “mondo post-occidentale”, col declino del Vaticano, dell’Unione Europea e degli USA.

Chissà che i numerosi e gravi scandali emersi in Vaticano non facilitino la “resurrezione” d’una Chiesa, svincolata dal Vaticano e dalle catene del potere politico-economico, proiettata verso la realizzazione del “nuovo cielo e nuova terra”, secondo l’immagine dell’Apocalisse.

La figura di Papa Francesco, col pastorale di legno in mano, che accoglie a Lampedusa i disgraziati del mondo, è l’emblema d’un pastore che conosce le pecore, le chiama una per una, cammina innanzi ad esse, è disposto ad offrire la vita per loro. Ma sa anche che ci sono altre pecore che non sono dell’ovile; anche queste devono ascoltare la voce di Cristo-Pastore Unico, perché si faccia un solo ovile e un solo pastore. Un ovile che ha nome “Umanità” e un Pastore “il Figlio dell’Uomo”. Un papa povero-cristo, fratello di tutti i poveri-cristi del mondo.

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