Lo straniero di Orson Welles (film)

Ritmo incalzante, splendido uso del chiaroscuro grazie alla fotografia di Russel Metty, duello recitativo di altissimo livello tra Edward G Robinson e lo stesso Welles. Interessanti i simbolismi: l’orologio del campanile, metafora di un tempo sospeso, quello della fuga del gerarca che tenta di rifarsi una vita; apparecchio che, non appena ricomincia a muoversi, segnerà l’ineluttabilità del destino di Charles “Franz Kindler”. Il buio ricorrente, simbolismo più scontato ma esteticamente bellissimo dell’ambiguità del protagonista, che nel momento della confessione avrà metà della faccia interamente nera. La provincia americana – viene in mente “Furia” di Fritz Lang – dove tutti sanno tutto di tutti ad eccezione dello “straniero”, richiamo alla paura del diverso, in questo caso stranamente non vittima di pregiudizio, poichè viene scoperto solo da un altro straniero, che fa aprire gli occhi a tutta la comunità. Ultimo ragionamento che emerge dalla pellicola, quello sulla famiglia americana, sulla fedeltà cieca della moglie innamorata, disposta a coprire l’assassino in tutto e per tutto, fino all’emergere, come dice E.G.Robinson, del subconscio.

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