Nietzsche, viandante in Abruzzo

di Mario Setta

ISSN  2281-6569
SFI, Sezione di Sulmona Giuseppe Capograssi
[online]
Friedrich Nietzsche (1844-1900)

Friedrich Nietzsche (1844-1900)

Nietzsche ha incarnato l’ideale del “viandante”. Non l’ha solo descritto nelle sue opere. L’ha realizzato nella vita. Per necessità e per vocazione. Ne parla espressamente nel suo capolavoro, Così parlò Zarathustra. Tutto il libro presenta la vita dell’uomo come una continua ascesa, metafora dell’esistenza. A trent’anni, Zarathustra-Nietzsche lascia la sua patria e s’incammina sui monti. Nuovo Abramo, nuova Rivelazione, nuovo Messia. Nella Terza Parte del libro, dichiara: «Io sono un viandante e uno scalatore di montagne […] Non amo le pianure e sembra che non sappia star fermo a lungo. […] Io sto ora di fronte alla mia ultima cima e di fronte a ciò che mi fu più a lungo risparmiato… il mio cammino più duro… la mia peregrinazione più solitaria ». Secondo Eugen Fink questa è «la parte principale dell’opera, il suo “centro” […] Zarathustra è in viaggio verso la sua caverna nei boschi, verso la sua ultima e più sublime solitudine, dove gli si pone il suo pensiero più profondo, quello della sua ultima trasformazione». (1)

Il primo febbraio 1883, da Rapallo,  Nietzsche scrive all’amico Heinrich Köselitz (Peter Gast), annunciandogli:   «Si tratta di un libro piccolissimo – più o meno cento pagine di stampa. Ma è il migliore dei miei libri e per me significa essermi tolto un gran peso dal cuore. Non ho mai scritto nulla di più serio né di più allegro; mi auguro di cuore che questo colore – che non deve necessariamente essere una mescolanza – diventi sempre più il mio colore “naturale”. Il libro si chiamerà “Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno”. Con questo libro sono entrato in un nuovo “girone” – d’ora in poi in Germania verrò certamente annoverato tra i pazzi. Sono “prediche sulla morale”  di un genere inconsueto». (2)

Lo stesso giorno scrive a Franz Overbeck, facendo allusione al nuovo libro: «Nel frattempo, in sostanza in pochissimi giorni, ho scritto il mio libro migliore». (3)

Il 13 febbraio 1883, sempre da Rapallo, scrive al suo editore Ernst Schmeitzner: «Oggi ho una buona notizia da darLe: ho compiuto un passo decisivo – e tale che, a mio avviso, può essere vantaggioso per Lei. Si tratta di un volumetto (di appena cento pagine), il cui titolo è “Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno”. Si tratta di una “composizione poetica”, o di un quinto “Vangelo”, oppure è qualcosa per cui non esiste ancora una definizione: è la mia opera di gran lunga più seria e anche più allegra,  e accessibile a chiunque». (4)

Il giorno successivo invia il manoscritto all’editore. Lo stesso giorno, a Genova, legge sui giornali  la notizia della morte di Wagner, col quale aveva avuto un rapporto di amore-odio: osannato e deriso, amato e ripudiato. Wagner lo aveva accusato di pederastia. Per Nietzsche “un’offesa mortale”. Ma, forse Wagner aveva lanciato l’accusa, perché non aveva gradito il cambiamento radicale di Nietzsche nei confronti della  sua musica: da ammiratore a denigratore.   

Joachim Köler, studioso dell’opera di Nietzsche e autore d’una sua biografia dal taglio esplicitamente psico-sessuale, scrive: «Eiser comprese ciò che Wagner voleva dire: Nietzsche è omosessuale. La sua perversione lo trascina alla decadenza. Il crollo fisico è solo l’aspetto visibile del vizio ». (5)

Ma, in Nietzsche,  la stima e l’ammirazione  per il “vero” Wagner resteranno, come nostalgia e come stimolo,  per la sua nuova creatura , “Zarathustra”.  Un capolavoro, “Così parlò Zarathustra”, che non era, come voleva far credere l’autore,  un “volumetto”,  buttato giù in pochi giorni. Era, invece, il parto d’una lunga gestazione,  protratta per mesi ed anni  e che continuerà  con la pubblicazione definitiva delle quattro parti, tanto che confesserà di trattarsi della gravidanza d’una elefantessa.

Jacob Burckhardt, il grande studioso del Rinascimento italiano, gli scriverà: “[…] Lei rende particolarmente difficile la vita ai mortali, ma il libro finirà per attrarre continuamente coloro che se ne sono adirati. Per me è un godimento tutto particolare sentire qualcuno, che si trova così in alto al di sopra di me, proclamare gli orizzonti e le profondità che egli vede”. (6)

In quella primavera del 1883, il desiderio di ritirarsi in montagna, la ricerca di scomparire in qualche monastero isolato, diventa un ritornello nelle lettere che Nietzsche scrive agli amici. Il 20 maggio a Overbeck: «Quanto all’uso che farò degli anni a venire, su questo non ho più incertezze. Una condizione esteriore è quella “fuga dal mondo” a cui ho accennato già tante volte per lettera: questo almeno è chiaro, e chi mi vuole bene riuscirà anche a spiegarselo. E’ una decisione che mi costa molta più fatica di quanto tu possa immaginare; la scelta poi della località adatta mi porta quasi alla disperazione». (7)

 E il 28 maggio a Marie Buamgartner: «Io mi trovo ora in alto mare ed esigo il massimo da me e per me. A questo è legata una mia decisione, che da anni sono incerto  se prendere o abbandonare, e per la quale finalmente – ora! – mi sento maturo e forte abbastanza: la decisione di “scomparire” per qualche anno.[…] Voglio vivere una vita dura come altri mai: sotto questo giogo e non altrimenti riuscirò a sentirmi  con la coscienza a posto per il fatto di possedere quello che pochi uomini hanno o hanno avuto: ALI – per dirlo in metafora.» (8)

E’ appena uscito, o forse sta ancora cercando di uscire dal trauma psicologico che lo ha afferrato un anno prima. S’era rifugiato nell’alcool, nella morfina, nell’oppio.  Quella strana storia  d’amore l’ha prostrato terribilmente. Fa enorme fatica psico-fisica a superare l’esperienza di innamoramento con Lou Salomé. Lui, ormai trentanove anni,  e lei poco più che ventenne. Lou,  figlia unica del generale russo di origine tedesca,  Gustav von Salomé. L’incontro tra Nietzsche e Salomé  era avvenuto, a Roma, nell’aprile del 1882, nella basilica di S. Pietro, presentatagli  dall’amico Paul Rée, che ne era affascinato. Ma Lou aveva solo un modello ideale: suo padre.  Già precedentemente aveva avuto  esperienze affettive  con maschi più anziani di lei, come nel caso del pastore Gillot. Lui  quarantaduenne, lei diciassettenne. Ma il rapporto con Nietzsche è drammatico. Dopo due settimane dall’incontro a Roma, i tre (la “santa trinità”  o il  “mènage à trois”), si ritrovano sul lago d’Orta, al santuario di San Francesco, detto Monte Sacro. Qui, probabilmente, Lou bacia Nietzsche e quel bacio sembra essere la prova d’amore, tanto che Nietzsche  le fa la proposta di matrimonio. Ma Lou rifiuta. Più tardi Nietzsche dirà che s’era trattato  del “sogno più entusiasmante” della sua vita, mentre  Lou confesserà di non ricordarlo. Non passerà, tuttavia,  molto tempo che Lou sposerà lo studioso Friedrich Carl Andreas, quindici anni più anziano di lei.

E’ in questo periodo di crisi, di depressione, di frustrazione per un amore non corrisposto, di profondo disagio familiare con la madre e la sorella che accusano e osteggiano Lou Salomé, che Nietzsche elabora  lo “Zarathustra”.  Sarebbe estremamente semplicistico e riduttivo presentare il capolavoro di Nietzsche come frutto d’una delusione amorosa. Il malessere esistenziale di Nietzsche ha radici ben più profonde: tare ereditarie, educazione religiosa, ipersensibilità.

D’altronde i padri della psicanalisi, da Freud a Jung, troveranno notevole materiale di ricerca psicologica nella personalità e nell’opera di Nietzsche. La stessa Salomé  sarà una fonte privilegiata (cfr.  “Il mio ringraziamento a Freud”).   

Nell’autobiografia,  “Ecce Homo. Come si diventa ciò che si è”, che scriverà cinque anni dopo,  Nietzsche  ricorda  che trovandosi a Roma in quella primavera del 1883, pensa di lasciare la città e  di recarsi in Abruzzo, a L’Aquila.  Scrive:  «In fondo, questo luogo, il più indecente fra tutti sulla terra per il poeta di Zarathustra, luogo che non avevo scelto liberamente, mi infastidiva oltre misura; tentavo di evadere – volevo andare all’Aquila, l’antitesi di Roma, fondata in odio a Roma, come il luogo che un giorno io fonderò, in ricordo di un ateo e nemico della Chiesa “comme il faut”, uno degli esseri a me più affini, il grande imperatore Federico II di Svevia. Ma in tutto questo c’era un destino: dovetti tornare indietro». (9)

Lettera di Nietzsche del 10 giugno 1883

Lettera di Nietzsche del 10 giugno 1883

In una lettera (cartolina), indirizzata alla sorella Elisabeth che era rimasta a Roma, le scrive da Terni, con data “intorno al 10 giugno1883”: «E’ andata male! Lo scirocco ha inferto la sua spada fiammeggiante su L’Aquila! Quel posto non fa per me! Ho fatto ritorno qui a Terni con un male di testa violentissimo ecc. Pioggia torrenziale. Adesso sono a letto! Domani proseguo per la Svizzera. Per ora non so dirti nulla di più preciso. Di cuore tuo fratello (davvero disperato, però!) » (10)

Nella biografia di Nietzsche di Curt Paul Janz, è scritto: «Il 13 giugno manda alla sorella a Roma una cartolina da Torni-Aquila, dove lamenta la sua delusione a proposito del clima: “Fallimento! Scirocco anche qui. […] Domani proseguo per la Svizzera. Altro non so” ». (11)

(E’ strano che nell’edizione italiana Terni sia diventato Torni; forse a causa del segno grafico tedesco con umlaut [ö], che in italiano non esiste). 

Lo scirocco, di cui spesso Nietzsche parla nella corrispondenza, non è tanto il vento, caldo e umido che viene dal Mediterraneo, quanto la metafora di Salomé e dell’incubo che gli ha procurato.  “Scirocco” è, quindi,  “il nemico”. Nemico che si incarnava in Lou Salomé: «Definisco L (ou) il mio scirocco in carne ed ossa»,  scrive a Paul Rée, che era stato proprio lui a fargliela conoscere.  Beatrice Commengé, scrittrice algerina, parla di “disastroso tentativo di soggiorno in Abruzzo”, soffermandosi a parlare dell’aquila, come uccello e come simbolo, “opposta al serpente, divinità ctonia, figlio di Gaia, amico della terra e della vita”. (12)

L’aquila e il serpente sono  le metafore per eccellenza di Nietzsche. Che cosa ha reso “disastrosa” la visita di Nietzsche a L’Aquila? Non sappiamo. Nietzsche non ne parla. Forse il suo stato d’animo, la sua suscettibilità, la sua facile disposizione alla delusione nel confrontarsi con la realtà.

La sorella Elisabeth informerà la madre: «Il buon Fritz è ripartito in fretta alla ricerca di una villeggiatura estiva, o meglio, per andare a vedere una cittadina  che ha in mente già da parecchio tempo, dove vorrebbe fermarsi  per un certo periodo. Temo soltanto che si tratti di un altro viaggio inutile. Io devo rimanere qui ad attendere notizie, per poi mandargli la sua roba. Può anche darsi che torni indietro. Se solo riuscisse a trovare qualcosa di buono! Ogni volta che gli va male si abbatte talmente, perché l’anno scorso gli è andato male tutto.» (13)

Dalle parole di Elisabeth si intuisce che Nietzsche pensava da tempo all’Aquila, all’Abruzzo. D’altronde organizzava minuziosamente i suoi viaggi. L’Abruzzo,  rappresentato sempre come luogo di solitudine, di eremitaggio, di confronto-scontro con le forze della natura, non poteva non affascinarlo.  Il 1 luglio 1883 scrive a Köselitz da Sils Maria in Svizzera: «Ho passato un periodo di grande insicurezza e indecisione […]. In seguito alcune cose non sono andate per il loro verso: per esempio il tentativo di trovarmi in Italia un luogo adatto per trascorrervi l’estate. Ho provato una volta sui monti Volsci e un’altra negli Abruzzi (a L’Aquila). » (14)

Nietzsche, poeta e filosofo,  va  alla ricerca della purezza, dell’ascesi, della “noluntas”, come aveva scritto in una delle considerazioni inattuali, “Schopenhauer come educatore”: «Vi è un modo di negare e di distruggere che è proprio l’emanazione di quel possente anelito alla santificazione e alla salvazione che Schopenhauer per primo con la sua filosofia ha insegnato a noi uomini dissacrati e secolarizzati.» E, citando Meister Eckhart: “L’animale più veloce che vi porta alla perfezione è il dolore”.

Un dolore da affrontare, senza soccombere. Nel giugno del 1883, sognando L’Aquila (l’aquila),  Nietzsche ha in mente l’idea di  “volontà di potenza”, tanto che  il 10 luglio, da Sils Maria, scrive affettuosamente alla sorella Elisabeth: «Mio caro Lama,il mio Zarathustra è talmente progredito che già alla fine di questa settimana potrò spedire il manoscritto per la stampa. » (15)

Si sente, quindi,  già pronto per far pubblicare  la seconda parte del libro. Mazzino Montinari, che con Giorgio Colli, ha curato l’opera critica di Nietzsche, in merito al concetto di volontà di potenza, scrive: «La definizione della volontà di potenza […] si trova svolta nella seconda parte di “Così parlò Zarathustra” e precisamente nel capitolo “Della vittoria su se stessi”. Questa descrizione della volontà di potenza del 1883 rimane per Nietzsche valida fino all’ultimo. […]  La volontà di potenza, o volontà di dominio, o volontà di possesso, è la vita stessa; dovunque è vita è anche volontà di potenza. […]…è volontà di superamento di se stesso… assoggettarsi allo spirito, per diventare il suo specchio…». (16)

Tutto il pensiero nietscheano è ambiguo: afferma e nega, abbatte ed esalta, ravviva ed uccide. Ha cercato di ascendere le vette del pensiero umano, tentando la sintesi tra intuizione e ragione, poesia e filosofia, altezze e profondità.   È per questo che Nietzsche resta l’enigma per eccellenza. 

“Sei una stella? Allora devi anche peregrinare ed essere senza patria” annota  in uno dei frammenti del maggio-giugno 1883. (17)

Ma l’uomo non sarà mai un’aquila, né una stella: potrà  solo cercare di imitarle.   

________________

(1) Eugen Fink, La filosofia di Nietzsche, Marsilio, Venezia 1993, pp.88-89

(2) Friedrich Nietzsche, Epistolario 1880-1884, vol. IV testo critico originale stabilito da Giorgio Colli e Mazzino Montinari, versione di Maria Ludovica Pampaloni Fama e Mario Carpitella, notizie e note di Giuliano Campioni e Renate Müller-Buck, Adelphi,    Milano  2004, pp. 301-302 

(3) F. Nietzsche, Epistolario, cit., p..305

(4) F. Nietzsche, Epistolario, cit,  pp. 307-308

(5) Joachim Köler, Nietzsche. Il segreto di Zarathustra, Rusconi, Milano 1994, p. 203

(6) F. Nietzsche, Epistolario, cit., p. 771

(7), F. Nietzsche, Epistolario, cit , p. 357             

(8)  F. Nietzsche, Epistolario, cit , pp. 359-360

(9) Friedrich Nietzsche, Ecce Homo, a cura di G. Colli e M. Montanari,  Mondadori,  Milano 1977,  p. 72

(10) F. Nietzsche, Epistolario,  cit., p. 360

(11) Curt Paul Janz, Vita di Nietzsche, II vol. il filosofo della solitudine 1879-1889, Laterza,  Roma-Bari 1981, p. 175

(12) Beatrice Commengé, La danza di Nietzsche, Guanda, Parma 1994, pp.34-35

(13) F. Nietzsche, Epistolario, cit.,  pp. 773-774;

(14) F. Nietzsche, Epistolario, cit,  p. 366

(15) F. Nietzsche, Epistolario, cit.,  p. 372; 

(16) Mazzino Montinari, Che cosa ha detto Nietzsche, Adelphi, Milano 199, pp. 133-134;  

(17) Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi 1882-1884, Adelphi, Milano 1986, p. 16.

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