Edoardo Puglielli, Il moto di Pratola del 1848

immagine«Era il giorno di domenica 7 maggio e nella piazza numerose torme di contadini si andavano raccogliendo in occasione della festa della Madonna della Libera […]. Il tumulto veniva crescendo a dismisura. Nella piazza piovevano pietre e legna come fiocchi di neve: colpi di fucile si sentivano ripetutamente. La notte fu passata tra gridi e schiamazzi della plebe ubriaca di furore e di vendette…»

Il saggio è stato pubblicato nel volume a cura di Marco Antonio Petrella, Viaggio nella storia di Pratola, Vol. II, Dal terremoto del 1706 alla fine del XIX secolo, Amaltea, Raiano 2016 (Isbn 978-88-88083-37-7), pp. 170-191.

PuglielliPratola1848

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Mario Setta. Homo, elogio di Eva (2016)

14955982_1107910379326782_2745740502537004865_nDa secoli e millenni, secondo la cultura religiosa occidentale, Eva, la prima donna è responsabile d’una colpa, il peccato originale, che si tramanda di generazione in generazione. Una colpa che riguarda tutto il genere umano. La cattiva volontà espressa da Eva-Adamo resta in tutta la natura umana (“vitium naturae humanae”). Questo, quanto affermato dalla teologia.
Una simile interpretazione del mito della Genesi e del gesto di Eva non si regge su prove oggettive, ma su deduzioni fantasiose, su una cosiddetta “rivelazione” che poco ha a che fare col Dio-Amore e che appare come la più grande truffa ideologica, lasciataci in eredità. Eva non ha commesso un peccato, ma ha realizzato il primo impulso verso la conoscenza.  
Ha ragione Kant quando dice “sconveniente” l’idea che il male ci venga per eredità dai nostri progenitori. Anzi col gesto di Eva nasce la filosofia, l’amore del sapere. E Schelling scrive: “lo scopo ultimo della storia umana, tutta intera, è che tutte le realtà umane ritornino all’universale sovranità della ragione”. Una serie di posizioni in contrasto con la linea dogmatica delle chiese-istituzioni sta ora montando come un terremoto ideologico, che ribalta l’antica interpretazione per fare di Eva il modello dell’umanità, liberata dalle catene d’un Eden mai esistito. E’ stato Erich Fromm a dire: “l’atto di disobbedienza di Eva è l’inizio della storia umana, perché è l’inizio della libertà umana”. E con lui, Margherita Hack: “La colpa di Eva è stata quella di voler conoscere, sperimentare, indagare con le proprie forze le leggi che regolano l’universo, la terra, il proprio corpo, di rifiutare l’insegnamento calato dall’alto; in una parola Eva rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della fede”. E Paul Ricoeur: “Non si dirà mai abbastanza quanto male ha fatto alle anime, durante secoli di cristianesimo, l’interpretazione letterale della storia di Adamo”.

I quattro evangelisti non citano mai Eva, né parlano d’un peccato originale. Solo una volta viene citato Adamo in Luca 3.38: nella genealogia di Gesù che per ultimo risale ad Adamo, figlio di Dio.
La tematica del peccato originale si intravvede in vari passi delle lettere di S. Paolo (II Cor. 11.3; I Tim. 2.13; I Cor. 11, 7). Anche se il passo più significativo è nella lettera ai Romani (5,12). Ma è Agostino che svilupperà la concezione del peccato originale in maniera categorica tanto da diventare dogmatica, in quanto colpa non solo dei progenitori ma di tutto il genere umano, che solo il battesimo può eliminare. Per i bambini che muoiono senza battesimo c’è l’inferno, sia pure con una pena addolcita. Contro la tesi di Agostino si schierò il monaco della Britannia Pelagio e il suo discepolo Celestio. Nel 417 il papa Zosimo si dichiara favorevole alle tesi di Pelagio e Celestio, ma l’anno successivo, al concilio di Cartagine (418) che accoglie le tesi di Agostino, il papa ritratta, condividendo il documento antipelagiano.
Oggi, molti teologi, tra cui Domiciano Fernandez, ritengono che l’interpretazione agostiniana sia insostenibile dal punto di vista filologico ed esegetico; una ipoteca da cancellare proponendo un Cristianesimo ripulito del peccato originale. L’interpretazione agostiniana è rimasta sostanzialmente inchiodata, passata dal concilio di Cartagine a quello di Orange (589) fino al Concilio di Trento (17 giugno 1546); questione non affrontata nel Concilio Vaticano II, ma ribadita nella “Gaudium et Spes” (n.13).
Il caso più singolare di critica al peccato originale è quello di Teilhard De Chardin che lo affronta già nel 1920, tornandoci nel 1947 con uno scritto specifico, che fu subito censurato. E lo stesso Teilhard fu punito dalla sua comunità religiosa, i gesuiti, allontanato da Parigi e mandato in Cina. L’idea dogmatica del peccato originale sta alla base della struttura teologica, attraverso le tre tappe del processo naturale: – natura pura (in Paradiso); – natura decaduta (“lapsa”, dopo il peccato originale); – natura decaduta e riparata (“lapsa reparata”, con la salvezza operata dalla redenzione di Cristo). C’è una concezione pessimistica dell’Uomo alla base del “peccato originale”; espressione che oggi va sempre più trasformandosi in “peccato del mondo” (Ligier, Schoonenberg), secondo cui l’eredità del peccato non risale ad un’unica trasgressione, ma ad una massa indefinita di peccati, che interagiscono nel corso del tempo (cfr. André-Marie Dubarle, “Il peccato originale, prospettive teologiche”). In sintesi è la classica concezione dell’uomo “naturaliter” cattivo, a causa del male umano. Una concezione pessimistica e spregiativa, che permea da sempre la “weltanschauung” dell’uomo e del mondo.
Con questa visione si è creato un Cristianesimo imprigionato nelle strutture ecclesiastiche che offrono ai loro fedeli grazia e salvezza, tradendo in questo modo il messaggio universale di Cristo. Cristo si è rivolto agli uomini. Tutti, non ad alcuni soltanto. Il superamento dello scoglio del peccato originale minerebbe certamente la concezione della storia della salvezza, ma ridarebbe alla missione di Cristo il suo valore profondo e autentico: l’esemplarità umana. Cristo non è venuto per redimere da una colpa mai esistita, ma per elevare la natura umana al suo grado più alto. Cristo, modello universale di uomo.

Su queste linee di ricerca, in occasione del mio 80° compleanno, mi sono permesso di pubblicare un libro dal titolo “HOMO, Elogio di Eva”. Un libro poetico, leggibile in poco più di un’ora, “piccolo ma terribile, umano e solo umano” per le questioni che affronta. Una specie di manifesto per il riscatto di Eva, la prima donna. È un libro che lancia una rivoluzione culturale: Eva, la Donna per antonomasia, assunta come inizio e centro della storia umana. Un capovolgimento ideologico epocale. Dare la centralità a Eva-Adamo significa costruire l’Uomo senza specificazioni: non europei-asiatici-africani-americani-australiani, né ebrei-musulmani-cristiani-buddisti-shintoisti-ecc., ma semplicemente: UOMINI.

Edoardo Puglielli. I lavoratori italiani emigrati negli Stati Uniti ela Grande Guerra.

imagesSocietà Filosofica Italiana
Sezione di Sulmona Giuseppe Capograssi [online]
ISSN 2281-6569 settembre 2016

«Vecchietti miei cari […], noi proletari, buttati pel mondo in cerca d’un pane, non abbiamo patria da servire. Voi che mi faceste, che a forza di stenti e di sacrifici mi allevaste, voi che mi vedeste abbandonare il paese natio, rinunziare a tutti gli affetti perché l’Italia non mi dava il pane, voi che mi avete lontano perché un governo ladro ci affama e ci deride, voi mi invitate, voi mi supplicate di ritornare in Italia e venire a servire la patria. Io non ho patria da servire, o miei cari vecchi […]. La mia patria non è l’Italia, non è l’America, non è la Francia; la mia patria è più grande ancora, la mia patria è il mondo intiero ed ogni sventurato che incontro lo chiamo fratello. La mia bandiera non è il tricolore; essa è molto più bella e vuole un mondo nuovo: né poveri né ricchi, né giudici, né regnanti! Questo è il sogno, l’ideale per cui vive e spera il figliuolo vostro che tanto vi vuol bene».

I lavoratori italiani emigrati negli Usa e la Grande Guerra (PDF)

ROBERTO CAROCCI. Antonio Labriola nel socialismo romano di fine Ottocento. Attività, influenze, riflessioni

Antonio_Labriola

Antonio Labriola (1843-1904)

Società Filosofica Italiana Sezione di Sulmona Giuseppe Capograssi [online] ISSN 2281-6569

Antonio Labriola è stato tra i maggiori teorici del marxismo europeo di fine Ottocento del quale fu il primo, e per lungo tempo il solo, esponente italiano, segnando una distanza dal nascente e spesso indeterminato socialismo nostrano, che lo portò a considerarsi «un tedesco perduto in Italia» . Interprete di un marxismo inteso quale «dottrina unitaria», rispetto ai suoi coevi mostrava una profonda conoscenza della filosofia classica tedesca nonché un’«elasticità mentale e un senso della dialettica dei fatti assai maggiori» .

Antonio Labriola nel socialismo romano di fine Ottocento (PDF)

Edoardo Puglielli, 1946-1948. Appunti per una storia sociale

25-aprileLa guerra di Resistenza e l’insurrezione dell’aprile 1945 avevano diffuso tra le masse grandi speranze di cambiamento. In quella fase era stata conquistata, pur fra tante difficoltà, l’unità d’azione delle forze più rappresentative dell’antifascismo: cattolici, comunisti, movimenti e partiti che in modo diverso si richiamavano alla tradizione socialista, libertaria, democratica e liberale. Forte e diffusa era l’aspirazione ad un rinnovamento politico, istituzionale e culturale in grado di incidere innanzitutto su quell’assetto economico-sociale (rapporti tra capitale e lavoro, tra classi, tra nord e sud, etc.) che era stato alla base della dittatura fascista.

1946-1948. Appunti per una storia sociale (PDF)

Vita e tempo nell’ultimo Capograssi. Prime osservazioni e note

capograssi-giuseppe02-2-f7ba4ISSN 2281-6569, SFI Sezione di Sulmona Giuseppe Capograssi [online]

di Silvio Cappelli

Parlare di Capograssi non è per me cosa ovvia e scontata. Non sono uno studioso, né tanto meno un esperto del suo pensiero, non appartengo insomma alla “scuola” capograssiana, se per “scuola” si intende quel particolare circolo ermeneutico che è andato via via definendosi nel corso dei decenni nei vari atenei italiani in cui il nostro ha preso servizio in tanti anni di onorata e stimata carriera universitaria2. Non sono appunto uno studioso, ma un semplice lettore di Capograssi. E ciò lo devo al prof. Mercadante – a cui va il mio personale ringraziamento per l’onore concessomi partecipando a questo ciclo di incontri –, che conobbi a Sulmona qualche anno fa, nel 2007 per la precisione, in occasione di una delle ultime edizioni del “Premio” omonimo. Le parole, le uniche, che il prof. Mercadante mi disse furono le seguenti, semplici ed immediate: «Legga Capograssi!». Da allora non c’è stato periodo in cui la lettura di Capograssi non abbia accompagnato il mio percorso scientifico, in gran parte occupato dal confronto coi classici dell’idealismo tedesco e della prima metà del XX secolo e, nell’ultimo triennio di dottorato, dal dibattito filosofico negli anni della Repubblica di Weimar. È dunque da lettore “disinteressato” di Capograssi, a cui mi lega anche la comune origine peligna, che cominciai questa lunga, continua, mai interrotta conversazione con un pensatore che nel giro di poche pagine, attraverso quella sua modalità di scrittura che è ad un tempo essenziale e coinvolgente, attraverso quella sua capacità di analisi così profonda e acuta che mai ho avuto modo di incontrare in altri pensatori, aveva destrutturato il normale approccio alle cose e ai problemi stessi della filosofia.

Vita e tempo nell’ultimo Capograssi. Prime osservazioni e note (PDF)