Gino Morbiducci, Ferrovia e ferrovieri a Sulmona. Appunti per una storia sociale del centro Abruzzo

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in «La Città», Mensile indipendente. Al servizio del cittadino, n. 2, a. XVI (1989)

«Era quindi un nuovo modo di vivere che cercava di scuotere i vecchi legami, un mondo che attraverso l’opera educatrice dei ferrovieri, si istruiva, reclamava una propria fisionomia e che finalmente poteva mandare i figli a scuola, vestirli, fargli calzare le scarpe, così come facevano da sempre i figli dei signori»

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Un pensatore sulmonese dimenticato (1886-1963)

$_35ISSN 2281-6569, SFI Sezione di Sulmona Giuseppe Capograssi [online]

di Raffaele Garofalo

Annibale Luigi Corvi, scomparso nel giugno 1963, occupa un posto significativo tra i benemeriti dell’antifascismo durante il ventennio, tra i combattenti nella seconda guerra mondiale e tra gli impegnati nella politica attiva dei primi anni della Repubblica. Dalle scarse notizie raccolte sul Dizionario Biografico degli Abruzzi, pubblicato dalla Accademia Cateriniana di Cultura di Sulmona, (La Moderna, Sulmona, 1976), si ricava che il personaggio nacque a Milano e si laureò in Giurisprudenza, presso l’Università di Pavia, con una tesi in Diritto Penale e successivamente si laureò in lettere, nel 1917, presso l’Università di Milano. Di famiglia nobile era tuttavia portato a snobbare, con gustosa ironia, il titolo baronale dal quale si era “sbaronato”: «mi appartiene non per colpa mia», amava ripetere.

UN PENSATORE SULMONESE DIMENTICATO (PDF)

Edoardo Puglielli. Pratola Peligna: la lapide a Filippo Corsi in piazza della Libertà

 ISSN 2281-6569 SFI, Sezione di Sulmona Giuseppe Capograssi [online]

Filippo CorsiFilippo Corsi fu un repubblicano mazziniano. Nacque a Capestrano il 1° marzo 1870. Collaborò al periodico «La Bandiera della Democrazia  Abruzzese», settimanale che avviò le pubblicazioni all’Aquila nel 1891  come «organo della democrazia abruzzese». In seguito alla feroce repressione di fine Ottocento scatenata contro le organizzazioni politiche e sindacali di sinistra e contro i loro dirigenti, Corsi, insieme a tanti altri repubblicani, anarchici e socialisti, fu costretto ad un periodo di esilio. Nel 1901 contribuì alla fondazione del periodico «La Democrazia», di cui fu anche uno dei più assidui collaboratori. Filippo Corsi morì la mattina del 21 maggio 1903 nella città di Massa, poco più che trentenne.

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Benedetto Croce. Il discorso di Pescasseroli (1910)

Benedetto Croce (Pescasseroli, 25 febbraio 1866 – Napoli, 20 novembre 1952)

Benedetto Croce (Pescasseroli, 25 febbraio 1866 – Napoli, 20 novembre 1952)

Amici di Pescasseroli,

tornare al luogo dove si è nati, tra le accoglienze benevole e festose dei propri concittadini, dopo che si è percorso gran tratto della vita e l’uomo, molto o poco che sia, è quello che poteva essere e quale con tutti i suoi sforzi è riuscito a farsi, è un alto compiacimento e un grande premio, che io ora debbo a voi, amici di Pescasseroli. Ma, credetemi, questo compiacimento è stato in me come soverchiato dall’onda degli altri affetti, che mi si è agitata nell’animo. Quantunque io non abbia, prima di questi giorni, percorso materialmente la via che conduce a questo paese, l’ho percorsa infinite volte con la fantasia; e quantunque ora per la prima volta abbia contemplato la casa dei miei progenitori materni, la piazza, la chiesa, i ruderi del castello, li avevo già visti molte volte come in sogno. A me, fanciullo, i racconti di mia madre, nei quali appariva sempre una città biancheggiante di neve, quasi divisa dal mondo, e una vasta casa dove si stava intimamente raccolti intorno al lieto fuoco del camino; nei quali si narrava di uomini forti e austeri, di pastori, di innumeri greggi, e poi ancora (argomento prediletto alla curiosità del bambino) di soldati e di briganti, e meglio ancora di cacce e di orsi (poiché il bambino si interessa agli animali assai più vivamente che agli uomini), questi racconti, queste descrizioni, facevano di Pescasseroli per me come uno di quei paesi delle fiabe, che non si sa mai se siano o no esistiti. E un po’ paese di fiabe rimase per me, anche quando divenni adulto. Tanto, che se dovessi cercare la ragione profonda per la quale io, che pure sono andato in giro per molta parte del mondo, non mi ero ancora risoluto a venire a Pescasseroli, nonostante gli incitamenti dei miei affettuosi zii e i propositi ripetuti, mi accorgerei che c’era, in fondo al mio animo, il ritegno a realizzare il mondo del sogno, a sostituire immagini precise a quelle ondeggianti che erano nel mio cuore ricche di tanto significato, giacché facevano tutt’uno con l’immagine di mia madre.Ed eccomi ora qui, che ho toccato il fantasma del sogno, e mi trovo anche materialmente in mezzo a voi. E voi vorrete saperequale impressione io ora provi e se la realtà superi il sogno o se il sogno di prima superasse la realtà. Ed io vi risponderò che ancora una volta ho fatto l’esperienza, sopra me stesso, che il sogno è buono e la realtà è altrettanto (se pur diversamente) buona; che l’uomo è costituito di sogno e di realtà, di immaginazione e di azione, e l’una deve rafforzare l’altra e non sostituirsi all’altra, come suole negli spiriti, o grossolani, che non sognano mai, o fiacchi, che sognano sempre. Nell’entrare nel vostro e nel mio paese, quando ho scorto il popolo assiepato sulla via, in quei visi di uomini, di donne, di vecchi, di fanciulli, mi è parso ritrovare antiche conoscenze, come di fratelli e sorelle, da cui si sia vissuti lontano e nei quali pur si scorgono, al primo incontro, i tratti fraterni. E via via che stringevo le mani a ciascuno di voi, udivo nomi che mi erano familiari dall’infanzia, mi risorgevano innanzi figure simpatiche, ricordavo di aver conosciuto di qualcuno il padre, di altri lo zio, di altri il fratello, e qualcuno, perfino, ho ricordato di averlo visto, giovane, presso mio padre, e mi son compiaciuto di ritrovarlo, dopo tanti anni, non troppo diverso d’aspetto. La casa dei miei buoni cugini, che subito mi ha accolto, per quanto grande me la dilatasse la fantasia, non ha smentito l’iperbole fantastica; e ho calcato col piede nel salotto le pelli di quei neri animali che già avevo visti attraversare la bianchezza nevosa del paesaggio. Nel percorrere i libri allineati nella biblioteca di famiglia ho riconosciuto le legature di certe collezioni di racconti che avevano dilettato mia madre, e che ella si faceva mandare talvolta dal fratello per darli a leggere a me giovinetto. E tutto si è riempito per me di un nuovo e più saldo, se anche meno fantastico, sentimento di affetto. La vostra piccola città, se volete saperlo, mi è parsa più bella, più ampia, più gaia, e (perdonatemi) più civile di come io la vagheggiavo; e tutt’altro che divisa dal mondo, perché qui, come si sente dai vostri discorsi, voi vivete del tutto affiatati con la vita italiana e moderna; e, anzi, è evidente che Pescasseroli, nome noto a così pochi per il passato (quantunque sia segnato nella geografia che il savio arabo Edrisi scrisse per Ruggero re di Sicilia), che il nome di Pescasseroli diverrà, fra non molti anni, familiare a tutti, come sono familiari i nomi dei villaggetti svizzeri; perché qui converranno, e da Roma e da Napoli e da ogni parte, i villeggianti e gli escursionisti. Mi accorgo di parlarvi di sentimenti troppo personali e intimi, come accade a chi, tutto pieno della sua passione, crede che anche gli altri debbano prendervi interesse; sebbene io sia incoraggiato dal trovarmi circondato da persone, che per me non hanno visi di estranei. E perciò vi dirò anche che Pescasseroli non è stato soltanto, per lunghi anni, nel mio spirito, un semplice oggetto di fantasticherie. Ho vissuto la mia vita a Napoli, tra una popolazione intelligentissima, calda, cordiale, impulsiva: e di Napoli conosco ogni pietra e ogni ricordo; e il figliuolo dei monti ha ormai il bisogno irrefrenabile di dimorare nel cuore di quell’antica città,tra vecchi campanili, e muri di monasteri, e resti di edifizi medievali e greci; dove più se ne sente la ricca e ininterrotta tradizione storica. A Napoli ho svolto la mia attività di uomo di studio, tra compagni carissimi e giovani che mi si son fatti spontanei discepoli. Eppure io ho tenuto sempre viva la coscienza di qualcosa che nel mio temperamento non è napoletano. Quando l’acuta chiaroveggenza di quella popolazione si cangia in scetticismo e in gaia indifferenza, quando c’è bisogno non solo di intelligenza agile e di spirito versatile, ma di volontà ferma e di persistenza e resistenza, io mi son detto spesso a bassa voce, tra me e me, e qualche volta l’ho detto anche a voce alta: – Tu non sei napoletano, sei abruzzese! – e in questo ricordo ho trovato un po’ d’orgoglio e molta forza. Vedete dunque quanta gratitudine io debba provare verso questa terra e verso i miei maggiori! A questa gratitudine si aggiunge ora l’altra, che debbo a voi tutti.

Pescasseroli, 21 agosto 1910

Publio Ovidio Nasone. Opera Omnia

Publio Ovidio Nasone (43 a.C. - 17 d.C.)

Publio Ovidio Nasone      (43 a.C. – 17 d.C.)

METAMORPHOSES

AMORES

HEROIDES

ARS AMATORIA

TRISTIA

EX PONTO

FASTI

Remedia Amoris Ibis Ponto

Francesco Filomusi Guelfi. Del concetto del diritto naturale e del diritto positivo (1873)

Filomusi Guelfi (1842-1922), discepolo di Bertrando Spaventa, idealista principalmente per il richiamo a quell’ordine morale che tale definizione implicava, non poteva che essere lontano dalle sintesi positivistiche che l’ultimo Ottocento contrassegnava negli orientamenti dei filosofi e dei professori. Il diritto – osservava – può essere studiato come puro fenomeno ma il problema della sua genesi è problema filosofico. Ecco allora il doppio lato del diritto: il lato ideale, principio e causa della realtà, ed il lato storico, positivo che cade nel mondo delle cose, dei fatti e dei fenomeni. Il diritto dunque si alimenta continuamente della necessità etica senza la quale non è pensabile una comune organizzazione come famiglia, società, Stato e sistema di Stati. Solo l’esigenza di una ragione più elevata può sostenere l’avvicendarsi della norme e sospingere sempre più al progresso giuridico ma non nei termini di un modello ideale da tradurre in forma positiva bensì come un momento costitutivo dell’attività giuridica. Al vecchio concetto di uno ius naturae astratto, immutabile, perfetto, direttamente formulato dalla ragione come modello da tradurre nella realtà, subentra un insieme di ragioni ideali destinate a trovare soddisfazione nel diritto concreto. Fondate sulla ‘idea’ da essa vengono dedotte in conformità alle condizioni naturali e storiche di un corpo sociale, per trovare ‘forma’ e riconoscimento in una norma giuridica. Ma per restare al concetto da cui muoveva Filomusi, quello cioè della distinzione tra ‘diritto in se’ e la sua ‘realtà’ o ‘forma’ ciò che bisognava spiegare era come l’idea del diritto si fa diritto positivo, come il volere si determina all’azione. E a riguardo egli si richiamava ad Aristotele o, più precisamente, al concetto aristotelico del ‘movimento’ senza il quale il divario tra la materia e la forma non può esser colmato. Attraverso il principio del ‘movimento’ dunque, si può comporre l’antitesi – riconosciuta da Hegel ma lasciata indeterminata nel suo svolgimento – tra l’idea e la forma: solo nel dinamismo che le muove nonché nella ‘energia’ e nella ‘spinta’ che le mette in relazione si trova la genesi del diritto e la sua realizzazione positiva. Alla luce di ciò si spiegano anche le posizioni che Filomusi avrà nei confronti della Scuola Storica: è indubbio il contributo da essa reso alla ricerca sulle fonti storiche e sulla natura del diritto positivo ma resta l’obiezione alla concezione di un diritto inteso ‘come puro prodotto spontaneo della coscienza giuridica di un popolo’. Definendolo come tale si cade in una tautologia: bisogna spiegare cos’è il ‘diritto’ per saper il valore del predicato ‘giuridico’. E poi non spiegata è la nozione della ‘coscienza del popolo’, alla quale poi si aggiunge il predicato di ‘giuridica’. Solo alla filosofia – egli affermava – può essere dato il compito di chiarire il predicato ‘giuridico’ derivandolo da un più alto principio. Essa riconosce questo ‘eterno ideale’ e presiede al suo svolgimento. Perciò una prospettiva che abbraccia in sè la filosofia e la storia è la sola che può riconoscere, senza immedesimarle, la manifestazione storica del diritto e la sua origine ideale. Dunque il diritto positivo quale ‘forma concreta  e reale del diritto ideale’ non può che essere energia attuosa, ‘movimento’, forza: se non fosse forza sarebbe impotenza. Ma il diritto come forza – quello che lotta e vince – non è il risultato di una vis maior impositiva bensì l’effetto della potenza etica che lo costituisce. La sua attuazione cioè, non poggerebbe sulla coazione – comunque possibile come determinazione essenziale del concetto del diritto in sé – ma sui sentimenti doverosi che si affermano nella coscienza di un popolo, sull’ossequio fiducioso alla legge, non per paura della coazione ma per i motivi etici su cui si fonda.

Del concetto del diritto naturale e del diritto positivo nella storia della filosofia del diritto