Pier Paolo Pasolini. Medea (1970)

Medea di Pasolini è un impasto di crudeltà e innocenza, di barbarie e senso del sublime, è una trasfigurazione del mito tragico descritto nella Medea di Euripide. L’idea del conflitto tra il mondo “arcaico” dominato dalle emozioni, e quello “moderno” dominato dalla razionalità, viene sviluppato e portato a compimento con Medea di Pasolini, film del 1970. L’intento del regista è di non narrare la storia di Medea attraverso gli eventi della tragedia, ma di tradurre in immagini le “visioni” di Medea, lacerata di fronte al rapporto irrisolto tra passato e presente: passato e presente che coincidono con due epoche distinte, con due differenti fasi della stessa civiltà.

Il delitto Matteotti (1973)

Italia, 1924: il socialista Giacomo Matteotti chiede alla Camera che vengano annullate le elezioni del sei aprile, perchè la maggioranza dei voti, andati ai fascisti, è stata ottenuta illegalmente e con la violenza. Il dieci giugno di quell’anno, i fascisti sequestrano ed uccidono Giacomo Matteotti, dando il via – con la dichiarazione di Mussolini che si assumerà le responsabilità politiche e morali del delitto, a gennaio – alla vera e propria dittatura fascista.

Un film di Florestano Vancini. Con Mario Adorf, Vittorio De Sica, Riccardo Cucciolla, Franco Nero. 122 min. – Italia 1973.

Pier Paolo Pasolini. Accattone (1961)

Accattone è il soprannome di Vittorio, un ragazzo di borgata che si fa mantenere da una prostituta, Maddalena. Passa il suo tempo con gli amici. Maddalena finisce in carcere, e Accattone conosce la fame e un giorno, andato sul posto di lavoro della moglie abbandonata, incontra Stella. Accattone tenta di far prostituire anche Stella, ma intanto se ne innamora. Inizia a rubare. Stella convince Accattone a cercarsi un lavoro, guadagnandosi da vivere in modo onesto, e lui per amore accetta quel posto di lavoro, ma non riesce ad adattarsi e torna a rubare. Dopo un piccolo furto s’imbatte nella polizia e nel fuggire cade dalla motocicletta e muore. Non c’è speranza quindi in Accattone, quella speranza che invece traspare in Una vita violenta. Lo stesso Pasolini dirà:
“… in realtà tra quel mio libro [Una vita violenta] ed Accattone si possono fare facilmente dei confronti. Direi che tutto sommato rispetto ad Una vita violenta, dal punto di vista ideologico-marxista, Accattone rappresenta un passo indietro. In Una vita violenta oltreché la denuncia, la denuncia di un mondo, di un modo di vivere, di una piaga spaventosa che lacera l’Italia del “benessere”, c’era anche un’indicazione non soltanto implicita, ma esplicita di una prospettiva, nella speranza diciamo così… Uno di questi personaggi, come Accattone ad un certo punto, esplicitamente trova il modo di superare questa sua condizione, di salvarsi attraverso una esperienza politica, attraverso una scelta politica. Invece in Accattone tutto ripiomba dentro quel mondo. Pare che questo mondo non abbia aperture, non abbia prospettive di nessun genere. Quindi in un certo senso, questa immediatezza di una speranza non si intravede esplicitamente, è tutta incorporata dentro il film, nell’espressione poetica del film, e questo mi è accaduto perché possedevo meno il linguaggio cinematografico che non quello letterario […] rispetto a Ragazzi di vita è  avanti, per quanto concerne la elaborazione del personaggio”.

Giuseppe Tornatore. La migliore offerta (2013)

È nel gioco tra la verità e la finzione tra ciò che appare (o non appare) e ciò che è che si struttura la vicenda ed è su questa base narrativa che Tornatore innesta un interessante intervento di teorizzazione. Così come, pezzo dopo pezzo, si giunge a ricostruire l’antico automa, così accade per il discorso filmico che il regista articola liberando dalla ruggine gli ingranaggi ormai sperimentati dai maestri del cinema ma sempre in grado di offrire esiti inattesi. L’essenziale, sembra volerci dire, è saperne valutare la giusta collocazione rinviandone, come fa Claire con il proprio aspetto, la rivelazione complessiva. In fondo fare cinema è simile al relazionarsi a una donna. Come afferma l’assistente di Virgil: “Vivere con una donna è come partecipare ad un’asta. Non sai mai se la tua è l’offerta migliore”.

Federico Fellini. Casanova (1976)

Durante il carnevale di Venezia Giacomo Casanova accetta di mostrare la sua valentia amorosa con suor Maddalena e compiacere così l’amante guardone della donna, l’ambasciatore di Francia da cui Casanova spera di ottenere benefici. Ma è arrestato dall’Inquisizione con l’accusa di magia nera. Fugge dal carcere dei Piombi ed è a Parigi ospite della Marchesa d’Urfé che vuole ottenere da lui il segreto dell’immortalità. Poi Casanova lascia Parigi e riprende la sua frenetica attività di seduttore. Fra i suoi amori c’è quello infelice con Henriette, che lo fa disperare e lo abbandona. A Roma partecipa a una gara amatoria con un pololano, vincendola. A Roma incontra anche il Papa e la madre ormai ben poco interessata alle sue sorti. Infine la vecchiaia, l’impiego come bibliotecario, il suo fascino svanito, l’oblio delle corti, fino alla solitudine di un ballo con una bambola meccanica, ricordo di un passato sempre più lontano.

“Il Casanova non è un romanzo cinematografico, non ha progressione logica né veri nessi di racconto. I raccordi fra i nove o dieci capitoli sono rapidi e precari, ricordano le didascalie nei “comics”. Il gran circo di Federico Fellini appartiene all’avanguardia, come hanno ben capito i cineasti americani dell'”underground” fin dai tempi di Otto e mezzo. Nonostante i miliardi spesi con prodigalità, non ci troviamo dalle parti di quella che Flaubert chiamava “l’arte industriale”; siamo più vicini alla monoliticità, al “privatismo” e alla sfacciataggine di un Andy Warhol. Perciò il paragone, che l’attualità suggerisce fra Barry Lindon e Casanova registra più difformità che convergenze. Kubrick prende sul serio il romanzo ottocentesco e l’ambientazione settecentesca, le connotazioni sociologiche e politiche della vicenda: ha l’aria di aver letto e annotato un’intera biblioteca, di avere un suo giudizio morale sull’epoca e sul personaggio. Fellini ha sfogliato l’Histoire casanoviana come l’elenco telefonico, non ha in apparenza da proporre che impressioni, risentimenti, sfottiture. Però… Anche qui c’è un però: se il ‘700 rievocato di Kubrik ha le sue profonde motivazioni culturali, il ‘700 sognato di Fellini ha l’allarmante e misteriosa qualità di una visione profetica. Forse Jung avrebbe detto che Il Casanova è una profezia sul passato”.
Tullio Kezich su “La Repubblica”, 11 dicembre 1976