Federico Fellini. Casanova (1976)

Durante il carnevale di Venezia Giacomo Casanova accetta di mostrare la sua valentia amorosa con suor Maddalena e compiacere così l’amante guardone della donna, l’ambasciatore di Francia da cui Casanova spera di ottenere benefici. Ma è arrestato dall’Inquisizione con l’accusa di magia nera. Fugge dal carcere dei Piombi ed è a Parigi ospite della Marchesa d’Urfé che vuole ottenere da lui il segreto dell’immortalità. Poi Casanova lascia Parigi e riprende la sua frenetica attività di seduttore. Fra i suoi amori c’è quello infelice con Henriette, che lo fa disperare e lo abbandona. A Roma partecipa a una gara amatoria con un pololano, vincendola. A Roma incontra anche il Papa e la madre ormai ben poco interessata alle sue sorti. Infine la vecchiaia, l’impiego come bibliotecario, il suo fascino svanito, l’oblio delle corti, fino alla solitudine di un ballo con una bambola meccanica, ricordo di un passato sempre più lontano.

“Il Casanova non è un romanzo cinematografico, non ha progressione logica né veri nessi di racconto. I raccordi fra i nove o dieci capitoli sono rapidi e precari, ricordano le didascalie nei “comics”. Il gran circo di Federico Fellini appartiene all’avanguardia, come hanno ben capito i cineasti americani dell'”underground” fin dai tempi di Otto e mezzo. Nonostante i miliardi spesi con prodigalità, non ci troviamo dalle parti di quella che Flaubert chiamava “l’arte industriale”; siamo più vicini alla monoliticità, al “privatismo” e alla sfacciataggine di un Andy Warhol. Perciò il paragone, che l’attualità suggerisce fra Barry Lindon e Casanova registra più difformità che convergenze. Kubrick prende sul serio il romanzo ottocentesco e l’ambientazione settecentesca, le connotazioni sociologiche e politiche della vicenda: ha l’aria di aver letto e annotato un’intera biblioteca, di avere un suo giudizio morale sull’epoca e sul personaggio. Fellini ha sfogliato l’Histoire casanoviana come l’elenco telefonico, non ha in apparenza da proporre che impressioni, risentimenti, sfottiture. Però… Anche qui c’è un però: se il ‘700 rievocato di Kubrik ha le sue profonde motivazioni culturali, il ‘700 sognato di Fellini ha l’allarmante e misteriosa qualità di una visione profetica. Forse Jung avrebbe detto che Il Casanova è una profezia sul passato”.
Tullio Kezich su “La Repubblica”, 11 dicembre 1976
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