Un pensatore sulmonese dimenticato (1886-1963)

$_35ISSN 2281-6569, SFI Sezione di Sulmona Giuseppe Capograssi [online]

di Raffaele Garofalo

Annibale Luigi Corvi, scomparso nel giugno 1963, occupa un posto significativo tra i benemeriti dell’antifascismo durante il ventennio, tra i combattenti nella seconda guerra mondiale e tra gli impegnati nella politica attiva dei primi anni della Repubblica. Dalle scarse notizie raccolte sul Dizionario Biografico degli Abruzzi, pubblicato dalla Accademia Cateriniana di Cultura di Sulmona, (La Moderna, Sulmona, 1976), si ricava che il personaggio nacque a Milano e si laureò in Giurisprudenza, presso l’Università di Pavia, con una tesi in Diritto Penale e successivamente si laureò in lettere, nel 1917, presso l’Università di Milano. Di famiglia nobile era tuttavia portato a snobbare, con gustosa ironia, il titolo baronale dal quale si era “sbaronato”: «mi appartiene non per colpa mia», amava ripetere.

UN PENSATORE SULMONESE DIMENTICATO (PDF)

Edoardo Puglielli. Pratola Peligna: la lapide a Filippo Corsi in piazza della Libertà

 ISSN 2281-6569 SFI, Sezione di Sulmona Giuseppe Capograssi [online]

Filippo CorsiFilippo Corsi fu un repubblicano mazziniano. Nacque a Capestrano il 1° marzo 1870. Collaborò al periodico «La Bandiera della Democrazia  Abruzzese», settimanale che avviò le pubblicazioni all’Aquila nel 1891  come «organo della democrazia abruzzese». In seguito alla feroce repressione di fine Ottocento scatenata contro le organizzazioni politiche e sindacali di sinistra e contro i loro dirigenti, Corsi, insieme a tanti altri repubblicani, anarchici e socialisti, fu costretto ad un periodo di esilio. Nel 1901 contribuì alla fondazione del periodico «La Democrazia», di cui fu anche uno dei più assidui collaboratori. Filippo Corsi morì la mattina del 21 maggio 1903 nella città di Massa, poco più che trentenne.

Pratola Peligna: la lapide a Filippo Corsi in piazza della Libertà (PDF)

Benedetto Croce. Il discorso di Pescasseroli (1910)

Benedetto Croce (Pescasseroli, 25 febbraio 1866 – Napoli, 20 novembre 1952)

Benedetto Croce (Pescasseroli, 25 febbraio 1866 – Napoli, 20 novembre 1952)

Amici di Pescasseroli,

tornare al luogo dove si è nati, tra le accoglienze benevole e festose dei propri concittadini, dopo che si è percorso gran tratto della vita e l’uomo, molto o poco che sia, è quello che poteva essere e quale con tutti i suoi sforzi è riuscito a farsi, è un alto compiacimento e un grande premio, che io ora debbo a voi, amici di Pescasseroli. Ma, credetemi, questo compiacimento è stato in me come soverchiato dall’onda degli altri affetti, che mi si è agitata nell’animo. Quantunque io non abbia, prima di questi giorni, percorso materialmente la via che conduce a questo paese, l’ho percorsa infinite volte con la fantasia; e quantunque ora per la prima volta abbia contemplato la casa dei miei progenitori materni, la piazza, la chiesa, i ruderi del castello, li avevo già visti molte volte come in sogno. A me, fanciullo, i racconti di mia madre, nei quali appariva sempre una città biancheggiante di neve, quasi divisa dal mondo, e una vasta casa dove si stava intimamente raccolti intorno al lieto fuoco del camino; nei quali si narrava di uomini forti e austeri, di pastori, di innumeri greggi, e poi ancora (argomento prediletto alla curiosità del bambino) di soldati e di briganti, e meglio ancora di cacce e di orsi (poiché il bambino si interessa agli animali assai più vivamente che agli uomini), questi racconti, queste descrizioni, facevano di Pescasseroli per me come uno di quei paesi delle fiabe, che non si sa mai se siano o no esistiti. E un po’ paese di fiabe rimase per me, anche quando divenni adulto. Tanto, che se dovessi cercare la ragione profonda per la quale io, che pure sono andato in giro per molta parte del mondo, non mi ero ancora risoluto a venire a Pescasseroli, nonostante gli incitamenti dei miei affettuosi zii e i propositi ripetuti, mi accorgerei che c’era, in fondo al mio animo, il ritegno a realizzare il mondo del sogno, a sostituire immagini precise a quelle ondeggianti che erano nel mio cuore ricche di tanto significato, giacché facevano tutt’uno con l’immagine di mia madre.Ed eccomi ora qui, che ho toccato il fantasma del sogno, e mi trovo anche materialmente in mezzo a voi. E voi vorrete saperequale impressione io ora provi e se la realtà superi il sogno o se il sogno di prima superasse la realtà. Ed io vi risponderò che ancora una volta ho fatto l’esperienza, sopra me stesso, che il sogno è buono e la realtà è altrettanto (se pur diversamente) buona; che l’uomo è costituito di sogno e di realtà, di immaginazione e di azione, e l’una deve rafforzare l’altra e non sostituirsi all’altra, come suole negli spiriti, o grossolani, che non sognano mai, o fiacchi, che sognano sempre. Nell’entrare nel vostro e nel mio paese, quando ho scorto il popolo assiepato sulla via, in quei visi di uomini, di donne, di vecchi, di fanciulli, mi è parso ritrovare antiche conoscenze, come di fratelli e sorelle, da cui si sia vissuti lontano e nei quali pur si scorgono, al primo incontro, i tratti fraterni. E via via che stringevo le mani a ciascuno di voi, udivo nomi che mi erano familiari dall’infanzia, mi risorgevano innanzi figure simpatiche, ricordavo di aver conosciuto di qualcuno il padre, di altri lo zio, di altri il fratello, e qualcuno, perfino, ho ricordato di averlo visto, giovane, presso mio padre, e mi son compiaciuto di ritrovarlo, dopo tanti anni, non troppo diverso d’aspetto. La casa dei miei buoni cugini, che subito mi ha accolto, per quanto grande me la dilatasse la fantasia, non ha smentito l’iperbole fantastica; e ho calcato col piede nel salotto le pelli di quei neri animali che già avevo visti attraversare la bianchezza nevosa del paesaggio. Nel percorrere i libri allineati nella biblioteca di famiglia ho riconosciuto le legature di certe collezioni di racconti che avevano dilettato mia madre, e che ella si faceva mandare talvolta dal fratello per darli a leggere a me giovinetto. E tutto si è riempito per me di un nuovo e più saldo, se anche meno fantastico, sentimento di affetto. La vostra piccola città, se volete saperlo, mi è parsa più bella, più ampia, più gaia, e (perdonatemi) più civile di come io la vagheggiavo; e tutt’altro che divisa dal mondo, perché qui, come si sente dai vostri discorsi, voi vivete del tutto affiatati con la vita italiana e moderna; e, anzi, è evidente che Pescasseroli, nome noto a così pochi per il passato (quantunque sia segnato nella geografia che il savio arabo Edrisi scrisse per Ruggero re di Sicilia), che il nome di Pescasseroli diverrà, fra non molti anni, familiare a tutti, come sono familiari i nomi dei villaggetti svizzeri; perché qui converranno, e da Roma e da Napoli e da ogni parte, i villeggianti e gli escursionisti. Mi accorgo di parlarvi di sentimenti troppo personali e intimi, come accade a chi, tutto pieno della sua passione, crede che anche gli altri debbano prendervi interesse; sebbene io sia incoraggiato dal trovarmi circondato da persone, che per me non hanno visi di estranei. E perciò vi dirò anche che Pescasseroli non è stato soltanto, per lunghi anni, nel mio spirito, un semplice oggetto di fantasticherie. Ho vissuto la mia vita a Napoli, tra una popolazione intelligentissima, calda, cordiale, impulsiva: e di Napoli conosco ogni pietra e ogni ricordo; e il figliuolo dei monti ha ormai il bisogno irrefrenabile di dimorare nel cuore di quell’antica città,tra vecchi campanili, e muri di monasteri, e resti di edifizi medievali e greci; dove più se ne sente la ricca e ininterrotta tradizione storica. A Napoli ho svolto la mia attività di uomo di studio, tra compagni carissimi e giovani che mi si son fatti spontanei discepoli. Eppure io ho tenuto sempre viva la coscienza di qualcosa che nel mio temperamento non è napoletano. Quando l’acuta chiaroveggenza di quella popolazione si cangia in scetticismo e in gaia indifferenza, quando c’è bisogno non solo di intelligenza agile e di spirito versatile, ma di volontà ferma e di persistenza e resistenza, io mi son detto spesso a bassa voce, tra me e me, e qualche volta l’ho detto anche a voce alta: – Tu non sei napoletano, sei abruzzese! – e in questo ricordo ho trovato un po’ d’orgoglio e molta forza. Vedete dunque quanta gratitudine io debba provare verso questa terra e verso i miei maggiori! A questa gratitudine si aggiunge ora l’altra, che debbo a voi tutti.

Pescasseroli, 21 agosto 1910

Publio Ovidio Nasone. Opera Omnia

Publio Ovidio Nasone (43 a.C. - 17 d.C.)

Publio Ovidio Nasone      (43 a.C. – 17 d.C.)

METAMORPHOSES

AMORES

HEROIDES

ARS AMATORIA

TRISTIA

EX PONTO

FASTI

Remedia Amoris Ibis Ponto

Francesco Filomusi Guelfi. Del concetto del diritto naturale e del diritto positivo (1873)

Filomusi Guelfi (1842-1922), discepolo di Bertrando Spaventa, idealista principalmente per il richiamo a quell’ordine morale che tale definizione implicava, non poteva che essere lontano dalle sintesi positivistiche che l’ultimo Ottocento contrassegnava negli orientamenti dei filosofi e dei professori. Il diritto – osservava – può essere studiato come puro fenomeno ma il problema della sua genesi è problema filosofico. Ecco allora il doppio lato del diritto: il lato ideale, principio e causa della realtà, ed il lato storico, positivo che cade nel mondo delle cose, dei fatti e dei fenomeni. Il diritto dunque si alimenta continuamente della necessità etica senza la quale non è pensabile una comune organizzazione come famiglia, società, Stato e sistema di Stati. Solo l’esigenza di una ragione più elevata può sostenere l’avvicendarsi della norme e sospingere sempre più al progresso giuridico ma non nei termini di un modello ideale da tradurre in forma positiva bensì come un momento costitutivo dell’attività giuridica. Al vecchio concetto di uno ius naturae astratto, immutabile, perfetto, direttamente formulato dalla ragione come modello da tradurre nella realtà, subentra un insieme di ragioni ideali destinate a trovare soddisfazione nel diritto concreto. Fondate sulla ‘idea’ da essa vengono dedotte in conformità alle condizioni naturali e storiche di un corpo sociale, per trovare ‘forma’ e riconoscimento in una norma giuridica. Ma per restare al concetto da cui muoveva Filomusi, quello cioè della distinzione tra ‘diritto in se’ e la sua ‘realtà’ o ‘forma’ ciò che bisognava spiegare era come l’idea del diritto si fa diritto positivo, come il volere si determina all’azione. E a riguardo egli si richiamava ad Aristotele o, più precisamente, al concetto aristotelico del ‘movimento’ senza il quale il divario tra la materia e la forma non può esser colmato. Attraverso il principio del ‘movimento’ dunque, si può comporre l’antitesi – riconosciuta da Hegel ma lasciata indeterminata nel suo svolgimento – tra l’idea e la forma: solo nel dinamismo che le muove nonché nella ‘energia’ e nella ‘spinta’ che le mette in relazione si trova la genesi del diritto e la sua realizzazione positiva. Alla luce di ciò si spiegano anche le posizioni che Filomusi avrà nei confronti della Scuola Storica: è indubbio il contributo da essa reso alla ricerca sulle fonti storiche e sulla natura del diritto positivo ma resta l’obiezione alla concezione di un diritto inteso ‘come puro prodotto spontaneo della coscienza giuridica di un popolo’. Definendolo come tale si cade in una tautologia: bisogna spiegare cos’è il ‘diritto’ per saper il valore del predicato ‘giuridico’. E poi non spiegata è la nozione della ‘coscienza del popolo’, alla quale poi si aggiunge il predicato di ‘giuridica’. Solo alla filosofia – egli affermava – può essere dato il compito di chiarire il predicato ‘giuridico’ derivandolo da un più alto principio. Essa riconosce questo ‘eterno ideale’ e presiede al suo svolgimento. Perciò una prospettiva che abbraccia in sè la filosofia e la storia è la sola che può riconoscere, senza immedesimarle, la manifestazione storica del diritto e la sua origine ideale. Dunque il diritto positivo quale ‘forma concreta  e reale del diritto ideale’ non può che essere energia attuosa, ‘movimento’, forza: se non fosse forza sarebbe impotenza. Ma il diritto come forza – quello che lotta e vince – non è il risultato di una vis maior impositiva bensì l’effetto della potenza etica che lo costituisce. La sua attuazione cioè, non poggerebbe sulla coazione – comunque possibile come determinazione essenziale del concetto del diritto in sé – ma sui sentimenti doverosi che si affermano nella coscienza di un popolo, sull’ossequio fiducioso alla legge, non per paura della coazione ma per i motivi etici su cui si fonda.

Del concetto del diritto naturale e del diritto positivo nella storia della filosofia del diritto

Virgilia D’Andrea, anarchica e poetessa sulmonese

(di Giuseppe Galzerano)

Quella di Virgilia D’Andrea è una vita breve e intensa di passioni politiche, racchiusa tra i libri e le persecuzioni. Quando nel 1922 pubblica il suo primo libro di poesie, Tormento1, il 13 marzo 1923 un solerte funzionario della questura di Milano la denunzia per vilipendio e istigazione all’odio di classe2.

Anche quando, undici anni dopo, nell’esilio americano, pubblica Torce nella notte – un libro che nasce nel dolore e nella sofferenza – l’edizione non può circolare in Italia, dove arriva solo qualche copia3.

Questa che presentiamo in ristampa anastatica è, a settanta anni dall’introvabile edizione americana4, la prima edizione italiana del libro della D’Andrea, che è un importante e sconosciuto testo della letteratura anarchica dell’esilio, caratterizzato da una straordinaria e coinvolgente qualità della scrittura. Il libro è anche una viva testimonianza dell’intensa attività propagandistica, culturale, politica, giornalistica ed editoriale di una parte dell’emigrazione anarchica ed antifascista duranti gli anni dell’esilio antifascista. Riproduciamo l’edizione originale anche perché ha una particolare grafica giocata sugli spazi, che – con la pagina particolarmente arieggiata – esaltano i sentimenti e i valori dei protagonisti.

Il libro vide la luce mentre la sua giovane e coraggiosa autrice lotta disperatamente contro la morte in un ospedale di New York, dove l’11 maggio 1933 – straziata dal dolore e dalla sofferenza – muore prematuramente a quarantacinque anni. L’atroce morte le concede solo di poter vedere e accarezzare la prima copia dell’edizione del libro, destinato a diffondere – tra i diseredati raminghi per il mondo – il suo forte messaggio di lotta e di riscatto sociale. Armando Borghi, che fu suo compagno, testimonia:

L’11 maggio i tipografi mi consegnarono la prima copia del suo libro. L’accarezzò, e lo baciò. Morì nella notte5.

Con la pubblicazione del libro, Virgilia D’Andrea, moriva lottando – come in tutto il resto della sua vita – sulla barricata degli oppressi, degli sfruttati e degli esiliati. Anche per questo, alla notizia della sua scomparsa, i compagni che avevano curato l’edizione dell’opera inserirono la stampa di una foto dell’autrice, mentre nella quarta di copertina vengono ricordati altri suoi due libri: «L’ora di Maramaldo» e «Tormento», e per le richieste veniva dato il recapito dell’autrice (Virgilia D’Andrea – Box 51 Station K – Brooklyn, N.Y.) e annotato che l’opera era stata finita di stampare alla fine del mese di aprile 1933.

L’anno prima, ricoverata per emorragia in un ospedale di Boston, fu operata dalla dottoressa Ilya Galleani, figlia dell’anarchico Luigi Galleani6. Sembrava che tutto fosse tornato alla normalità e la D’Andrea riprese la sua attività, lavorando al progetto del libro, che è una raccolta di una parte dei suoi scritti.

Le sofferenze ripresero nella primavera del 1933. Il 1 maggio 1933 fu accompagnata nell’ospedale delle 105 strada di New York per subire un’ulteriore operazione. Sempre Borghi ricorda:

Rivedo la giornata piena di sole, in cui io e l’amica sua Catina, che con assistenza amorevole la confortava, e non la lasciò mai fino all’ultimo respiro, la portammo all’ospedale delle 105 strada a New York. Era il primo maggio. Qua e là, al centro della città, i cortei passavano al suono degli inni popolari (allora anche negli Stati Uniti si festeggiava quella data alla maniera europea). Le note dell’Internazionale e dell’Inno dei lavoratori arrivavano sino a noi. La piena dei ricordi la vinse. Mi prese forte le mani e mi disse: «Armando, ci pensi?… Ricordi?… Anche in Italia…». Nei suoi occhi lucidi di lacrime risplendeva dolce tutto il nostro passato. Subentrò un silenzio lungo. Io, impietrito ma fermo, cercai di deviare la sua tristezza scherzando: «Credi, Virgilia, che il prossimo anno non avrà un primo maggio?». Non mi rispose. I suoi occhi continuarono a guardare lontano.

All’ospedale, all’atto di firmare il foglio d’ingresso, Virgilia lesse la terribile parola: carcinoma. Non c’era più posto per le bugie pietose. Accettò il suo destino con raro coraggio. Il giorno seguente fu operata. Per dieci giorni resisté a dolori inimmaginabili: un chirurgo disse che avrebbero potuto uccidere dieci persone. Non si perdette d’animo un solo momento. Rifiutò (garbatamente) l’offerta, troppe volte ripetuta dall’infermiera e dal medico, dell’assistenza di un prete7.

Virgilia Anna Michelina D’Andrea era nata l’11 febbraio 1888 a Sulmona (Aq).

Ancora adolescente passa da una tragedia all’altra. Rimasta orfana della madre, dopo qualche anno il padre – che si era risposato – viene ucciso dal rivale in amore, insieme con i suoi due bambini e sotto gli occhi della figlia. A sei anni Virgilia viene rinchiusa in un collegio di suore, forse nella stessa Sulmona, dove rimane fino alla maggiore età. Anni dopo ricorderà teneramente quell’esperienza:

Si era alle vacanze estive. Noi, dieci o dodici educande rimaste in collegio, eravamo arrivate, solamente da qualche giorno, alla stazione balneare.

Io ero allora una piccola bimba triste e silenziosa, senza la mobilità, gli scatti, gli ostinati capricci e le squillanti risate dell’infanzia felice.

Avevo perduto padre, madre e due fratelli nel giro di pochi mesi. Il mio tutore, accorso dopo la terribile sventura che aveva distrutto una intera famiglia, mi aveva improvvisamente strappata dalla bianca, bella casa paterna, tutta rilucente di sole; da quel lembo di terra così indimenticabilmente canoro di boschi e di acque, e mi aveva lasciata sulla soglia del collegio con queste parole: «Ricordatevi che voi siete sola, che voi non avete più nessuno: non potete perciò permettervi i capricci delle altre bambine. Pensate a farvi da sola una vita».

E queste parole così aride e così fredde, che erano state dette solo a scopo di conforto, avevano, invece, fatto maggiormente soffrire la mia piccola anima, che dolorava da tutte le parti e che da quelle frasi, di cui non poteva comprendere l’alto significato morale, ne aveva tirato, con la semplice e terribile logica infantile, questa amara deduzione: che io dovevo considerarmi in uno stato di inferiorità di contro alle mie compagne: che io non dovevo fare ciò che le altre facevano, perché ad esse, in virtù di un privilegio di affetti, tutto sarebbe stato permesso, ed a me, in nome della sventura che mi aveva colpita, nulla sarebbe stato perdonato.

Nel pomeriggio di quel giorno, guidate dall’assistente, ci eravamo incamminate, come al solito, verso la spiaggia: due per due: tutte silenziose, tutte linde, tutte savie.

Ad un tratto, da un edificio pubblico, vediamo sventolare una bandiera a lutto… poi un’altra… poi un’altra ancora.

Qualcuno guarda… qualcuno parla… qualcuno si ferma.

L’assistente si turba, ci fa sostare, poi comanda il dietro-front.

Che cosa è? Che cosa non è?

Una frase passa di bocca in bocca.

Il re è stato ucciso a Monza.

Io sollevai di scatto il visetto pallido e triste. Ecco… io sapevo benissimo cosa significasse la parola… ucciso.

Tutto quanto avevo sofferto di recente, si riaprì improvvisamente con uno strappo violento, che lacerò i pochi punti dati alla rinfusa, senza dolce cura di mano materna, alla larga e profonda ferita, che non ha trovato più quiete.

Sì, io ben sapevo che cosa significasse quella parola.

Un padre giovane e forte, che esce di casa empiendo l’aria di canti, e alla sera gli amici te lo riportano sulle braccia, con gli occhi spenti e con il petto dissanguato8.

Così, tra i muri del collegio, accompagnata da pianti, disperazioni e preghiere, penetra la notizia che il re d’Italia, Umberto I, è stato ucciso e le suore obbligano tutte le collegiali a pregare per il re.

Virgilia ha dodici anni, sa che chi uccide lo fa sempre per una «ragione» e una notte chiede spiegazioni alla suora, che però le risponde che Gaetano Bresci9 è un folle e un criminale. Capirà le «ragioni» del regicidio di Bresci quando leggerà la poesia di Ada Negri, Il regicida.

Nel 190910, conseguito il diploma di maestra, esce dal collegio. L’anno dopo si iscrive all’Università di Napoli, e – ottenuta la licenza per l’insegnamento – insegna, probabilmente nei paesi nei dintorni di Sulmona. È sempre Borghi a ricordare:

Era una creatura d’eccezione. Conosceva la gioia di fare il bene. Seguiva la voce del dovere a qualunque costo. […] Era cresciuta assetata di luce, di libertà, d’amore. Diplomata maestra completò i suoi studi nella Università di Napoli, e si dette all’insegnamento, maestrina del popolo. Povera buona maestrina, che era salita alla cattedra con ancora le trecce di fanciulla, e il cuore amareggiato nella rivolta e nel bisogno di giustizia. Visse a contatto con il popolo nella povertà della maestrina. Il terremoto di Avezzano, l’aveva lasciata in vita. Le era rimasto per tutta la vita l’orrore della sventura che piomba nella miseria e nell’abbandono. Aveva un’anima gentile e dava colore e vita di poesia e di pietà ad ogni cosa che le vivesse accanto. Spiritualmente era una lottatrice indomabile11.

L’esperienza del disastroso terremoto di Avezzano del gennaio 1915 la segna moltissimo. Di quei morti, per lo più poveri contadini analfabeti, la patria non si preoccupa minimamente, ma – come denunzierà la stessa D’Andrea – non li avrebbe dimenticati se fosse stato necessario chiamarli in combattimento per la guerra, fatta passare per una cruenta difesa della patria in pericolo12.

Nel 1917, alla guida delle donne socialiste abruzzesi, firma un appello per chiedere l’immediata cessazione della guerra e la proclamazione della pace. Nella cittadina abruzzese c’è un attivo circolo socialista fondato dai ferrovieri socialisti fin dal 189713.

La D’Andrea fa parte del gruppo socialista che collabora con l’avvocato Mario Trozzi ed è proprio grazie a Trozzi che, a Firenze, conosce l’anarchico Armando Borghi, segretario dell’Unione Sindacale Italiana, che è stato internato a L’Impruneta per la sua opposizione alla guerra. Tra gli internati c’è pure Trozzi14, che la D’Andrea – che insegna alle scuole elementari di Terni – era andata a trovare: nella stessa occasione conobbe Borghi, al quale è morta da poco la moglie e che, anni dopo, ricorderà:

Aveva le mie stesse opinioni [..] Ci intendemmo, e presto fummo marito e moglie. Amore «libero», dicono taluni, come se potesse esistere l’amore «schiavo». Restammo uniti quindici anni di lavoro, di lotte, di ansie, ostracismo, persecuzioni, carcerazioni, esilii, immutati e legati sempre l’uno all’altra dall’affetto e dalla stima. Quale contrasto col tipo della donna politica che avevo conosciuto nei miei più giovani anni: la Ryger! Virgilia mi era consigliera di bontà, di amicizia, di ottimismo, di fiducia; non mai sospettosa, insinuante o maligna. Virgilia duplicava il mio lavoro e viaggiava per me15.

Dopo aver conosciuto Borghi milita nel movimento anarchico, collabora a «Guerra di classe», l’organo dell’Unione Sindacale Italiana, fondato nel 1915 da Borghi a Bologna, dove la D’Andrea viene arrestata nel luglio del 191916. Quando viene minacciata dagli arditi, Armando Borghi ricorda:

In ogni occasione in cui bisognava dar la misura del proprio coraggio e della propria devozione all’Idea, la fede di Virgilia brillava.

A Bologna, è minacciata di morte dagli arditi. Li domina colla sua calma e col suo coraggio. Non comanda ancora Barabba e la questura s’incarica di interrogarla sull’accaduto.

Virgilia risponde: gli anarchici non hanno nulla da chiedere alla polizia, né denuncie da fare. Se occorre si difendono da sé17.

Nel marzo 1920 si trasferisce a Milano, città nella quale dal 26 febbraio esce – diretto da Errico Malatesta – il quotidiano anarchico «Umanità Nova», al quale la maestra abruzzese collabora, e con Malatesta tiene anche numerosi comizi e conferenze nelle officine e nelle piazze di Milano e d’ogni parte d’Italia. Ricorderà Borghi:

Essa per mesi e mesi è passata in Italia da una tribuna ad un’altra; da uno sciopero da un altro, in scorribande che andavano da Milano a Firenze, Ancona, Bari. Si badi: quando – lo ripeto – il comizio non era la tranquilla conferenza nella sala di oggi; ma era la manifestazione di piazza, con folla a migliaia e coll’eccidio all’ordine del giorno.

Venuto il fascismo…

Bisogna dire così: venuta l’ora in cui il fascismo divenne una forza aggressiva, con funzione specifica di domare i rossi, (questo sotto l’egida di Giolitti e più tardi di Giolitti Sforza) il pericolo andò sempre aumentando, per coloro che battevano la piazza come propagandisti, e Virgilia D’Andrea non ebbe un momento di sosta, e fino all’estate del 1922, vale a dire pochi mesi prima della marcia su Roma, Umanità Nova parlava dei giri di conferenze di Virgilia D’Andrea nelle Marche e nelle Romagne18.

Il 27 ottobre 1920 viene arrestata con l’accusa di cospirazione contro i poteri dello Stato, incitamento all’insurrezione, istigazione a delinquere, apologia di reato, associazione e complicità morale in atti terroristici commessi da terzi con esplosioni di bombe, ma il 30 novembre ottiene la libertà provvisoria ed è scarcerata. Porta avanti, quasi da sola e con pochi mezzi, la redazione di «Umanità Nova».

Nel 1922 le violenze fasciste rendono difficile la permanenza a Milano: la D’Andrea e Borghi non vengono accettati neanche negli alberghi, i cui gestori li pregano di andarsene perché la polizia non può «garantire»19. Virgilia chiede ed ottiene il passaporto per la Germania e il 22 dicembre 1922 parte per Berlino per partecipare al Congresso operaio sindacale internazionale. Sarà un viaggio senza ritorno: raminga per il mondo, tra ristrettezze economiche e persecuzioni. La coppia affida le proprie cose ad un paio di bauli, a loro volta affidati alla custodia del tipografo Zerboni, lo stesso che aveva stampato il suo libro di poesie e che sarà arrestato e i bauli verranno sequestrati. Poco dopo, il successivo mandato di cattura, spiccato dalla questura di Milano contro Borghi e la D’Andrea, li spinge a rimanere a Berlino.

Come abbiamo ricordato, il 27 febbraio 1923 Virgilia viene denunziata come autrice della raccolta di poesie «Tormento»; il rapporto offre una dettagliata e interessante descrizione della copertina:

Il libro ha la prammatica copertina rossa. In alto, in nero, la figura d’una donna alata, con disperata espressione di invocare dall’alto, verso cui vola, la liberazione dalle catene, cui è legata nei polsi, e che sono trattenute in una seconda vignetta, in fondo alla pagina, da mani artigliose di evidente marca borghese, e nell’intermezzo è semplicemente stampato Virgilia D’Andrea, Tormento.

Il libro è scritto in versi, ed i versi sono trasmodanti di felina bile contro l’Italia nei suoi poteri e nel suo assetto sociale: sono versi scritti pensatamente e con studio per istigare a delinquere, eccitare all’odio e vilipendere l’Esercito. A Berlino, Virgilia sta male, anche a causa della miseria e della denutrizione, che le provocano svenimenti20. Abbandonano la capitale tedesca e si stabiliscono ad Amsterdam, dove tengono comizi contro il fascismo italiano. Alla fine del 1924 si trasferiscono al Quartiere Latino di Parigi, città nella quale sono confluiti molti oppositori del regime fascista.

Nel 1925 si iscrive all’Università La Sorbona e pubblica L’ora di Maramaldo, che è un’aspra critica a Benito Mussolini, paragonato a un novello Maramaldo, l’uccisore di Francesco Ferrucci: il termine Maramaldo indica una persona vile e prepotente, che infierisce su chi non può difendersi. È proprio il caso dell’ex maestro di Predappio, divenuto duce d’Italia.

Nel maggio del 1926, a Parigi, fonda la rivista «Veglia», della quale, fino a dicembre del 1927, usciranno otto interessanti numeri.

Il 19 novembre 1928, ottenuto dal Console americano a Parigi un permesso di visitatrice temporanea, raggiunge New York, dove da clandestino l’ha preceduta Borghi. Pare invece che un compagno del New Jersey sia andato a Parigi a sposarla per permetterle raggiungere gli Stati Uniti d’America e di diventare cittadina americana21. In quell’occasione le autorità fasciste italiane comunicano alle autorità americane che la D’Andrea è una pericolosa propagandista sovversiva.

Le autorità fasciste avevano anche temuto che, profittando di un’ipotetica protezione del fratello fascista, col quale, invece – per motivi politici – non ha più rapporti, intenda ritornare in Italia e, in un rapporto del 30 ottobre 1928, segnalano:

Tra gli anarchici si parla con insistenza del ritorno in Italia della compagna di Borghi cioè Virgilia D’Andrea che è sorella al D’Andrea Ugo scrittore del Giornale d’Italia. La D’Andrea è pericolosissima e quindi non credo sia in condizioni di fare ritrattazioni o atti di pentimento. Essa se torna deve avere qualche mandato ed essendo scaltra ed audace ma furba è bene che Lei ne sia in guardia. Potrebbe anche darsi che gli anarchici conoscendo che la D’Andrea ha il fratello alto gerarca la mandino qui sicura di godere 1’impunità22.

Negli Stati Uniti d’America la «fragile maestrina» – come dirà di se stessa – tiene centinaia di conferenze caratterizzate da un lirismo appassionato e coinvolgente, nelle quali riesce a coniugare il passato con il presente, rievocando il pensiero e l’azione di Socrate, di Spartaco, di Giordano Bruno, di Carlo Pisacane, fino agli atti individuali di Gaetano Bresci e di Michele Schirru, che aveva conosciuto.

Ricorda il suo compagno:

In America Virgilia tenne, di città in città, fino alla California, conferenze, che non saranno dimenticate. Quel lavoro di propaganda le piaceva. Era amatissima da tutti i compagni. Ma le sue forze non l’aiutavano come avrebbe voluto. E l’inerzia dell’esilio e la impossibilità di afferrarsi a qualche attività propria nel vuoto americano, la facevano soffrire. Aveva bisogno di sentirsi utile a qualcuno, di soffrire magari dieci volte tanto, ma con un senso di qualcosa di utile.

Nel luglio 1932 Virgilia si trovava a Boston, e qui ricevette la notizia che Malatesta era morto.

[…] Conservo il telegramma, in cui Virgilia mi domandava se doveva venire a piangerlo con me. Fui io a recarmi da lei. E la trovai in un ospedale. La scossa le aveva procurato un’emorragia che rilevò l’urgenza di un intervento operatorio. Fu operata dalla figlia di Galleani, dottoressa in un ospedale di Boston.

Rimessasi (o almeno così pareva), fece ritorno a New York, e si pose al lavoro per il suo libro, Torce nella notte, raccolta di scritti suoi. Io la stimolavo a fare quel lavoro, sapendo quanto la sollevava.

Dopo molti alti e bassi, che la rendevano sempre più debole, nella primavera del 1933 ricadde di nuovo in tormenti atroci. Nessuno sospettava il male che la insidiava. Passava notti terribili. Vi erano momenti in cui temevo che perdesse la ragione, o che io stesso non avessi il coraggio di resistere a vederla tanto soffrire. Un compagno ci indicò uno specialista di gran fama e di favoloso onorario. Questi, visitatala, mi terrorizzò con un cenno furtivo del capo che non aveva bisogno di altra spiegazione. Lei non si accorse di niente, ma dovemmo persuaderla che occorreva un’altra operazione23.

I funerali si svolgono il 15 maggio; la commemora Osvaldo Maraviglia e Nino Crivello legge una poesia. Dopo che la bara «calò nella fossa fu ricoperta dai fiori rossi della fede». È sepolta nel cimitero di Astoria a New York24.

Diffusasi la notizia della sua morte alla redazione del settimanale anarchico «L’Adunata dei Refrattari» giungono centinaia di lettere di cordoglio25 e il suo ultimo libro viene recensito da quasi tutta la stampa anarchica in esilio.

Max Sartin, su «L’Adunata dei Refrattari» del 13 maggio 1933, pubblica un articolo preparato nei giorni precedenti:

In questo tempo in cui la stampa anarchica esibisce con tanta frequenza la prosa di gente che ha poco da dire e lo dice male, uno scritto di Virgilia d’Andrea fa sempre bene. Lo stile accurato, bello ed efficace, persuade o trascina: rappresenta uno sforzo onesto di non dissociare la grazia della forma dalla solidità del contenuto nella letteratura di propaganda anarchica, e continua le buone tradizioni lasciateci dal Gori, dal Galleani e – ad onta delle sue pretese avversioni per la «letteratura» – dallo stesso Malatesta che scriveva sempre con grande diligenza, in forma severa ma impeccabile.

Come già nell’Ora di Maramaldo, la compagna d’Andrea raccoglie in questo suo secondo volume di prosa: Torce nella notte scritti pubblicati sui giornali e periodici di parte nostra. I compagni li avranno letti in tutto o in parte, ma a rileggerli hanno tutto da guadagnare e ciò non soltanto per la bella forma che riveste le idee, i sentimenti e le ansie di un apostolato aspramente combattuto, ma anche perché in essi rivivono le fasi più tragiche della lotta sanguinosa a cui tutti abbiamo dedicato la nostra fede ed a cui abbiamo tutti affidate le nostre più tenaci speranze.

La notte è il tempo fosco di medioevali risurrezioni in cui viviamo, che sembra essere stato destinato, dall’ignavia degli uni e dalla barbarie degli altri, all’estinzione completa di quelle fiamme di libertà e di giustizia che brillarono in ogni periodo della storia sulle fronti più pure del genere umano, ed accesero, un giorno non lontano, nel cuore di tutti gli oppressi la speranza dell’ultima redenzione.

Le torce sono i roghi solitari dei martiri nostri che sulla via del progresso avvolta nelle tenebre, levarono le pietre miliari incandescenti del loro sacrificio: Ernesto Bonomini, Gino Lucetti, Anteo Zamboni, Sacco e Vanzetti, Di Giovanni e Scarfo, Sante Pollastro, Michele Schirru… tutti quanti negli anni più tristi della sconfitta, animati dalla volontà e dal coraggio di tenere alta la bandiera dell’ideale, lottarono eroicamente, caddero e morirono, senza cedere all’avversità del destino, all’insidia e alla ferocia del nemico, un palmo solo del loro terreno, un fremito solo della loro temerità.

Nella notte che si fa sempre più densa di tenebre, sempre più cupa di minacce, queste torce umane risplendono di luce perenne ad indicare alle moltitudini sperdute la via della luce e della redenzione. E su questa via che, ottenebrata e ignava, l’umanità sembra avere smarrita, l’autrice, dal corpo esile macerato dal male, dallo spirito vibrante di fede, procede gettando con mano sicura il seme dell’idea non come un imparaticcio, ma come una creazione personale del suo spirito che muta in canti, ora esultanti ora angosciati, le formule aride del pensiero o le aspri vicende della lotta, e conta le tappe del suo cammino attraverso i ricordi lontani dei precursori e degli apostoli non dimenticati: di Bresci, del martirio immeritato di Ottorino Manni, delle maliose promesse di Pietro Gori.

Mentre Torce nella notte viene alla luce, Virgilia d’Andrea che da molti mesi è dal male condannata all’inerzia, subisce una nuova sosta: una nuova grave operazione chirurgica l’inchioda a un letto d’ospedale; si direbbe che la notte in cui veglia il suo spirito abbia voluto incrudelire su di lei, rendendosi più cupa ancora di quel che le circostanze esterne non la facessero.

Che la primavera risplendente di sole, di fiori e di canti riporti nelle sue vene il flusso rigoglioso della vita e della salute; l’anarchismo non può dispensarsi dell’opera sua in quest’ora fosca, e l’alba non più lontana della risurrezione, deve trovare anche lei al suo posto di battaglia26.

Nel numero successivo, la redazione del settimanale anarchico sottolinea:

[…] Ma ella comprendeva ancora che l’azione sovversiva delle masse deve essere preparata, preceduta, propiziata dall’azione individuale delle minoranze consapevoli. Perciò se la sua lira vibrò di commossi accenti pei moti dell’epoca insurrezionale italiana, la sua mente comprese tutti i pionieri temerari della rivoluzione sociale, e la sua penna raggiunse forse il più alto grado della sua efficacia nella rivendicazione incondizionata del sacrificio e dell’abnegazione di quei solitari iconoclasti che, attaccando il nemico su tutte le sue fronti, nei rifugi meglio trincerati dietro il baluardo secolare dei pregiudizi e delle superstizioni, sobillavano diffidenze e maledizioni fin da questa parte della barricata. E Virgilia d’Andrea difese con appassionata eloquenza i condannati del Diana, Pollastro e Peotta, Di Giovanni e Scarfò, contro le distinzioni involute dei moralisti e dei timidi, accanto a Lucetti e Schirru, accanto a Sacco, a Vanzetti, a Sbardellotto. […]27.

In Brasile «L’Italia» di San Paolo annota:

[…] Aveva raccolto, dietro preghiera degli amici, i fiori e le saette della sua peregrinazione. Ne aveva curata l’edizione, presentandola ai lettori con poche parole: le ultime. Quelle del commiato. […]28.

Sempre su «L’Adunata dei Refrattari», Nino Napolitano scrive:

Torce nella notte

Fu Oscar Wilde a suggerire di debuttare nella repubblica delle lettere con un duello. Con uno scandalo insomma da rendere la popolarità.

Letterati e poeti sulla falsariga del suggerimento del Wilde hanno ricorso ad espedienti del genere, per richiamare l’attenzione su di essi. Ed a conferma potrei citare esempi su esempi sino a venire ai solleciti di processi per oltraggio al pudore, come si vuole nel caso del Notari.

Alcuni, i più originali, hanno pensato di meglio ricorrendo allo «snob» barricadiero per mettere un po’ di paura… letteraria a quella «borghesia degna di petrolio e di zolfanelli».

Ma poi, passato il quarto d’ora di snobismo e fattisi un po’ di largo in seno a quella società che volevano subissata a colpi di… versi, hanno relegato in soffitta petrolio e zolfanelli.

Noi, da parte nostra, abbiamo colato in bronzo l’ode ribelle, che spesso citiamo con rimpianto per l’autore.

Altro sono i poeti e scrittori nostri, che son nostri perché con noi hanno condiviso pane lotte ed ansie, fino all’ultimo fiato.

* * *

Virgilia D’Andrea, a parte ogni confronto da poeta a poeta, sta a paragone solo col nostro Pietro Gori per sentimento, abnegazione e sincerità di propositi.

Il sentito bisogno di glorificare tutto ciò che il suo sentimento riteneva degno d’immortalità portò la nostra Compagna a servirsi di quell’arte scultorea del poetare.

Le arrise lo scopo?

Queste righe non sono dedicate alla Sua poesia, ma bensì alle prose che Lei, gravemente inferma, raccolse sotto il titolo olocausto di «Torce nella notte».

In tutti i modi vi è una lirica della d’Andrea dedicata a Severino Di Giovanni e Paolino Scarfò, che da sola vale a darle un posto nel consesso parnasiano.

E qui va detto, che Virgilia, a contatto dell’elemento che ha incontrato all’estero, non si limita più alla giustificazione dell’atto individuale, come una conseguenza automatica di difesa contro l’ordine costituito, ma ora lo esalta quale sacrosanto diritto di attacco, d’offensiva, contro la proprietà ed il privilegio.

E «Torce nella notte» sono della sua prosa di esilio.

* * *

– Letteratura…

Sì. Ma letteratura intessuta su di una trama di cognizioni acquisite mediante lo studio dei nostri maggiori teorici; letteratura di ricercato stile formatosi attraverso una cultura regolare prima e autodidatta poi.

Dunque, letteratura di pensiero e di arte, che appaga tutti coloro che respingono le vane forme; mentre non c’è compagno, per quanto di limitata cultura, che gli scritti della d’Andrea non comprenda dalla prima all’ultima sillaba.

* * *

E le esigenze dell’arte in quella prosa sono rigorosamente rispettate, e l’immagine è chiara, perché i tocchi son dati da mano maestra.

Se deve la d’Andrea fare allusione alla tragedia che si abbatté nella sua famiglia rendendola orfana, basta che faccia dire al suo tutore, alludendo al padre:

«La morte gli è entrata in casa in figura d’amore».

E con questo tocco maestro spiega la vittima di una morbosa passione amorosa.

Si guarda dall’esagerare le situazioni, e se si ribella all’inganno della sua direttrice a proposito dell’attentato di Bresci lo fa rimanendo l’educanda ancora vincolata da pregiudizi, che si lascia condurre a pregare a cospetto del Cristo sacrificato in sulla croce mentre la sua immagine vede in confuso quel volto dell’altro cristo della barricata.

In «Pasqua di Resurrezione» non è una concione che fa alla piccola allieva che rimane presso di lei, perché sa che la maestra non è di quelle che va in processione: le parla in sogno di «Quando potremo liberamente volere, ed essere qualcuno, ed essere noi».

Ed ancora ne «La Rivolta della Terra» quando viene interrotta dalla guardia campestre, interrompe l’episodio con un trapasso degno di un abile musicista.

E ne «La Rivolta della Terra» per dare all’episodio portata verista ricorre non al realismo brutale dello Zola, ma al verismo neo-romantico del Verga, usando la lingua parlata del grande novelliere colla ripetizione della finale della proposizione, ch’è caratteristica dell’elemento campagnuolo del meridionale:

«Si andava a marito… si andava».

Voglio concludere col dire che la nostra cara Amica possedeva l’arte di farsi leggere; e si badi che non è pregio indifferente per la propaganda il fatto di saper attrarre la gran parte di coloro che svogliatamente si sottopongono allo stile pesante e prolisso, anche se la firma si raccomanda per serietà e importanza di argomenti.

* * *

Ma forse io scrivo di un libro già esaurito nella sua prima edizione, sicuro che i compagni non si saranno privati di acquistarne ognuno il suo esemplare gradito a loro, ed accessibile ed utile per una lettura in famiglia.

Buono incoraggiamento per gli editori, a raccogliere quello che della nostra rimane sparso in giornali e riviste29.

A Montevideo, Luigi Fabbri, su «Studi Sociali», scrive:

[…] La sua oratoria, la sua prosa e la sua poesia ricordavano in qualche modo quelle del nostro inobliabile Pietro Gori, per l’effetto che producevano, per quel loro parlare soprattutto ai cuori ed all’immaginazione, per il calore esuberante che ne sprigionava, per la straordinaria affettuosità di cui erano perfuse. Del resto Ella era originalissima, con un contenuto ed una forma tutti suoi personali. Il suo stile elegante e fiorito, e sempre animato da una profonda commozione interiore, era altresì espressione di un pensiero sempre presente, chiaro e preciso. Non aderendo ad alcuna tendenza determinata, tutte le abbracciava in un eclettismo intelligente, che le faceva evitare gli errori di tutte e utilizzare i lati migliori di ciascuna. […]30

L’anno dopo, in occasione del primo anniversario della sua morte, «L’Adunata dei Refrattari», tra l’altro, scrive:

[…] L’apostolato di Virgilia D’Andrea è stato breve, perché breve è stata la sua vita; ma è stato intenso. Vi ha portato il senso squisito di un’arte bellissima; il coraggio di tutte le temerità; la tenacia dell’eroismo; e un pensiero profondamente umano che tutto comprendeva e tutto abbelliva. […] La poesia di Virgilia D’Andrea, fosse scritta in versi o in prosa, era espressione di un pensiero vigoroso che non conosceva alla ragione e al sentimento altri limiti che quelli della vita.

Qualcuno ha potuto essere tratto in inganno dalla forma personale con cui ella si espresse sempre, e immaginare di scorgervi una punta di vanità artistica, moralmente perdonabile anche se esteticamente eccepibile. Coloro che l’hanno conosciuta intimamente, sanno che nulla è men vero. Virgilia aveva certo coscienza del suo valore e sapeva imporne il rispetto al mondo nemico, pel decoro dell’idea oltre che pel suo; ma tra anarchici era anarchica senza pose.

Mentre quella sua facoltà di vedere il mondo attraverso il prisma della sua coscienza – maturatasi alla scuola severa di esperienze tragiche e di studii scrupolosi – le permetteva di intonare sulla lira vibrante della sua anima anarchica, tutti i canti e tutti gli inni e tutti i pianti della vita e del divenire.

La grandezza dei poeti è appunto nella loro capacità di riflettere nel proprio spirito le bellezze e le perversità del mondo in cui vivono, onde proiettarle in raggi di luce e fasci d’ombre sugli uomini perché si esaltino o se ne emendino. Per questo i poeti degni del nome sono lo specchio del loro tempo e i «vati» dell’avvenire. […]

Questa grande facoltà di comprensione, che non s’impara nel catechismo arido delle formule, ma si acquista con l’emancipazione intima della coscienza dalla tirannia del vecchio iniquo mondo della frode e della superstizione; questa grande facoltà di comprensione che degli atti umani indaga le cause profonde e i motivi reconditi, oltre le apparenze superficiali immediate, Virgilia d’Andrea, come tutti i nostri grandi, da Eliseo Reclus a Luigi Galleani, possedeva in sommo grado. Meglio, forse, di Madame Sèvèrine, librata – molto in alto senza dubbio – nell’atmosfera di un rivoluzionarismo eclettico, ha ella continuata la tradizione anarchica di Luisa Michel.

Non v’è stata causa maledetta, nella storia di questi ultimi tre lustri, in favore della quale la sua voce non si sia levata con accenti di passione e di giustizia. […]31

Nel 1947 i compagni de «L’Adunata dei Refrattari» raccolgono in un opuscolo due sue conferenze32. Nel 1965 le benemerite Edizioni l’Antistato di Cesena, nel volume Richiamo all’anarchia, ripropongono, tra le tante tenute negli Stati Uniti d’America, una raccolta di otto sue coinvolgenti conferenze33. Nel 1976 la nostra casa editrice pubblica Tormento34, proponendosi di ripubblicare anche Torce nella notte, proposito che, purtroppo, viene realizzato dopo molti anni.

Della D’Andrea, nel 1988, parla Fiorenza Tarozzi nell’intervento al Convegno di studi su Armando Borghi nella storia del movimento operaio italiano e internazionale che si tiene a Castel Bolognese35 e nel 1993, in occasione del sessantesimo anniversario della scomparsa, la ricorda Robert D’Attilio36.

Solo recentemente Francesca Piccioli, una giovane e attenta studiosa abruzzese, ha ricostruito con passione la sua biografia umana e politica37.

Virgilia D’Andrea fu implacabile nella denuncia e nella lotta al fascismo.

«Torce nella notte» sono le fiaccole accese nel buio profondo della notte – che non può e non deve essere assolutamente infinita – della dittatura fascista per illuminare la via agli incerti e ai dubbiosi e il cammino degli uomini verso la libertà, l’emancipazione sociale, la fratellanza, la giustizia, la dignità, l’amore e la lotta. I sedici scritti che compongono «Torce nella notte» contengono la fiamma di un vibrante e appassionante ideale che può ancora riaccendere nuove speranze nella lotta e nella rivolta incessante e avvincente degli oppressi contro gli oppressori, degli uomini e delle donne contro la barbarie del totalitarismo mussoliniano e fascista, che rinnega e calpesta la storia civile dell’Italia e contro le oppressioni e le schiavitù odierne.

Esprime la sua grande e coinvolgente ammirazione per uomini che – come Gino Lucetti, Anteo Zamboni e Michele Schirru – nella lotta al mostro fascista, sacrificano la propria vita e la propria libertà per ridare all’Italia e agli italiani libertà e dignità civile. Ma ci parla anche di Gaetano Bresci, Pietro Gori, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, Sante Pollastro, Sergio Modugno, Ottorino Manni e idealmente di tanti altri compagni, incontrati nella lunga e interminabile battaglia e che sono anche loro delle torce nella notte dell’umanità in attesa di una nuova e perenne alba di libertà e di giustizia sociale per tutti gli uomini e per tutte le donne di ogni parte del mondo.

Casalvelino Scalo, settembre 2003

1 Virgilia D’Andrea, Tormento, Prefazione di Errico Malatesta, Tipografia Zerboni, Milano, 1922; 2a ed., La Fraternelle, Parigi, 1929; 3a ed., Galzerano Editore, Casalvelino Scalo, 1976.

2 Archivio Centrale dello Stato, Roma, Casellario Politico Centrale, busta 1607, fascicolo 3033: D’Andrea Virgilia.

Per tutte le successive notizie, delle quali non è indicata la fonte, si fa riferimento al citato fascicolo.

3 Una delle poche destinatarie fu Elena Melli, la compagna di Errico Malatesta, che in una lettera datata «Roma, 25 giugno 1933», diretta a Osvaldo Maraviglia, apprezzò il libro e manifestò meraviglia per il contenuto sfuggito alla censura fascista: «Mi è piaciuto molto ed è piaciuto anche alle persone cui l’ho dato a leggere. Certo è un po’ forte per qua, ma si vede che è sfuggito». Il frammento della lettera, conservata all’Internationaal Institute voor Sociale Geschiedenis di Amsterdam, è citata da Francesca Piccioli, Virgilia D’Andrea. Storia di un’anarchica, Centro Studi Camillo Di Sciullo, Chieti, 2002, pag. 39.

4 Ho ricevuto – insieme con altro prezioso materiale librario – una copia superstite dell’edizione originale del libro nel 1970 da Giuseppe Popolizio, un libraio anarchico originario di Irsina (Mt), stabilitosi negli Stati Uniti d’America, titolare di una libreria sociale a Rivesville.

5 Armando Borghi, Mezzo secolo d’anarchia, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1954 – ora ristampa anastatica, Edizioni della Rivista «Anarchismo», Catania, 1978, pag. 356.

6 Robert D’Attilio, Virgilia D’Andrea: maestra, poetessa, anarchica, «Bollettino Archivio G. Pinelli», Milano, febbraio 1994, n. 3, pag. 32-34; Paul Avrich, Valerio Isca, un anarchico senza etichette, «A. Rivista Anarchica», Milano, giugno 1999.

7 Armando Borghi, Mezzo secolo d’anarchia, op. cit., pag. 355-356.

8 Virgilia D’Andrea, Torce nella notte, New York, 1933, pag. 51-53.

9 Giuseppe Galzerano, Gaetano Bresci. Vita, attentato, processo, carcere e morte dell’anarchico che «giustiziò» Umberto I, Galzerano Editore, Casalvelino Scalo, 2001.

10 È l’anno dell’assassinio del pedagogista anarchico spagnolo, Francisco Ferrer, fucilato a Barcellona il 13 ottobre 1909.

11 Armando Borghi, Mezzo secolo d’anarchia, op. cit., pag. 173-174.

12 Virgilia D’Andrea, Torce nella notte, op. cit., pag. 26.

13 Uno dei primi sulmonesi ad iscriversi è Carlo Tresca, nato a Sulmona il 9 marzo 1879. Nel 1895 tenta invano di partecipare alla spedizione di Ricciotti Garibaldi per la libertà della Grecia. Nel 1897 aderisce al Partito Socialista Italiano. Organizza lo sciopero del 1 maggio 1900 e svolge un’intensa attività politica, promuovendo riunioni tra i braccianti. Nel 1903, sempre a Sulmona, dirige il periodico socialista «Il Germe». Nel 1904, per sfuggire al carcere, si rifugia prima in Svizzera e, poi, negli Stati Uniti d’America, dove dirige «Il Proletario», organo della Federazione Socialista Italiana di New York. Nel 1906 fonda «La Voce del Popolo», poi «La Plebe». Viene arrestato nel 1913 per aver partecipato allo sciopero dei minatori e condannato ad una lunga pena detentiva. In Italia sorgono comitati Pro-Tresca. Nel 1917 fonda «Il Martello», sul quale svolge un’intensa campagna contro l’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America e viene più volte denunziato e arrestato. Svolge anche un’intensa campagna antifascista. L’11 gennaio del 1943 viene misteriosamente assassinato in una strada di New York, cfr. Archivio Centrale dello Stato, Roma, Casellario Politico Centrale, busta 5208, fascicolo Tresca Carlo; Dore Gallagher, All the Right Enemies. The Life and Murder of Carlo Tresca, New Brunswick and London, Rutgers University Press, Princenton, 1988; Centro Servizi Culturali di Sulmona, Carlo Tresca. Vita e morte di un anarchico italiano in America, Casa Editrice Tinari, Villamagna, 1999.

14 Nato a Sulmona (Aq) il 12 agosto 1887. Il 30 agosto 1916 promuove un’agitazione a favore del concittadino Carlo Tresca, che era stato arrestato negli Stati Uniti d’America con la pesante imputazione di assassinio. Nel dicembre del 1917 e nel gennaio del 1918, con l’anarchico Armando Borghi, fa propaganda antimilitarista tra gli operai del polverificio militare di Carmignano, suscitando malcontento e minacce di sciopero contro la guerra. Nel 1919 è eletto deputato socialista nel collegio di L’Aquila, ed è rieletto nel 1921. Negli anni del fascismo, pur conservando le idee socialiste, non svolge attività politica, ma difende alcuni anarchici, come Paolo Schicchi, di fronte al Tribunale speciale per la Difesa dello Stato. Il 13 maggio 1932, colto da improvviso malore mentre si trova al cinema Bernini di Roma, muore. In occasione dell’arresto di Angelo Sbardellotto, avvenuto a Roma il 4 giugno 1932, con l’accusa di aver avuto intenzione di attentare alla vita di Mussolini, degli anarchici in esilio – ignorando la sua morte – avevano pensato di incaricarlo della difesa del giovane attentatore, cfr. Archivio Centrale dello Stato, Roma, Casellario Politico Centrale, busta 5231, fascicolo 45.412, Trozzi Mario e Giuseppe Galzerano, Angelo Sbardellotto. Vita, processo e morte dell’emigrante anarchico fucilato per l’«intenzione» di uccidere Mussolini, Galzerano Editore, Casalvelino Scalo, 2003, pag. 237-239.

15 Armando Borghi, Mezzo secolo d’anarchia, op. cit., pag. 174.

16 Armando Borghi, Mezzo secolo d’anarchia, op. cit., pag. 194.

17 Armando Borghi, Virgilia D’Andrea, «L’Adunata dei Refrattari», New York, 15 maggio 1943, poi «L’Aurora», Forlì, 15 maggio 1947, pag. 3.

18 Armando Borghi, Virgilia D’Andrea, «L’Adunata dei Refrattari», New York, 15 maggio 1943, poi «L’Aurora», Forlì, 15 maggio 1947, pag. 3.

19 Armando Borghi, Mezzo secolo d’anarchia, op. cit., pag. 299.

20 Armando Borghi, Mezzo secolo d’anarchia, op. cit., pag. 354.

21 Paul Avrich, Valerio Isca, un anarchico senza etichette, op. cit.

22 A proposito del fratello, quando nell’ospedale di New York le chiedono se devono informare i fratelli delle sue condizioni, risponde di no: «No, i miei fratelli sono i miei compagni!». L’Adunata dei Refrattari commenta: «I suoi fratelli appartenevano a quell’altro mondo, a quello da cui s’era congedata definitivamente, tanti anni fa, e non era più il suo. […] Ella sapeva che il nemico è uno su tutte le fronti del privilegio e del dominio, e col nemico ella non voleva transigere… neanche sul fronte famigliare; neanche in punto di morte», cfr. Virgilia D’Andrea, «L’Adunata dei Refrattari», New York, A. XII, n. 20, 20 maggio 1933, pag. 1.

Al rientro in Italia Borghi racconta: «Un’altra sorpresa fu quella di ricevere una lettera firmata da Ugo D’Andrea. Si tratta di uno dei fratelli della povera Virgilia. Lo avevo conosciuto a Roma nel 1919. Allora era un nazionalista dell’Idea Nazionale e solo più tardi passò dalla camicia azzurra a quella nera. Per questo tra lui e la sorella vi fu rottura completa. Egli era divenuto un giornalista del regime, aveva fatto fortuna alla sua maniera; si trovava tra gli epurati e non so se ora mentre scrivo, non si trovi tra gli epuratori. Non saprei dire se veramente ignorasse la fine della sorella. Mi dava il bentornato e mi domandava notizie di Virgilia, unendomi l’indirizzo e il numero del telefono per combinare un incontro. Non so cosa avrebbe fatto un altro nei miei panni e non so come il lettore vedrà la mia soluzione. Gli scrissi le informazioni riguardanti la fine della mia povera compagna; gli dissi che era morta nella sua fede e che lo aveva completamente dimenticato. Quanto a me, non avevo nessuna voglia di incontrarlo e lui doveva capirne le ragioni. Stranezze italiane ancora una volta: parlai di questo incidente con un amico antifascista che aveva conosciuto Virgilia e che conosceva il fratello. Egli mi disse che io avevo fatto male. Che Ugo D’Andrea era stato col fascismo, ma aveva anche fatto del bene agli antifascisti. Raccontai questo colloquio ad un’altra persona e questa mi disse: “Avrà fatto del bene a lui, perché in realtà ogni fascista, specie negli ultimi tempi, regalava qualche cicca di benessere per passare per un cane addomesticato”», cfr. Armando Borghi, Conferma anarchica (Due anni in Italia), Edizioni «L’Aurora», Forlì, 1949, pag. 158-159. Ancora Borghi ricorda: «Aveva rotto coi fratelli che in Italia erano capi nazionalisti passati al fascismo. Solamente con uno di essi aveva conservato amichevoli rapporti, e lui li aveva estesi a quel cognato che io non ero dal punto di vista della legge. A dire il vero quel suo fratello mi parve giovane di sentimenti buoni, per quanto voltati alla sua maniera», cfr. Armando Borghi, Mezzo secolo d’anarchia, op. cit., pag. 354.

23 Armando Borghi, Mezzo secolo d’anarchia, op. cit., pag. 354-355.

24 «L’Adunata dei Refrattari», New York, A. XII, n. 21, 27 maggio 1933, pag. 2.

25 Da Roma, Elena Melli, la compagna di Malatesta, il 25 giugno 1933 scrive ad Osvaldo Meraviglia: «Non puoi immaginare quanto male mi ha fatto la tristissima notizia arrivatami come un fulmine a ciel sereno. Sono rimasta come intontita, quasi incredula, non potevo crederci, poi, dopo averla letta e riletta mi è sembrato che un coltello acuminato mi penetrasse nel cuore a rimuginare dentro la ferita già aperta, sanguinante […] Ho pianto, ho imprecato contro il destino che tronca l’esistenza di una così giovane donna, piena di fede e avida di libertà e di amore: Errico qua in catene, Virgilia costà in esilio», citata da Francesca Piccioli, op. cit., pag. 40-41.

Alessandro Berkman da Nizza il 12 ottobre 1933 scrisse all’Adunata dei Refrattari: «Di lei posso dire per personale conoscenza, che era una delle più generose e nobili nature che sia stata mia fortuna di incontrare nei nostri ambienti. Ed è tanto modesta – forse troppo – delle sue facoltà intellettuali, che io spesso, mezzo scherzando, le dicevo che non si apprezzava abbastanza. Possa la sua memoria essere sempre verde nel cuore e nella mente dei compagni. Possano essi trarre inspirazione dalla sua abnegazione e dalla opera sua», cfr. La redazione, Due lettere, «L’Adunata dei Refrattari», New York, 12 maggio 1934, pag. 2.

Nell’altra lettera Eugenio Macchi, che pure l’aveva conosciuta, ricorda: «Mentre molti compagni si perdevano d’animo, essa sapeva sempre mantenere il suo sangue freddo affrontando la lotta con serenità e tenacia. D’altra parte, sapeva cattivarsi la simpatia di tutti i compagni senza distinzione di scuola e di tendenza. La D’Andrea possedeva una grande virtù che assai di rado si riscontra nella maggioranza dei compagni, quella di non negare mai la sua solidarietà a chicchesia, massime a quei compagni che, esacerbati dal dolore o travolti dall’impeto della ribellione, arrivano ad atti di violenza, individuale o collettiva», Ibidem.

26 M. S. [Max Sartin], Giornali-Riviste-Libri, «L’Adunata dei Refrattari», New York, 13 maggio 1933, pag. 6. È riprodotta la copertina del libro. Max Sartin è il pseudonimo usato da Raffaele Schiavina.

27 L’Adunata. Virgilia D’Andrea, «L’Adunata dei Refrattari», New York, A. XII, n. 20, 20 maggio 1933, pag. 1.

28 L’Italia, San Paolo, 1 luglio 1933. L’articolo, col titolo «L’opinione degli altri», è riportato da L’Adunata dei Refrattari, New York, A. XIII, 12 maggio 1934, pag. 2.

29 Nino Napolitano, Torce nella notte, «L’Adunata dei Refrattari», New York, 9 settembre 1933, pag. 6-7.

30 Luigi Fabbri, Virgilia D Andrea, «Studi Sociali», Montevideo, 10 settembre 1933, pag. 3-4.

Ringrazio sentitamente Francesca Piccioli – autrice della preziosa biografia, Virgilia D’Andrea. Storia di una donna anarchica, op. cit. – per la collaborazione offertami nella ricerca delle recensioni.

31 Coraggio, e viva l’anarchia!, «L’Adunata dei Refrattari», New York, vol. XIII, 12 maggio 1934, pag. 1-2. L’articolo riproduce il ritratto ad olio della D’Andrea di Felice Vezzani.

32 Virgilia D’Andrea, Due conferenze. Chi siamo e cosa vogliamo. Patria e religione, Biblioteca de «L’Adunata dei Refrattari», New York, 1947. L’opuscolo è stato riproposto dalle Edizioni Ipazia, Ragusa, 1986.

33 Virgilia D’Andrea, Richiamo all’anarchia, Prefazione di Alberto Moroni, Edizioni l’Antistato, Cesena, 1965.

34 Virgilia D’Andrea, Tormento, Introduzione di Giuseppe Galzerano, Prefazione di Errico Malatesta, Galzerano Editore, Casalvelino Scalo, 1976.

35 Fiorenza Tarozzi, Virgilia D’Andrea, la poetessa dell’anarchia, Castel Bolognese, 17-18 dicembre 1988 – ora in «Bollettino del Museo del Risorgimento», Bologna, A. XXXV, 1990, pag. 45-54.

36 Robert D’Attilio, Virgilia D’Andrea: maestra, poetessa, anarchica, op. cit.

37 Francesca Piccioli, Virgilia D’Andrea. Storia di un’anarchica, Centro Studi Camillo Di Sciullo, Chieti, 2002.