La musica del disincanto. Abbado interprete di Mahler

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di Silvio Cappelli 

(pubblicato in «Prospettiva Persona», Rubbettino, ISBN
9788849843767)

Nella lunga e fitta galleria degli interpreti del grande compositore boemo di origini ebraiche, Gustav Mahler (1860-1911), la figura di Claudio Abbado rappresenta un punto di svolta decisivo.
Se infatti Bruno Walter (1876-1962), amico fraterno e stretto collaboratore dello stesso Mahler all’Opera di Amburgo e di Vienna tra il 1894 e il 1907, ha avuto il merito, nella prima metà del ventesimo secolo, di distruggere, attraverso le sue magistrali direzioni, le diffidenze “accademiche” verso l’opera mahleriana; se invece Leonard Bernstein (1918-1990) è stato l’indiscutibile protagonista della Mahler Reinassance degli anni ‘60 grazie soprattutto alla prima “epocale” registrazione dell’intero corpus sinfonico per la Cbs (1960-1967); è tuttavia solo con Claudio Abbado che la musica di Mahler si è affermata definitivamente non solo quale repertorio classico in tutti gli auditorium del mondo, ma anche e soprattutto quale strumento chiave per comprendere il nostro tempo.

La musica del disincanto

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L’ultima “eresia” di Lucio Colletti: “il ritorno a Kant”?

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ISSN 2281-6569 SFI Sezione di Sulmona Giuseppe Capograssi [online]

di Silvio Cappelli

La presenza di Kant, nella doppia veste di oppositore a Hegel e di precursore di Marx, risulta così decisiva nella riflessione di Colletti non solo perché rappresenta un motivo di peculiarità all’interno del dibattito filosofico italiano (e basti ricordare i nomi di Gramsci, Croce e Gentile che di fatto hanno sviluppato originalmente una linea di continuità tra Hegel e Marx), ma anche perché colloca Colletti tra i più raffinati pensatori “marxisti” europei della seconda metà del XX secolo (e sarebbe già sufficiente ricordare l’enorme diffusione e traduzione dei suoi scritti), ponendolo in netta opposizione alle correnti di sinistra “alla moda” come Marcuse e in generale della scuola di Francoforte, che monopolizzarono la critica alla “società borghese moderna” nel secondo dopoguerra.

L’ultima eresia di Lucio Colletti

“I fondamenti della geometria” di Hilbert e la filosofia

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Società Filosofica Italiana
Sezione Giuseppe Capograssi [online]
ISSN 2281-6569

di Silvio Cappelli

David Hilbert (1862-1943) occupa un posto di assoluto prestigio nella storia delle idee a cavallo dei secoli XIX e XX. Per cogliere la sua importanza e centralità non bisogna fermarsi al semplice lavoro scientifico, ma procedere al puro significato simbolico. Questi lavori hanno rappresentato, da un lato, la risoluzione della ‘crisi’ dei fondamenti nelle scienze matematiche cominciata all’inizio del diciannovesimo secolo con la scoperta delle geometrie non-euclidee, e, dall’altro lato, hanno indicato la direzione alla successive ricerche scientifiche.

Hilbert e la filosofia

Edoardo Puglielli, Il moto di Pratola del 1848

immagine«Era il giorno di domenica 7 maggio e nella piazza numerose torme di contadini si andavano raccogliendo in occasione della festa della Madonna della Libera […]. Il tumulto veniva crescendo a dismisura. Nella piazza piovevano pietre e legna come fiocchi di neve: colpi di fucile si sentivano ripetutamente. La notte fu passata tra gridi e schiamazzi della plebe ubriaca di furore e di vendette…»

Il saggio è stato pubblicato nel volume a cura di Marco Antonio Petrella, Viaggio nella storia di Pratola, Vol. II, Dal terremoto del 1706 alla fine del XIX secolo, Amaltea, Raiano 2016 (Isbn 978-88-88083-37-7), pp. 170-191.

PuglielliPratola1848

Mario Setta. Homo, elogio di Eva (2016)

14955982_1107910379326782_2745740502537004865_nDa secoli e millenni, secondo la cultura religiosa occidentale, Eva, la prima donna è responsabile d’una colpa, il peccato originale, che si tramanda di generazione in generazione. Una colpa che riguarda tutto il genere umano. La cattiva volontà espressa da Eva-Adamo resta in tutta la natura umana (“vitium naturae humanae”). Questo, quanto affermato dalla teologia.
Una simile interpretazione del mito della Genesi e del gesto di Eva non si regge su prove oggettive, ma su deduzioni fantasiose, su una cosiddetta “rivelazione” che poco ha a che fare col Dio-Amore e che appare come la più grande truffa ideologica, lasciataci in eredità. Eva non ha commesso un peccato, ma ha realizzato il primo impulso verso la conoscenza.  
Ha ragione Kant quando dice “sconveniente” l’idea che il male ci venga per eredità dai nostri progenitori. Anzi col gesto di Eva nasce la filosofia, l’amore del sapere. E Schelling scrive: “lo scopo ultimo della storia umana, tutta intera, è che tutte le realtà umane ritornino all’universale sovranità della ragione”. Una serie di posizioni in contrasto con la linea dogmatica delle chiese-istituzioni sta ora montando come un terremoto ideologico, che ribalta l’antica interpretazione per fare di Eva il modello dell’umanità, liberata dalle catene d’un Eden mai esistito. E’ stato Erich Fromm a dire: “l’atto di disobbedienza di Eva è l’inizio della storia umana, perché è l’inizio della libertà umana”. E con lui, Margherita Hack: “La colpa di Eva è stata quella di voler conoscere, sperimentare, indagare con le proprie forze le leggi che regolano l’universo, la terra, il proprio corpo, di rifiutare l’insegnamento calato dall’alto; in una parola Eva rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della fede”. E Paul Ricoeur: “Non si dirà mai abbastanza quanto male ha fatto alle anime, durante secoli di cristianesimo, l’interpretazione letterale della storia di Adamo”.

I quattro evangelisti non citano mai Eva, né parlano d’un peccato originale. Solo una volta viene citato Adamo in Luca 3.38: nella genealogia di Gesù che per ultimo risale ad Adamo, figlio di Dio.
La tematica del peccato originale si intravvede in vari passi delle lettere di S. Paolo (II Cor. 11.3; I Tim. 2.13; I Cor. 11, 7). Anche se il passo più significativo è nella lettera ai Romani (5,12). Ma è Agostino che svilupperà la concezione del peccato originale in maniera categorica tanto da diventare dogmatica, in quanto colpa non solo dei progenitori ma di tutto il genere umano, che solo il battesimo può eliminare. Per i bambini che muoiono senza battesimo c’è l’inferno, sia pure con una pena addolcita. Contro la tesi di Agostino si schierò il monaco della Britannia Pelagio e il suo discepolo Celestio. Nel 417 il papa Zosimo si dichiara favorevole alle tesi di Pelagio e Celestio, ma l’anno successivo, al concilio di Cartagine (418) che accoglie le tesi di Agostino, il papa ritratta, condividendo il documento antipelagiano.
Oggi, molti teologi, tra cui Domiciano Fernandez, ritengono che l’interpretazione agostiniana sia insostenibile dal punto di vista filologico ed esegetico; una ipoteca da cancellare proponendo un Cristianesimo ripulito del peccato originale. L’interpretazione agostiniana è rimasta sostanzialmente inchiodata, passata dal concilio di Cartagine a quello di Orange (589) fino al Concilio di Trento (17 giugno 1546); questione non affrontata nel Concilio Vaticano II, ma ribadita nella “Gaudium et Spes” (n.13).
Il caso più singolare di critica al peccato originale è quello di Teilhard De Chardin che lo affronta già nel 1920, tornandoci nel 1947 con uno scritto specifico, che fu subito censurato. E lo stesso Teilhard fu punito dalla sua comunità religiosa, i gesuiti, allontanato da Parigi e mandato in Cina. L’idea dogmatica del peccato originale sta alla base della struttura teologica, attraverso le tre tappe del processo naturale: – natura pura (in Paradiso); – natura decaduta (“lapsa”, dopo il peccato originale); – natura decaduta e riparata (“lapsa reparata”, con la salvezza operata dalla redenzione di Cristo). C’è una concezione pessimistica dell’Uomo alla base del “peccato originale”; espressione che oggi va sempre più trasformandosi in “peccato del mondo” (Ligier, Schoonenberg), secondo cui l’eredità del peccato non risale ad un’unica trasgressione, ma ad una massa indefinita di peccati, che interagiscono nel corso del tempo (cfr. André-Marie Dubarle, “Il peccato originale, prospettive teologiche”). In sintesi è la classica concezione dell’uomo “naturaliter” cattivo, a causa del male umano. Una concezione pessimistica e spregiativa, che permea da sempre la “weltanschauung” dell’uomo e del mondo.
Con questa visione si è creato un Cristianesimo imprigionato nelle strutture ecclesiastiche che offrono ai loro fedeli grazia e salvezza, tradendo in questo modo il messaggio universale di Cristo. Cristo si è rivolto agli uomini. Tutti, non ad alcuni soltanto. Il superamento dello scoglio del peccato originale minerebbe certamente la concezione della storia della salvezza, ma ridarebbe alla missione di Cristo il suo valore profondo e autentico: l’esemplarità umana. Cristo non è venuto per redimere da una colpa mai esistita, ma per elevare la natura umana al suo grado più alto. Cristo, modello universale di uomo.

Su queste linee di ricerca, in occasione del mio 80° compleanno, mi sono permesso di pubblicare un libro dal titolo “HOMO, Elogio di Eva”. Un libro poetico, leggibile in poco più di un’ora, “piccolo ma terribile, umano e solo umano” per le questioni che affronta. Una specie di manifesto per il riscatto di Eva, la prima donna. È un libro che lancia una rivoluzione culturale: Eva, la Donna per antonomasia, assunta come inizio e centro della storia umana. Un capovolgimento ideologico epocale. Dare la centralità a Eva-Adamo significa costruire l’Uomo senza specificazioni: non europei-asiatici-africani-americani-australiani, né ebrei-musulmani-cristiani-buddisti-shintoisti-ecc., ma semplicemente: UOMINI.