Vita e tempo nell’ultimo Capograssi. Prime osservazioni e note

capograssi-giuseppe02-2-f7ba4ISSN 2281-6569, SFI Sezione di Sulmona Giuseppe Capograssi [online]

di Silvio Cappelli

Parlare di Capograssi non è per me cosa ovvia e scontata. Non sono uno studioso, né tanto meno un esperto del suo pensiero, non appartengo insomma alla “scuola” capograssiana, se per “scuola” si intende quel particolare circolo ermeneutico che è andato via via definendosi nel corso dei decenni nei vari atenei italiani in cui il nostro ha preso servizio in tanti anni di onorata e stimata carriera universitaria2. Non sono appunto uno studioso, ma un semplice lettore di Capograssi. E ciò lo devo al prof. Mercadante – a cui va il mio personale ringraziamento per l’onore concessomi partecipando a questo ciclo di incontri –, che conobbi a Sulmona qualche anno fa, nel 2007 per la precisione, in occasione di una delle ultime edizioni del “Premio” omonimo. Le parole, le uniche, che il prof. Mercadante mi disse furono le seguenti, semplici ed immediate: «Legga Capograssi!». Da allora non c’è stato periodo in cui la lettura di Capograssi non abbia accompagnato il mio percorso scientifico, in gran parte occupato dal confronto coi classici dell’idealismo tedesco e della prima metà del XX secolo e, nell’ultimo triennio di dottorato, dal dibattito filosofico negli anni della Repubblica di Weimar. È dunque da lettore “disinteressato” di Capograssi, a cui mi lega anche la comune origine peligna, che cominciai questa lunga, continua, mai interrotta conversazione con un pensatore che nel giro di poche pagine, attraverso quella sua modalità di scrittura che è ad un tempo essenziale e coinvolgente, attraverso quella sua capacità di analisi così profonda e acuta che mai ho avuto modo di incontrare in altri pensatori, aveva destrutturato il normale approccio alle cose e ai problemi stessi della filosofia.

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Giorgio Campanini. Dal Codice di Camaldoli alla Costituzione

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Il periodo che va dal luglio 1943 (e cioè dal convegno estivo in cui viene elaborato il primo nucleo di quello che divenne poi il «Codice di Camaldoli») alla seduta dell’Assemblea Costituente del 22 dicembre 1947 in cui venne approvata la nuova Costituzione repubblicana è stato fra i più vivaci e fervidi nella vita politico-culturale del nostro Paese. Quegli anni meritano pertanto di essere ricordati, in un momento in cui gli italiani sono chiamati a pronunciarsi su importanti modificazioni di una Carta che i cattolici hanno concorso, in modo determinante, ad elaborare.

Dal Codice di Camaldoli alla Costituzione

Giovanni Lodigiani. La coscienza del soggetto agente nell’opera di Capograssi

Il filosofo del diritto Giuseppe Capograssi (1889-1956), direttore della “Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto” negli anni 1939-1943 insieme ad A. Giannini, ha dedicato un’ampia parte della sua produzione scientifica all’indagine dell’esperienza giuridica e dell’esperienza morale. In tale indagine non mancò di analizzare l’uomo come soggetto agente. In particolare la considerazione del rapporto tra dimensione morale e dimensione giuridica e, in modo più approfondito, la relazione del giuridico con il metagiuridico1, che investe la categoria del diritto naturale, è finalizzata ad impostare tale analisi sotto una visuale ampia, al fine di consentire un approfondimento delle varie dimensioni del soggetto implicato e del suo essere, dagli elementi esteriori alle più profonde inclinazioni della sua stessa vita.

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La coscienza del soggetto agente nell’opera di Capograssi

I bisogni della vita futile. Rileggendo alcune pagine di Giuseppe Capograssi (di Mario Sirimarco)

Sarebbe velleitario, oltre che presuntuoso, voler presentare in poche pagine un filosofo complesso come Giuseppe Capograssi; ci limitiamo solo a qualche generale considerazione che possa aiutare ad introdurre il brano presentato o, vero intento di chi scrive, a suscitare un minimo di curiosità per questa straordinaria figura. Indubbiamente Capograssi (Sulmona 1889 – Roma 1956) è stato uno dei filosofi più importanti nella cultura italiana del ‘900: c’è addirittura chi lo ha considerato il successore di Antonio Rosmini e Giovambattista Vico, l’erede della nostra più gloriosa tradizione filosofica[1]. Nonostante ciò il suo nome rimane pressoché sconosciuto al grande pubblico, con non poche responsabilità della cultura cattolica. Del resto il personaggio, schivo e riservato, non ha fatto molto per accedere alla notorietà tanto che, quando nell’aprile del 1956 morì alla vigilia della prima convocazione della Corte Costituzionale, di cui era stato nominato giudice, i giornali del tempo non trovarono una sua foto da pubblicare. Ci restano poche immagini di lui, soprattutto, quella che lo ritrae nel suo studio di Sulmona, sempre oggetto della sua struggente nostalgia. Il suo pensiero e il suo magistero di  un “Socrate cattolico”, invece, hanno lasciato un segno permanente in quanti hanno avuto la fortuna di conoscerlo, o di essere suoi allievi, o in quanti si avvicinano alle sue opere. Leggendo oggi Capograssi colpisce la sua straordinaria attualità, o la sua inattuale attualità[2], sia per quanto riguarda le opere più direttamente classificabili come scritti di filosofia giuridica e politica (Saggio sullo Stato del 1918, Riflessioni sull’autorità e la sua crisi del 1919, Studi sull’esperienza giuridica del 1932, Il problema della scienza del diritto del 1937, Considerazioni sullo Stato pubblicato postumo nel 1958) sia per quelle che più direttamente contribuiscono a delineare la sua etica (Analisi dell’esperienza comune del 1930, Introduzione alla vita etica del 1953); anche se, come vedremo, non è possibile e non è giusto distinguere nettamente le une dalle altre[3]. L’individuo (quello definito statistico, empirico, comune, l’individuo nella sua concretezza, “l’individuo anonimo perduto nella folla anonima di questi tempi”[4]) è il fulcro della riflessione capograssiana. L’individuo come teatro della storia perché, come ha scritto puntualmente Sergio Cotta, nell’individuo “giungono alla luce e si fanno evidenti quali problemi incarnati, decisivi per il destino dell’uomo e di ogni uomo, tutti i problemi dell’esistere. I (cosiddetti) piccoli come i grandi: dalla frivolezza all’impegno, dal lavoro al riposo, dal diritto alla politica, dal male alla speranza, dalla storia a Dio”[5]. Il mistero dell’individuo è, allora, il filo conduttore del pensiero capograssiano; mistero perché “nulla sembra più inconcepibile del finito che condiziona l’infinito: e in realtà nulla è più misterioso di questo individuo che a guardarlo quasi svanisce, inserito com’è in cose che appaiono più grandi di lui, quali la società, lo Stato, la storia, insomma la Vita. La tentazione di sopprimerlo, di risolvere anche lui nell’infinito o in qualcosa che gli rassomigli è più che naturale. E infatti si pone il problema – eterno problema – della sua esistenza. Esiste veramente l’individuo?”[6].
Il diritto aiuta a rispondere. Ecco perché la filosofia del diritto occupa un posto centrale (anche se rimane sullo sfondo nel testo qui presentato) nell’etica capograssiana. Il diritto non inteso positivisticamente come un asettico insieme di norme e di istituti, ma come espressione della vita. Capograssi, come Rosmini, vede nel diritto l’uomo, la sua azione e, quindi, la storia. La giuridicità, o meglio, l’esperienza giuridica, acquista, infatti, in Capograssi il significato di segno e di sintomo dello stato dell’umanità, la prova che l’individuo esiste e resiste[7]. Ma, soprattutto, l’esperienza giuridica è la preparazione dell’esperienza morale, “sono la stessa esperienza etica, l’una richiama l’altra”[8]; entrambe, esperienza giuridica ed esperienza morale, contribuiscono a dare il senso della sua filosofia pratica che è quello di un “esorcismo metafisico” contro la presenza del Male, che indica la morte spirituale e la perdita dell’identità dell’agente: la filosofia del diritto diventa la difesa dell’azione, della vita dell’individuo che agisce[9]. Rischia, allora, di essere estremamente riduttivo, se non adeguatamente precisato, definire Capograssi come filosofo del diritto. Nell’oceano di pensiero capograssiano, infatti, “non si affaccia il filosofo, ma il giurista, o se si vuole il filosofo si affaccia come giurista … E non è senza ragione, poiché nel diritto egli ha visto l’individuo creare se stesso, uscire dalla sua brutale empiricità, costruire la sua azione, che … dalla gioiosa e spensierata aurora si incammina attraverso il sacrificio alla consapevole volontà di se medesima, riconoscere gli altri, formare la sua esperienza, che è appunto il diritto, farsi persona, diventare stato, scrivere la sua storia”[10]. In questa prospettiva, l’Introduzione alla vita etica (insieme ai saggi di quel periodo, tra cui quello qui in parte qui presentato che può essere considerato una sorta di testamento spirituale) è l’opera che meglio sintetizza il complesso percorso filosofico di Capograssi e la problematicità e l’originalità del suo “esistenzialismo”. Dai giovanili entusiasmi idealistici, infatti, Capograssi, grazie all’influenza di filosofi come Agostino e Vico, giunge, seguendo un originalissimo e personalissimo percorso, ad elaborare una filosofia che può definirsi esistenzialistica nel senso di filosofia che coincide con la vita, ma che nulla ha a che vedere con l’esistenzialismo tedesco heideggeriano[11]. Quest’ultimo, come quello dell’amato Leopardi[12], è un esistenzialismo senza speranza, dominato dall’idea di incomunicabilità e di inevitabile scacco dell’esistenza. L’esistenzialismo, o la filosofia dell’esperienza, di Capograssi supera l’idealismo immanentistico degli esordi, e l’esistenzialismo “negativo”, nell’antropocentrismo cristiano: “La verità … che i maestri del pensiero moderno si sforzano con ogni modo di nascondere a se stessi e agli altri, è che la vita è infelicità, vista con gli occhi del loro sistema. La sola maniera per comprendere l’individuo è di vederlo traverso Dio. Solo vedendo Iddio si comprende l’individuo: e poiché noi in questo non possiamo che intravedere Iddio, così noi possiamo intravedere quell’abisso di pace e di infinito, che è l’individuo”[13]. Il momento pascaliano dell’esistenza, cioè il momento in cui l’individuo scopre l’infelicità essenziale della sua vita, il momento in cui si rende conto che la liberazione che va cercando e che lo ha mosso all’azione non è avvenuta e non può avvenire, il momento in cui si rende, soprattutto consapevole, che i mali sociali hanno il loro primo dato nell’individuo e nella sua vita: “l’individuo è soggetto alla malattia, all’odio e alle tentazioni della forza, capace di opprimere e di essere oppresso, è soggetto alla morte”[14], è il momento decisivo. E’ il momento della speranza, è il momento in cui l’individuo dispera del finito e spera nell’infinito, è il momento in cui l’individuo scopre Dio. Tutta l’etica capograssiana, compresa la sua filosofia politica, trova qui la sua naturale conclusione. Capograssi è il filosofo che meglio di altri ha descritto la crisi del secolo passato e del mondo contemporaneo, le tragedie e le miserie dei totalitarismi, ma che ha saputo anche individuare dei segni di speranza indicando all’individuo la necessità di essere se stesso, di non lasciarsi massificare e omologare, di preservare la propria personalità e dispiegare le proprie potenzialità di umanità. Il vero rischio è proprio la fine dell’individuo, la disponibilità su di esso esercitata dai detentori del potere; il vero pericolo è che l’uomo diventi “superfluo” secondo l’ammonizione espressa da Hannah Arendt qualche anno più tardi[15]. Quest’ultima considerazione, probabilmente, aiuta a capire perché Capograssi, negli ultimi giorni della sua esistenza terrena, fosse assillato dal tema della frivolezza con tutte le sue conseguenze sul piano della vita etica, a partire dal rischio concreto che l’individuo possa distrarsi dai bisogni essenziali ed essere più facilmente preda di una sorta di nuovo totalitarismo [16]. Il vero rischio è dato dal ripetersi nella storia (e Capograssi è troppo legato alla lezione di Vico per non mettere in guardia da tutto ciò) di false idee dell’umanità e della vita. Nello spiegare il perché della catastrofe, che ha segnato in modo indelebile la nostra storia e la nostra identità di europei nel ‘900, Capograssi ricorda che la catastrofe è stata possibile proprio perché si è affermata una certa falsa idea della vita e dell’umanità, l’idea cioè che “l’umanità non ha valore per sé; l’individuo non è (più) un essere intelligente e morale che ha una legge e una sua verità: non è che un astratto paradigma di forze, un’astratta capacità di obbedienza, una forza puramente passiva. Quello che vale è il fine, lo scopo che i gruppi dominanti vogliono realizzare, e verso il quale vogliono avviare l’individuo. L’individuo non è (più così) libertà ma pura passività; e l’umanità è materia nella quale s’imprime da fuori la direzione e la forma che si vuole”[17].
Il vero rischio per l’individuo è la passività, l’inerzia, la non partecipazione. Il vero rischio è che da padrone del mondo l’uomo si trasformi in un suo ospite; un ospite marginalizzato, robotizzato, asservito ad un potere che si costituisce sempre più lontano dalla realtà esistente concentrando tutta la sua forza nel creare un consenso senza controllo da parte dei cittadini. L’uso acritico della tecnologia, il diffondersi della virtualità e l’affermarsi di una globalizzazione senza globalismo nascondono, infatti alcuni grandi pericoli: il rischio del dissolvimento della vita nell’apparenza della vita, della riduzione all’immagine e dell’allontanamento dalla realtà (la trasmissione “Il Grande Fratello” rappresenta una tragica metafora di tutto ciò). Una simile condizione dell’uomo contemporaneo comporta conseguenze dirompenti sul piano della politica, intesa come la intendeva Hannah Arendt, che non a caso guarda alla polis greca, come luogo di incontro, di confronto, di partecipazione. Le conseguenze sono la progressiva spoliticizzazione e de-responsabilizzazione del cittadino verso la sfera pubblica, la degenerazione degli istituti rappresentativi, il venir meno della reciprocità democratica che deve caratterizzare il corretto rapporto fra governati e governanti[18]. La conseguenza è la politica abbandonata alla sola logica del potere “che non vede altro che questo, e perciò fa suoi mezzi non solo gli individui, sopprimendoli come ostacoli, ma principi idee verità che vuota di ogni valore e riduce a pure immagini verbali”[19]. Capograssi era consapevole di molti di queste tematiche che sono oggi al centro della riflessione giuridica e politica: “Il pericolo è che invece di prendere la via lunga di portare l’esperienza così automatica com’è ad arricchire la vita spontanea ed intangibile dell’individuo … si voglia portare l’individuo alla vita automatica dell’esperienza, renderlo omogeneo all’automatismo dell’esperienza organizzata; si voglia invece di umanizzare l’esperienza, automatizzare l’individuo … sopprimere, rendere impossibili, spegnere le profonde vocazioni umane dell’individuo, quelle che hanno dato vita a tutte le invenzioni e alla sfere concrete della vita storica, dall’economia alla religione, che sono quelle che ne fanno un essere intelligente morale e libero, fonte di tutte le novità le scoperte e le imprevedibili creazioni della storia”[20]. Ma Capograssi era altresì consapevole, a differenza di tanti odierni cantori di sciagure, che la crisi contiene elementi di speranza: “E’ necessario avere la follia o la stoltezza di essere persuasi, che ognuno di noi può e perciò deve trasformare il mondo; che ognuno di noi, che uno qualunque di noi può, se riesce a salvare l’umanità in se stesso, a realizzare pienamente l’umanità in sé, a vincere veramente il male, a credere veramente in Dio, può salvare la storia; salverà la storia. La vecchia Europa, in quella parte donchisciottesca di essa, che costituisce veramente la sua grandezza, non è stata altro che questa follia … manteniamoci fedeli a questa follia”[21].


[1] Cfr. V. FROSINI, Capograssi: la struttura dell’esperienza giuridica, in “Rivista di diritto pubblico”, 1996, p. 593. [2] Cfr. E. OPOCHER, Giuseppe Capograssi filosofo del nostro tempo, Giuffrè, Milano, 1991, p. 49: “Io credo che Capograssi sia oggi estremamente inattuale ed al tempo stesso sorprendentemente attuale. Può sembrare un paradosso. Ma, in realtà il pensiero di Capograssi è portatore di una testimonianza che costituisce per il nostro tempo una specie di pietra di inciampo. La ‘moralità’ o, se si preferisce, la ‘filosofia’ dei nostri tempi è … lontanissima dalla sua … Lo è nella filosofia che si è sempre più allontanata dalla vita fino a rivendicare e a teorizzare la sua totale estraneità a ciò che la vita comporta ed esprime nell’interiorità della coscienza e che, sul piano morale, sembra addirittura vagheggiare un’etica senza verità. Lo è nella vita che sembra ad ogni livello stritolare sempre più l’individuo e distruggerne i centri vitali a incominciare dalla famiglia, nella morsa dell’automatismo e, quindi, di una alienazione ben più radicale di quella denunciata dal marxismo. Ma questa ‘inattualità’ di Capograssi nasconde una profonda conferma della sua prospettiva …”. [3] Le opere complete di Giuseppe Capograssi sono raccolte in sette volumi editi dalla casa editrice Giuffrè e curati, i primi sei, da M. D’Addio e E. Vidal, il settimo da F. Mercadante a cui si deve, grazie alla sua dinamica presidenza della Fondazione Capograssi, gran parte del merito per la “riscoperta” del grande filosofo e per la riflessione, anch’essa affascinante, sul Capograssi grande scrittore, come emerge nei Pensieri a Giulia (editi anch’essi da Giuffrè in tre volume curati da G. Lombardi), opera che raccoglie quasi duemila foglietti scritti quotidianamente alla sua fidanzata nel periodo 1918-1921 e che rappresenta il momento essenziale per cogliere il periodo della formazione del giovane Capograssi.. [4] G. CAPOGRASSI, Introduzione alla vita etica, Edizione di “Filosofia”, Torino, 1953, p. II. [5] S. COTTA, Introduzione a G. CAPOGRASSI, Incertezze sull’individuo, Giuffrè, Milano, 1969, p. IX. Cfr. E. GRAZIANI, Individuo, libertà e stato nella filosofia politica di Giuseppe Capograssi, in G. SORGI (a cura di), Vocabulum iuris, Teramo, 2001. [6] S. SATTA, Giuseppe Capograssi, in Soliloqui e colloqui di un giurista, p. 415. [7] Cfr. G. CAPOGRASSI, L’ambiguità del diritto contemporaneo, in Incertezze sull’individuo, cit., p. 119. [8] G. CAPOGRASSI, Introduzione alla vita etica, cit., pp. 45-46: “Lo Stato e il diritto mi ricordano che sono qualche altra cosa, oltre a quello che voglio essere … C’è qualche cosa che è più profonda di me. Sono uomo. Vale a dire, sono tutti i fini e tutti gli interessi che fanno umana la vita … Non c’è nessun lavoro intellettuale da fare, nessuna ricerca. C’è soltanto da resistere alle profonde tendenze che tenderebbero a gettarsi, e a fermare le correnti della vita, o nel piacevole o nell’utile o in uno degli altri fini costitutivi dell’umanità della vita e a subordinare tutti gli altri fini a quest’uno; e quindi, riportata l’anima nel proprio dominio, nel dominio di se stessa, lasciarsi vivere secondo le inclinazioni della volontà, che vuole appunto vivere la vita nella totalità e nell’ordine dei suoi interessi e dei suoi fini umani. Perciò la morale è virtù e libertà … L’esperienza morale è proprio l’esperienza nella quale l’uomo vive nella pace della sua natura totalmente spiegata in tutte le sue forze e le sue direzioni” [9] Cfr. V. FROSINI, Capograssi: la struttura dell’esperienza giuridica, cit., p. 593. [10] S. SATTA, op. cit., p. 416. [11] Cfr. E. OPOCHER, op. cit., p. 34 e ss. [12] Leopardi è molto presente nelle pagine soprattutto giovanili di Capograssi. Cfr., per esempio, G. CAPOGRASSI, Pensieri a Giulia, Giuffrè, Milano, 1978-1981, vol II, nr. 513 e 462, dove Leopardi è definito: “pallido, disperato amante di Dio”, che “morì per aver troppo amato Dio e per non averlo trovato”. [13] G. CAPOGRASSI, Pensieri a Giulia, cit., nr. 1104. [14] G. CAPOGRASSI, Su alcuni bisogni dell’individuo contemporaneo, cit., p. 204. [15] Sul pensiero della Arendt, anche per cogliervi interessanti nessi con la filosofia capograssiana, cfr. T. SERRA, Virtualità e realtà delle istituzioni. Ermeneutica, diritto e politica in Hannah Arendt, Giappichelli, Torino, 1997. [16] Una emozionata, oltre che autorevole testimonianza, di questo interesse dell’ultimo Capograssi in S. SATTA, op. cit., p. 427: “Giunto alla fine si accorse che questi [eguaglianza, amicizia, speranza] erano i bisogni dell’individuo serio, mentre esiste anche l’uomo frivolo e ha i suoi non meno fondamentali bisogni. Subito gli apparve l’urgenza di studiare con assoluta serietà questi bisogni, e fedele al suo metodo si tuffò nella contemplazione della vita frivole, si mise ad ascoltare alla radio i resoconti delle partite di calcio, si fece portare le riviste a rotocalco, interrogò coloro che vivevano nel mondo, e poiché la frivolezza non è solo in queste cose, ma anche nelle opere apparentemente serie che si presentano come opere di scienza, si mise ad analizzare queste opere…”. [17] G. CAPOGRASSI, Il diritto dopo la catastrofe, in Incertezze sull’individuo, cit. pp. 4-5. [18] Cfr. su questi temi T. SERRA, La democrazia redenta. Il cammino senza fine della democrazia, Giappichelli, Torino, 2001 e E. BAGLIONI (a cura di), Ospiti del futuro?, Giappichelli, Torino, 2000. [19] G. CAPOGRASSI, Considerazioni sullo Stato, in Opere, cit., vol. III, p. 346. [20] C. CAPOGRASSI, L’ambiguità del diritto contemporaneo, cit., p. 118. [21] G. CAPOGRASSI, L’ambiguità del diritto contemporaneo, cit., p. 121. Cfr. V. FROSINI, Un dialogo con Capograssi, in Saggi su Kelsen e Capograssi, Giuffrè, Milano, 1988, che ricorda alcuni frammenti di una delle sue ultime conversazioni con il grande maestro: “Don Chisciotte è ritenuto folle, ma la sua è una santa follia, perché è proprio la follia dei santi; è, cioè, la credenza nell’ideale, la fede, la contraddizione e il paradosso della vita. Don Chisciotte è salvo perché crede; e finché crede, egli è Don Chisciotte, e non un qualunque hidalgo di provincia … Don Chisciotte è in realtà il vero eroe dello spirito, che porta la croce della sua unicità, che è solo con se stesso, anche se scortato da Sancho”.