Raffaele Garofalo. Commemorazione di Giuseppe Bolino

ISSN 2281-6569 SFI, Sezione di Sulmona Giuseppe Capograssi [online]

BOLINO GIUSEPPE (Sulmona 1926 – 1984)

BOLINO GIUSEPPE
(Sulmona 1926 – 1984)

Il 18 novembre scorso si è tenuta, nell’Agenzia Promozione Culturale di Sulmona, la commemorazione del professore Giuseppe Bolino. Ricorreva il trentennale della scomparsa. Una cerimonia molto partecipata durante la quale sono state ricordate le doti umane del personaggio, la poliedrica preparazione culturale del professore, la sensibilità umana e la solerzia dell’amministratore. Il professore aveva rivestito cariche pubbliche a livello comunale e provinciale, nonché regionale come assessore al lavoro, alla sanità e come presidente. Giuseppe Bolino aveva partecipato attivamente alla Resistenza. Per questo scontava una condanna della Gestapo al carcere di Civitaquana e di Regina Coeli. A tale aspetto dell’uomo è stato dato meno risalto. Tutti i relatori hanno rilevato che il politico merita molto di più nella considerazione non solo dei sulmonesi ma di tutti gli abruzzesi . L’ultimo atteso intervento del presidente Luciano D’ Alfonso, abile oratore ed esperto diplomatico , superava ampiamente gli ambiti della narrazione con momenti di grande enfasi. La morte d’altronde riscatta la nostra umanità da ogni imperfezione. Si avvertiva la sensazione che la grandezza indiscussa del personaggio fosse legata, in modo strettamente consequenziale ed esclusivo, alla sua fede in Dio. Martin Buber si sarebbe chiesto: quale Dio? Lo si nomina troppo spesso, sapendo che ci si inoltra in un terreno minato. La Fede non coincide col magistero della Chiesa, soggetto a mutazione, tantomeno con la celebrazione postdatata degli ideali di una D.C. rimpianta. E’ stato fatto riferimento a Giorgio la Pira, il sindaco di Firenze testimone autorevole della fede in Dio ma, nel contempo, di una laicità rigorosa che gli meritò il richiamo di don Sturzo. Il fondatore del Partito Popolare gli raccomandava di guardarsi dall’incorrere in un “marxismo spurio”, di non perdere la pratica dell’interclassismo. Ma nel 1965 il sindaco di Firenze ebbe il coraggio di recarsi in Vietnam a trattare la pace con Ho Chi Minh in persona. Giorgio La Pira non tollerava che il cardinale di Firenze facesse pressione in suo favore presso le autorità del partito. Cosa che avveniva negli anni 70 a Sulmona col vescovo Francesco Amadio. Il prelato raggiungeva, nottetempo, la sede della D.C. aquilana per proporre proprio la candidatura di Giuseppe Bolino. Il politico meritava di suo di essere eletto per l’impegno fattivo dimostrato al servizio del partito e della società civile. Si ritrovò invece bersaglio di un articolo mordace sulle colonne di Il Tempo, ad opera di un giovane Bruno Vespa alle prime armi nella carriera. L’esordiente giornalista grimpeur, anche lui uomo di fede, parafrasava l’incipit del Vangelo di Giovanni: “E venne un uomo…”. Non si trattava del Battista quella volta, ma del vescovo di Sulmona. Vespa non condannava la scorrettezza di una invadenza clericale. Semplicemente contrastava la candidatura di un sulmonese meritevole, a favore del candidato aquilano più promettente … In quegli anni alcuni preti intervenivano su Il Dibattito, foglio a distribuzione regionale diretto da Enzo Ciammaglichella. Promuovevano una Chiesa libera da intrallazzi con i partiti e da privilegi. In tempi di acceso confronto sugli ideali, più che sull’insipienza delle risse odierne tra partiti, si riportavano brani dei Documenti del Vaticano II. Quei testi sdoganavano i fedeli dal vincolo politico esclusivo con la D.C. , veniva restituita ai cattolici la libertà di scelta nelle questioni che non riguardano la fede. “La Chiesa non deve mai identificarsi con un partito … Deve invece mantenersi aperta a diverse opzioni politiche nel quadro di quello che resta sempre l’unico vero obiettivo e cioè la difesa della coscienza morale…”. Con formula abbastanza esplicita si ammoniva che: “A NESSUNO E’ LECITO RIVENDICARE ESCLUSIVAMENTE IN FAVORE DELLA PROPRIA OPINIONE L’AUTORITA’ DELLA CHIESA”. (Gaudium et Spes., 43). Per decenni, dal 1965, quei testi venivano ignorati dalla prassi della Chiesa ufficiale. Alcuni parroci, che si erano formati su quei Documenti, spiegavano ai fedeli che potevano essere democristiani, senza assecondare il malcostume clientelare dei favoritismi e dei privilegi. A partire da quelli di cui godeva la Chiesa. Potevano aderire al Movimento Sociale Italiano, senza rimpiangere il regime che reprimeva le libertà, esaltava la guerra e il razzismo. Potevano essere comunisti, purché a tavola non mangiassero i bambini, né rimpiangessero Stalin e la sua politica. Tutti i partiti dell’arco costituzionale erano legittimati nel sistema democratico repubblicano. Ma il vescovo Amadio non era della stessa opinione e accusava quei preti di “fare politica”. Il presidente D’Alfonso chiudeva il suo brillante intervento affermando che Giuseppe Bolino era animato da sentimenti di autentica laicità. Il professore era laico nella sua indole, nelle relazioni umane ma non era laico quando frequentava le parrocchie in cerca di voti, accompagnato da un parroco della città, la cui fede nella DC gareggiava con la fede in Cristo. L’iniziativa partiva dalla Curia. Erano i tempi … ma la Storia non va dimenticata, come ricordava, per ragioni ben più gravi, Tullia Zevi. Grazie al Concilio da poco concluso, i fedeli erano tornati liberi. I preti “di sinistra” non chiedevano voti, professavano la laicità insieme con la fede. Sempre più numerosi erano invece i politici che facevano ressa e sgomitavano intorno alle tonache rosse. Lo avrebbero continuato a fare. E’ un dato biologico della politica italiana. Solo non dicano più “in nome di Cristo”, per carità di Dio …!

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