Recensione a G. Limone, Persona e Memoria. Oltre la maschera: il compito del pensare come diritto alla filosofia

COPERTINA

ISSN 2281-6569 SFI Sezione di Sulmona Giuseppe Capograssi [online]

di Olimpia Ammendola

 

“Persona e memoria” di Giuseppe Limone è un lavoro enorme che, a 360 gradi, attraversa sia le scienze dure che le scienze umane, riuscendo a costruire interrelazioni, connessioni laddove si sono sempre considerate separazioni e chiusure. Sappiamo bene che il progredire della conoscenza ha generato settorializzazioni che si sono alimentate narcisisticamente di se stesse. La navigazione di GIUSEPPE LIMONE attraversa in lunghezza e in larghezza, in profondità ed estensione non solo i grandi della filosofia da Platone a Sartre, ma produce collegamenti con la matematica, la fisica, le scienze umane, nonché la letteratura, l’arte e la poesia.

E proprio nell’ambito della fisica Giuseppe Limone sottolinea come il nuovo paradigma a parametri distribuiti apre delle nuove prospettive rispetto al valore della persona e al suo rapporto con l’insieme. Il vecchio paradigma a parametri concentrati considera l’insieme come una somma delle quantità che operano al suo interno per cui la singola unità è periferica e quindi non portatrice di un valore in quanto tale. Il paradigma a parametri distribuiti dà valore ad ogni singolo elemento, il quale può determinare un mutamento di rotta dell’insieme di cui fa parte. Questa nuova visione dei modelli fisico/matematici ha contribuito ad illuminare la nuova condizione dell’uomo che da periferica è divenuta centrale, con possibilità di determinare il corso dell’insieme di cui fa parte sia in senso positivo che negativo. E questo è avvenuto anche o forse soprattutto alla rivoluzione informatica che ha reso possibile un’interconnessione permanente tra le persone.

Ogni persona, questa è la novità del nuovo millennio, può mettere in crisi tutto il sistema determinandone la catastrofe o la salvezza. Pertanto la persona ha acquisito una centralità nuova, diversa da quella conosciuta sino ad ora.

Questa consapevolezza comporta la necessità di non poter più negare i beni minimi ad ogni singola persona e quindi l’impegno ad ingaggiare una nuova lotta per la persona e questo ci costringe anche a rimodulare il concetto di democrazia, nonché quello di rappresentanza e di delega.

Se ogni persona è centrale non è più possibile ritenere naturale l’esistenza degli ultimi come conseguenza di processi storici rispetto ai quali ci chiamiamo fuori. È indispensabile la cura di ogni persona, la sua formazione in quanto partecipe della vita della comunità.

Ma qui si incontra un altro paradosso dei tempi moderni. Se da un lato nel mondo contemporaneo ogni singola persona può fruire di possibilità inconcepibili sino ad ora grazie ai progressi della scienza, dall’altro lato abbiamo sin’ora esperito le grandi difficoltà di un governo comune, gli ostacoli che si frappongono ad una governance che ritiene la singola persona, il suo benessere, la sua dignità, la sua esistenza, l’unica cifra della propria legittimazione. Prendiamo atto invece, sempre di più che ogni singola persona esiste solo se il sistema ne dichiara l’esistenza, solo se le differenti strutture siano esse amministrative, economiche ecc. la riconoscono e le concedono la visibilità. Senza questa dichiarazione di esistenza, la persona è semplicemente un numero, una quantità indifferenziata, insieme ad altre consegnata nelle mani di un potere che ha la pretesa di ridurre l’esistenza al concetto che se ne ha.

Ma non è semplicemente reclamando il diritto di esistere o rivendicando una centralità che, ontologicamente, ci appartiene che risolviamo il problema. Non si tratta più dell’antica lotta tra il signore e il servo, non è più il conflitto tra classi sociali, tra stati canaglia e stati resi impoveriti dagli stessi. C’è una nuova dialettica tra l’io e il tu e il conflitto non si può risolvere più in un vincente e in un perdente anche perché tutti e ciascuno ha paura della morte, tutti e ciascuno ama, soffre ed è impegnato nel corso dell’esistenza a fare i conti con le proprie cicatrici. In questo mondo dove la ragione calcolante ha imposto il suo imperio, Achille e Priamo ci ricordano che ciascuno di noi sceglie un destino già segnato e che il destino, a sua volta, è ciò che è irreversibile e non ciò che è ineluttabile. La persona è memoria e la memoria non è un contenitore di ricordi ma ciò che siamo stati, ciò che siamo e che saremo. Perché anche il futuro è memoria se la persona riesce ad assumere la responsabilità della sua scelta e della comunità in cui vive.

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Recensione a La catastrofe come orizzonte del valore di Giuseppe Limone

ISSN 2281-6569 SFI Sezione di Sulmona Giuseppe Capograssi [online] – 10/2015

Monduzzi Editoriale, 2015, Euro 15,00

Monduzzi Editoriale, 2015, Euro 15,00

Se il diritto può nascere dopo la catastrofe1, i valori non possono che precederla. La catastrofe come orizzonte del valore2 non è solo il mero esercizio di rigore teoretico o l’esempio di pensiero cognitivista (o, come scrive l’autore, persino buonista) di chi intende dare una definizione dei valori. L’autore, col suo percorso, dimostra l’esistenza inconfutabile del sentimento di percettibilità dei valori che viene alla luce nei momenti di maggiore pericolo per la LebensformLe approssimazioni che Giuseppe Limone compie per arrivare al profondo della nozione di catastrofe valgono, per trasposizione, per la sua opera: così come il termine catastrofe può indicare – singolarmente o complessivamente – l’epocalità dell’evento, l’interruzione qualitativa della Forma di vita, l’identità data dalla sorte di un pericolo comune e, infine, il significato simbolico che cattura gli eventi di risonanza emozionale; così l’intero scritto tocca strati contigui appartenenti a diversi livelli ermeneutici. Il primo livello, definibile come storico-filosofico, che dall’età moderna arriva alla contemporaneità, ha come punto focale le diverse prospettive dalle quali origina il pensare sociale degli autori citati (non solo Jean-Jacques Rousseau, Antonio Rosmini e Simone Weil, ai quali sono dedicati interi paragrafi, ma anche Hobbes, Locke, Grozio, Feuerbach, Heidegger, Husserl, Sartre, Nussbaum, Bauman; solo per citarne alcuni). Il secondo livello, che espone alla luce le interruzioni della qualità della vita – ovvero le catastrofi – che hanno accompagnato l’umanità fin dall’acquisizione di un pensiero intelligente. Il terzo livello, portato alla luce con maggiore incisività nella parte finale del testo, illustrante il sentimento di pericolo comune generato da una errata percezione della responsabilità propria – e di tutti – che scaturisce dalla libertà. Il quarto livello – ovvero della sorte comune – in cui si dà realizzazione al titolo dell’opera, dimostrando la funzione assiologicamente positiva del male comune che si scatena nei confini identitari. Ma è con un ulteriore quinto passo che si rivela l’intento dell’autore: in questo spazio ermeneutico, il lettore non è solo un mero fruitore, è egli stesso il «vicario3» su cui si abbatte, per sostituzione simbolica, l’energia esortativa del testo. Solo in quest’ultimo punto profondo del pensiero di Limone, il lettore si accorge di essere al fianco dell’autore o, meglio ancora, di essere seduto sul medesimo ramo che qualcuno e qualcosa stanno segando. È proprio con quest’ultimo passo che si va ben oltre il cognitivismo e il noncognitivismo per approdare al falsificazionismo etico, il quale in modo apofatico dimostra l’esistenza dei valori e la loro percettibilità. Partendo proprio da quest’ultimo fronte, cioè da quello falsificazionista – che, tradotto in altri termini, equivale a dire: “io non so definire i valori, ma percepisco cosa non si deve fare per salvaguardare la Forma di vita alla quale appartengo” –, il problema che si apre è quello del coefficiente di percettibilità dei valori stessi. Esiste un pericolo concreto nel misconoscimento e Limone, fra le righe, avverte i suoi stessi detrattori: il lettore disattento alla sua stessa sorte, l’intellettuale che continua ad osservare l’Apocalisse in televisione pensando alla critica da muovere il giorno dopo a San Giovanni, l’accademico che chiede di essere valutato per il dove e non per il cosa abbia scritto, il burocrate che intende ridurre la persona a una mera pratica da sbrigare. Tutto si muove e si condensa alla scala dell’umano, del concreto, del reale. Nel mondo macchinico fotografato dall’autore – mondo dell’impersonale che obbliga a guardare alla terza persona il Tu e che ci seduce a chiedere di essere privati dell’umano – il Mickey Mouse di Benjamin4, dotato da noi stessi persino dell’a-temporalità e dell’a-spazialità, emblema della spersonalizzazione e della de-umanizzazione, ci accompagna sincronicamente nel presente e ci attende diacronicamente dal futuro passeggiando sul crinale che segna il punto di non ritorno oltre il quale la Forma di vita implode.

Pasquale Viola

1 Giuseppe Capograssi, Il diritto dopo la catastrofe, in Opere vol. V, Giuffré, Milano 1959.

2 Giuseppe Limone, La catastrofe come orizzonte del valore, Monduzzi Editoriale, Milano 2014.

3 Ivi, p. 99.

4 Walter Benjamin, Mickey Mouse, Il nuovo melangolo, Genova 2014.

RECENSIONE A LA CATASTROFE COME ORIZZONTE DEL VALORE (PDF)

Antonio Di Benedetto. Prima della parola (2000)

dibenedettoAntonio Di Benedetto. Prima della parola. L’ascolto psicoanalitico del non detto attraverso le forme dell’arte. Franco Angeli. Milano.

Frutto di decennali riflessioni, studi e seminari, questo importante testo riesce a fornire un panorama ampio e convincente della rete sonora che inizia nell’incontro tra prime comunicazioni tra madre e bambino e, per chi sa ascoltare, si fa suono, forma, contenitore di affetti e poi anche parola, movimenti affettivi, partecipazione corporea, creatività, psicoanalisi entrando a pieno diritto nei fondamentali meccanismi del pensiero. Inoltre, diversamente dalla mia aggrovigliata frase appena terminata, il libro di Di Benedetto riesce a esprimere tutto questo in una forma piacevolmente leggibile, spesso inattesa, dato che parlare del preverbale, del quasi indicibile, è un’impresa davvero ardua, ma, come si può constatare, possibile.

Il lettore è impegnato su più scacchiere, ma appunto, mentre in salotto o in tivù dà solo fastidio sentire parole affastellate da più persone come in una scatola di sardine maleducate, in musica è piacevole sentir cantare assieme più voci intonate e a tempo, che trasmettono più emozioni insieme.

Il libro considera in sintesi esauriente le posizioni della psicoanalisi classica sull’espressione artistica. Anzi di qui si avvia l’intero ragionamento di oltre duecento dense pagine. Ma il fuoco dell’interesse si porta subito su quanto il pensiero psicoanalitico può ricevere di utile dall’esperienza estetica e creativa.

Vedere la filosofia in una nuova chiave, come dice Susan Langer, o le figure in modo originale, o l’assieme di parole o suoni in nuove combinazioni, sono tutte manifestazioni della creatività della mente. Di Benedetto dimostra coi fatti a sua volta grande capacità creativa. Senza porsi fuori dal pensiero freudiano, ha prodotto un suo pensiero autonomo, portando così a compimento il progetto che espone nella prefazione in questi termini: (pag. 16) “…intendo proporre una rivalutazione delle radici poetiche della psicoanalisi….[con un] ribaltamento di prospettiva: da una psicoanalisi dell’arte a una psicoanalisi dall’arte. Da una scienza applicata all’arte a una scienza ispirata dall’arte.” Questo perché psicoanalisi ed arte sono parenti stretti (pag. 53) “Tanto che i tre linguaggi principali dell’attività artistica (visivo, musicale, verbale) corrispondono non a caso ai tre segni privilegiati della psicoanalisi: il sogno (immagine), il preverbale (suono), il discorso verbale (parola).”

Molte pagine sono dedicate al campo pre- e paraverbale e tutte le sue possibilità di comunicare affetti, in particolare con l’uso dell’area sensoriale acustica, dai primi fondamentali scambi sonori tra neonato e madre-ambiente, attraverso l’apprendimento del gioco sonoro e della sua bellezza, fino al suono organizzato in musica e, più ancora, al punto nodale del nostro lavoro in studio: come si può perfezionare l’ascolto dell’analista. (pag. 178) “L’ascolto psicoanalitico centrato su quanto viene musicalmente evocato dal discorso dell’analizzando, favorisce l’accesso, più che a un significato latente, a un linguaggio latente, ovvero a un’area di segni non ancora strutturati in linguaggio e tuttavia organizzati come in un messaggio musicale. Tale ascolto rinviene nella musicalità dei discorsi un insieme prerappresentativo che giace nell’inconscio in condizione di latenza verbale.” Il latente secondo questo ascolto è anche “uno stato che prelude alle verbalizzazioni, il precursore sonoro di un discorso futuro” (corsivi dell’a.).

La parola o altro segno che (pag. 59) “rappresenti emozioni o pensieri di uno nella mente dell’altro, ma anche evochi o inneschi un processo trasformativo” è elemento comune alla poesia, all’arte, alla psicoanalisi. D’altra parte (pag. 16) “L’opera d’arte è stimolo di conoscenza tramite la bellezza”, un tipo di conoscenza che ha “carattere anticipatorio, tale per cui fornisce visioni istantanee del mondo interno, che preludono a una più articolata e completa possibilità di pensarlo e verbalizzarlo.” L’esperienza estetica è una forma di insight. Non ho parole, ma sento, capisco e forse le troverò. Magari cantando. Mi ha spesso colpito il ripetersi di un curioso fatto transgenerazionale: più volte i figli di genitori linguisti come De Saussure, Fonagy, Semi, sono diventati psicoanalisti. Forse un tentativo di andare oltre (o tornare indietro a) i primi significati. Certo due modi di indagare quello che si dice (e si tace). Forse potersi ritrovare in quella particolare rêverie che può dar nascita alla parola poetica “una esitazione prolungata tra suono e senso” (P. Valery, cit. a pag. 61).

In ampi capitoli, per mostrare l’uso clinico e teorico dell’ascolto educato, oltre a alcuni sorprendenti esempi clinici chiarificanti, sono considerate opere come il Flauto Magico di Mozart, Sei personaggi in cerca d’autore ed Enrico IV di Pirandello, ma dando più spazio al suono e alla musica e senza cercare di interpretare le opere, ma cercando di ricavare dalle intuizioni geniali degli autori suggerimenti ed aiuto per il nostro lavoro di analisti in cerca di identità, criteri di orientamento e, perché no? Nuove e più chiare esperienze belle, che successivamente ripensate, permettano di pensare alla bellezza.

Ogni tanto si incontrano sintesi folgoranti, come questa (pag. 53) “…i tre linguaggi principali dell’attività artistica (visivo, musicale, verbale) corrispondono non a caso ai tre segni privilegiati della psicoanalisi: il sogno (immagine), il pre-verbale (suono), il discorso verbale (parola.).” O anche (pag. 138) “Il potere dell’arte è quello di organizzare l’esperienza estesica, la sensorialità, talora frammentaria, oscura ed inquietante, in esperienza estetica, ossia in percezioni ricche di emozione, che ti forniscono una prima luce, prelogica, su fatti psichici non decifrabili, di coniugare così il semplice piacere dei suoni con un piacere più alto che prelude alla conoscenza simbolica. E tutto questo con le modalità di un gioco.”

Questa può sembrare un’ipotesi (ma è anche una riflessione, perché gli atti spontanei vitali sono associati a sensazioni piacevoli) è la base su cui costruire le più sottili qualità delle relazioni interpersonali e in particolare di tecnica psicoanalitica (pag. 103): “esistono componenti non codificabili verbalmente in qualunque relazione interpersonale, che possono trovare posto in una sensibilità d’ascolto psicoanalitica, acuita dalla frequentazione di opere d’arte. L’arte ha di fatti il potere di rappresentare qualcosa di irrappresentabile ai più, creando nuove forme simboliche, idonee a significare ciò che altrimenti rimarrebbe confinato nell’ineffabile.” L’attenzione fluttuante va affinata in senso musicale per raccogliere le comunicazioni sonore ma non verbali che veicolano preziosi frammenti di non detto. E questo lavoro diventa meno faticoso se si è in grado di coglierne le parti ludiche. Il gioco di parole, che è poi la forma consapevole del lapsus, è molto usato da Di Benedetto e da altri analisti capaci di giocare; si pensi anche soltanto a Bion che ascolta e traduce “icecream-I scream”. Questa disponibilità al gioco con suoni-parole insieme all’attenzione alle espressioni corporee, sono modi per aiutare il paziente a sentirsi contenuto, ascoltato e compreso; ma aiutano anche l’analista a non essere troppo oppresso ed affaticato. “Un’attenzione siffatta, disposta ad accogliere tutti i segnali corporei, offre ai pazienti un involucro protopsichico di natura sensoriale, una forma preliminare di organizzazione psichica, fondata su un sentire prelinguistico, di natura sensorio-affettiva. Il paziente si sente contenuto quasi fisicamente” (pag. 185).

Il Flauto magico, assunto come opera e percorso esemplare, è visto da Di Benedetto come iniziazione all’insight estetico. I personaggi hanno storie preannunciate dalla musica, prima che i nostri sensi e il libretto ce ne rendano consapevoli. La musica ci aiuta a comprendere qualcosa di oscuro in noi stessi e a chiarire perfino differenti livelli di relazione amorosa (pag. 121-122): dalla forma più arcaica e narcisistica della Regina della Notte, all’amore oggettuale di Papageno, alla forma sentimentale di Tamino e Pamina, fino all’amore ideale di Sarastro. E per ogni forma d’amore ce n’è una di musicale e vocale, nel Singspiel come nello studio dell’analista. La musica, arte in movimento, nel tempo e nelle variazioni, si presta bene a descrivere le trasformazioni, i movimenti (le e-mozioni) e il brusco variare di stati d’animo, con una tensione etica verso il bene e l’ordine, o l’armonia. Così sembrano suggerire Mozart e Schikaneder. “Il flauto è magico, poiché ha il potere di sollevarti da una visione delle cose, imposta dogmaticamente o dispoticamente (la Regina della Notte), e di farti scorgere un orizzonte più vasto, dal quale si può guardare ai fatti dell’esistenza con ingenuità e spontanea naturalezza” (pag. 134)

Rileggendo queste poche pagine mi sono accorto che sono un collage di citazioni dal libro e che non mi è stato necessario aggiungere o chiarire quasi niente. Questo perché lo scritto di Di Benedetto è già chiaro e completo, anche se aperto a ulteriori ricerche.

(Alberto Schön) http://www.psicologi-psicoterapeuti.it/editoria/dibenedetto.html

Antonio Parrino. La lezione di Capograssi nella vita e nell’opera di Gabrio Lombardi (Aracne 2005)

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Il presente saggio vuole rappresentare un omaggio rivolto a Gabrio Lombardi, un illustre studioso deceduto a Roma il 4 aprile 1994 in un’infausta ricorrenza del Lunedì di Pasqua. Intellettuale attivo ed infaticabile, esponente dell’indirizzo cattolico, ha lasciato un ricordo indelebile in quanti hanno avuto modo di conoscere il suo fare signorile ed apprezzare la sua opera. Egli, dopo una vita trascorsa in maniera severa, dedicata ad approfondire gli studi con grandi sacrifici, ma intensamente vissuta, ci ha lasciato in eredità un ricco patrimonio culturale e spirituale. I libri che ha pubblicato sono davvero numerosi, spaziando da quelli di carattere prettamente storico a quelli più attuali di argomento sociale e civile.

ANTEPRIMA DEL LIBRO

 

Daniele Petrella. La «silenziosa esplosione del neokantismo». Emil Lask e la mediazione della fenomenologia di Husserl

Emil Lask (1875-1915)

Emil Lask (1875-1915)

La presente ricerca è uno studio del pensiero di Emil Lask lumeggiato a partire dalla filosofia storico-spirituale di Dilthey e dalla filosofia fenomenologica di Husserl. Attraverso un’analisi puntuale dei testi, la finalità del lavoro consiste nel documentare l’importanza dello storicismo diltheyano e della fenomenologia di Husserl nella presa di distanza che Lask consuma nei confronti della filosofia dei valori di Windelband e di Rickert. Gli esiti cui conduce l’autonoma rielaborazione da parte di Lask di alcuni nodi concettuali delle Ricerche logiche di Husserl assumono una veste aporetica. Da un lato, Lask problematizza in termini fenomenologici i presupposti concettuali della Scuola del Baden, dall’altro lato la critica radicale cui sottopone qualsivoglia teoria della soggettività di impronta costitutiva e trascendentale non gli consentirà di delineare una vera e propria pars construens circa la propria teoria della conoscenza e del giudizio.

 http://www.ibs.it/code/9788854851450/petrella-daniele/-laquo-silenziosa-esplosione-del-neokantismo-raquo.html

 

Giuseppe Capograssi, Pensieri a Giulia (1918-1924)

I Pensieri a Giulia sono stati pubblicati come opera postuma nel 1978-81 presso l’editore Giuffrè, che aveva in catalogo tutti i volumi editi e inediti dell’opera filosofica, a completamento delle Opere di filosofia giuridica. Capograssi infatti respira, per usare una nota metafora, con due polmoni: quello dello scienziato e quello dello scrittore.

I Pensieri a Giulia sono un grande diario, nel solco della tradizione diaristica tra Otto e Novecento. Gli autori amati e più spesso citati da Capograssi sono Agostino, Dante, Pascal, Leopardi, Amiel, Kierkegaard. La pagina di Capograssi regge il confronto con la pagina dello Zibaldone leopardiano. Quanto al contenuto, nei Pensieri si svolge da foglietto in foglietto il messaggio quotidiano di un uomo che celebra l’ordo amoris. C’è dello “stilnovo” in quest’opera che si distingue tra tanta letteratura d’amore moderna e contemporanea per una ricchezza, attinta anche al sentimento religioso.

“Ogni mattina, quando mi appresto a scriverti queste parole dell’alba, questi foglietti che sono divenuti una cara consuetudine, una cara effusione, io sento che con queste parole, a volte di fede, a volte di pensiero, a volte di amore – anzi meno spesso di amore – io ti dico, io ti do una parte di me stesso, la parte migliore di me, quella che sta alla cima…”

Scheda

Autore: Giuseppe Capograssi
Titolo: Pensieri a Giulia
Editore: Bompiani
Collana: Il Pensiero Occidentale
Anno pubblicazione: 2007
Prezzo: € 39,00
Pagine: 2304

Enrico Lucca, La scrittura in esilio. Ermeneutica e poetica in Edmond Jabès

Edmond Jabès (Il Cairo, 1912 – Parigi, 1991) è una figura assai singolare nel panorama della letteratura novecentesca. Poeta ebreo egiziano in esilio a Parigi, i suoi libri sfidano ogni tentativo di classificazione, rompendo con ogni distinzione di genere e costituendo un vero e proprio rompicapo ermeneutico. Per la loro peculiarità, a partire dagli anni Sessanta questi testi hanno destato sempre maggiore interesse, emergendo come protagonisti nel contesto dell’incontro tra filosofia e pensiero ebraico che ha segnato parte della riflessione francese del secondo Novecento. Al centro di questo libro sta il contributo che l’opera di Jabès offre per un’analisi che voglia comprendere la triplice relazione tra testo, autore e lettore. Tenendo come sfondo il tema dell’interpretazione, vengono enucleati anche altri importanti risvolti filosofici come il rapporto tra scrittura ed estraneità, la questione dell’alterità, l’interrogazione sull’identità ebraica e il legame, assai intricato, tra l’ermeneutica di Jabès e l’esegesi ebraica delle Scritture.