Mario Setta. Homo, elogio di Eva (2016)

14955982_1107910379326782_2745740502537004865_nDa secoli e millenni, secondo la cultura religiosa occidentale, Eva, la prima donna è responsabile d’una colpa, il peccato originale, che si tramanda di generazione in generazione. Una colpa che riguarda tutto il genere umano. La cattiva volontà espressa da Eva-Adamo resta in tutta la natura umana (“vitium naturae humanae”). Questo, quanto affermato dalla teologia.
Una simile interpretazione del mito della Genesi e del gesto di Eva non si regge su prove oggettive, ma su deduzioni fantasiose, su una cosiddetta “rivelazione” che poco ha a che fare col Dio-Amore e che appare come la più grande truffa ideologica, lasciataci in eredità. Eva non ha commesso un peccato, ma ha realizzato il primo impulso verso la conoscenza.  
Ha ragione Kant quando dice “sconveniente” l’idea che il male ci venga per eredità dai nostri progenitori. Anzi col gesto di Eva nasce la filosofia, l’amore del sapere. E Schelling scrive: “lo scopo ultimo della storia umana, tutta intera, è che tutte le realtà umane ritornino all’universale sovranità della ragione”. Una serie di posizioni in contrasto con la linea dogmatica delle chiese-istituzioni sta ora montando come un terremoto ideologico, che ribalta l’antica interpretazione per fare di Eva il modello dell’umanità, liberata dalle catene d’un Eden mai esistito. E’ stato Erich Fromm a dire: “l’atto di disobbedienza di Eva è l’inizio della storia umana, perché è l’inizio della libertà umana”. E con lui, Margherita Hack: “La colpa di Eva è stata quella di voler conoscere, sperimentare, indagare con le proprie forze le leggi che regolano l’universo, la terra, il proprio corpo, di rifiutare l’insegnamento calato dall’alto; in una parola Eva rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della fede”. E Paul Ricoeur: “Non si dirà mai abbastanza quanto male ha fatto alle anime, durante secoli di cristianesimo, l’interpretazione letterale della storia di Adamo”.

I quattro evangelisti non citano mai Eva, né parlano d’un peccato originale. Solo una volta viene citato Adamo in Luca 3.38: nella genealogia di Gesù che per ultimo risale ad Adamo, figlio di Dio.
La tematica del peccato originale si intravvede in vari passi delle lettere di S. Paolo (II Cor. 11.3; I Tim. 2.13; I Cor. 11, 7). Anche se il passo più significativo è nella lettera ai Romani (5,12). Ma è Agostino che svilupperà la concezione del peccato originale in maniera categorica tanto da diventare dogmatica, in quanto colpa non solo dei progenitori ma di tutto il genere umano, che solo il battesimo può eliminare. Per i bambini che muoiono senza battesimo c’è l’inferno, sia pure con una pena addolcita. Contro la tesi di Agostino si schierò il monaco della Britannia Pelagio e il suo discepolo Celestio. Nel 417 il papa Zosimo si dichiara favorevole alle tesi di Pelagio e Celestio, ma l’anno successivo, al concilio di Cartagine (418) che accoglie le tesi di Agostino, il papa ritratta, condividendo il documento antipelagiano.
Oggi, molti teologi, tra cui Domiciano Fernandez, ritengono che l’interpretazione agostiniana sia insostenibile dal punto di vista filologico ed esegetico; una ipoteca da cancellare proponendo un Cristianesimo ripulito del peccato originale. L’interpretazione agostiniana è rimasta sostanzialmente inchiodata, passata dal concilio di Cartagine a quello di Orange (589) fino al Concilio di Trento (17 giugno 1546); questione non affrontata nel Concilio Vaticano II, ma ribadita nella “Gaudium et Spes” (n.13).
Il caso più singolare di critica al peccato originale è quello di Teilhard De Chardin che lo affronta già nel 1920, tornandoci nel 1947 con uno scritto specifico, che fu subito censurato. E lo stesso Teilhard fu punito dalla sua comunità religiosa, i gesuiti, allontanato da Parigi e mandato in Cina. L’idea dogmatica del peccato originale sta alla base della struttura teologica, attraverso le tre tappe del processo naturale: – natura pura (in Paradiso); – natura decaduta (“lapsa”, dopo il peccato originale); – natura decaduta e riparata (“lapsa reparata”, con la salvezza operata dalla redenzione di Cristo). C’è una concezione pessimistica dell’Uomo alla base del “peccato originale”; espressione che oggi va sempre più trasformandosi in “peccato del mondo” (Ligier, Schoonenberg), secondo cui l’eredità del peccato non risale ad un’unica trasgressione, ma ad una massa indefinita di peccati, che interagiscono nel corso del tempo (cfr. André-Marie Dubarle, “Il peccato originale, prospettive teologiche”). In sintesi è la classica concezione dell’uomo “naturaliter” cattivo, a causa del male umano. Una concezione pessimistica e spregiativa, che permea da sempre la “weltanschauung” dell’uomo e del mondo.
Con questa visione si è creato un Cristianesimo imprigionato nelle strutture ecclesiastiche che offrono ai loro fedeli grazia e salvezza, tradendo in questo modo il messaggio universale di Cristo. Cristo si è rivolto agli uomini. Tutti, non ad alcuni soltanto. Il superamento dello scoglio del peccato originale minerebbe certamente la concezione della storia della salvezza, ma ridarebbe alla missione di Cristo il suo valore profondo e autentico: l’esemplarità umana. Cristo non è venuto per redimere da una colpa mai esistita, ma per elevare la natura umana al suo grado più alto. Cristo, modello universale di uomo.

Su queste linee di ricerca, in occasione del mio 80° compleanno, mi sono permesso di pubblicare un libro dal titolo “HOMO, Elogio di Eva”. Un libro poetico, leggibile in poco più di un’ora, “piccolo ma terribile, umano e solo umano” per le questioni che affronta. Una specie di manifesto per il riscatto di Eva, la prima donna. È un libro che lancia una rivoluzione culturale: Eva, la Donna per antonomasia, assunta come inizio e centro della storia umana. Un capovolgimento ideologico epocale. Dare la centralità a Eva-Adamo significa costruire l’Uomo senza specificazioni: non europei-asiatici-africani-americani-australiani, né ebrei-musulmani-cristiani-buddisti-shintoisti-ecc., ma semplicemente: UOMINI.

Raffaele Garofalo. Il pontificato di Francesco. Una normalità che fa clamore

papa

ISSN 2281-6569 SFI – Sezione di Sulmona Giuseppe Capograssi [online]

S. Freud e J. Lacan erano convinti assertori che le “rivoluzioni” sono portatrici di nuove idee ed entusiasmi, ma spesso finiscono per trascinare con sé disastrose “restaurazioni”. La Storia sembra dar loro ragione. I veri cambiamenti, si sostiene, sono frutto delle buone riforme. Subito dopo la prima intervista rilasciata a Scalfari da papa Francesco, il “vescovo di Roma” offriva spunti di riflessione davvero rivoluzionari sui quali successivamente è tornato nei numerosi interventi e documenti. Bergoglio “ha aperto il cuore anche a molti che pensavano di averlo chiuso a doppia mandata” alla Chiesa, scrivevo più di un anno fa. La fiducia in lui è venuta crescendo sempre più, ma si è anche affacciata, man mano, qualche perplessità riguardo al futuro della Chiesa che lui sta delineando.

IL PONTIFICATO DI FRANCESCO (PDF)

Quale Fede? Riflessioni in margine all’enciclica “Lumen Fidei”

di Mario Setta

ISSN  2281-6569
SFI, Sezione di Sulmona Giuseppe Capograssi
[online]

papaL’enciclica “Lumen Fidei”, firmata da due papi, è una novità nella storia della Chiesa, a causa della presenza di due pontefici, senza che vi sia in atto uno scisma. Benedetto XVI, papa Ratzinger, pubblica l’enciclica che aveva preparato da tempo, coinvolgendo anche papa Bergoglio, Francesco.

Ed è evidente dalla forma e dal contenuto, altamente teologici, che l’enciclica è sostanzialmente “farina” di papa Ratzinger, che conclude così la sua trattazione sulle tre virtù teologali: Carità, Speranza, Fede. Un’enciclica che si rivolge all’interno della Chiesa e che sottolinea un modello dogmatico e quindi statico di “Fede”. Il teologo Leonardo Boff, esponente di punta della teologia della liberazione, che in passato è incorso nei provvedimenti punitivi da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede (ex-S.Uffizio), ha scritto che “nell’enciclica si trova un gap doloroso che toglie molto del suo interesse: non affronta la crisi di fede dell’uomo di oggi, i loro dubbi, le loro domande, né la fede è in grado di rispondere…”.

Del concetto di “fede” già da tempo parecchi teologi hanno tentato di distinguerne due aspetti: la fede come elenco di verità dogmatiche (fides quae creditur), e la fede come tensione verso la Trascendenza (fides qua creditur). E’ chiaro che una Fede, senza aggettivi, come tensione verso la Trascendenza e l’Assoluto, presentandosi come una specie di imprinting (“dono gratuito dato a tutti gli uomini”) sarebbe aperta a tutte le religioni, a tutti gli uomini.

La “fede cristiana”, invece, apporta la specificità di Cristo, Parola (Logos) divenuta Carne Umana (sarx), per “redimere” l’umanità dalla condizione di peccato. “La fede sa che Dio si è fatto molto vicino a noi, che Cristo ci è stato dato come grande dono che ci trasforma interiormente, che abita in noi, e così ci dona la luce che illumina l’origine e la fine della vita, l’intero arco del cammino umano” (Lumen Fidei, 20)

Ciò che ci lega a Cristo è l’aspetto della “terrenità”. O, ancora di più, della comune umanità. Ed è per questo che Gesù non si definisce mai esplicitamente “Figlio di Dio”, ma ripetutamente “Figlio dell’Uomo”: 69 volte nei Vangeli sinottici e 13 volte nel vangelo di Giovanni.

Nel Nuovo Testamento la figura di Gesù viene descritta come “Figlio di Dio” per metterne in risalto la trascendenza, e “Figlio dell’Uomo” per caratterizzarne l’immanenza, la storicità. Su questi due volti di Cristo si è dipanata nei secoli la teologia in generale e quella cristologica in particolare. Nel periodo del post-concilio Vaticano Secondo, la nascita e affermazione della “teologia della liberazione” si è indirizzata a presentare il volto umano di Cristo.

La Parola di Dio è Gesù, il “servo di Yawé”, descritto ampiamente nel libro del profeta Isaia: “Proclamerà il diritto con fermezza, non si abbatterà finché non avrà stabilito il diritto sulla terra” (42, 3-4). Nel Vangelo di Giovanni la figura del “servo sofferente” è ricordata molto spesso. Per questo lo sforzo della teologia della liberazione, nata e sviluppatasi soprattutto in America Latina, dove la stragrande maggioranza di persone vive nella più terribile e disumana oppressione, è stato quello di annunciare Cristo crocifisso ad un “popolo crocifisso”. E proprio coloro che hanno annunciato e testimoniato questa “Fede” sono stati assassinati: padre Rutilio Grande assassinato il 12 marzo 1977, il vescovo Oscar Romero assassinato durante la Messa il 24 marzo 1980, padre Ignazio Ellacurìa, assassinato con altri confratelli all’Università di El Salvador il 16 novembre 1989.

Jon Sobrino, l’unico prete-gesuita rimasto incolume dalla strage di El Salvador, ha scritto su Gesù due volumi fondamentali, sottolineando:“Bisogna presentare Cristo nella sua capacità di umanizzazione, essere voce dei senza voce contro quelli che hanno troppa voce”.

Nel 2006 Sobrino ha ricevuto richiami da parte dell’ex-S. Uffizio, ma senza condanna ufficiale. Almeno, finora. Anzi, il nuovo presidente della Congregazione per la Dottrina della Fede, Mons. Gerhard Ludwig Müller, ha dichiarato: «Il movimento ecclesiale e teologico dell’America Latina, noto come “teologia della liberazione”, che dopo il Vaticano II ha trovato un’eco mondiale, è da annoverare, a mio giudizio, tra le correnti più significative della teologia cattolica del XX secolo”. Parole giunte, purtroppo, tardi. Ma parole che annunciano “la fine della guerra alla teologia della liberazione”, come è rimbalzato sulla stampa internazionale.

“Per me, – ha scritto Leonardo Boff, – la cosa più importante che si è detta di Gesù nel Nuovo testamento non è tanto che egli è figlio di Dio, Messia, ma che è passato per il mondo facendo il bene, guarendo alcuni e consolando altri. Quanto mi piacerebbe che si dicesse questo di tutti e anche di me”.

La Chiesa, oggi, si trova ad un punto cruciale: o la fine storica o germe d’una nuova umanità. Massimo Franco, giornalista di “Avvenire” ed oggi editorialista del “Corriere della Sera”, nel libro “La crisi dell’Impero Vaticano”, denso di fatti e riflessioni, riporta i dati del rapporto del National Intelligence Council, in cui si prefigura un “mondo post-occidentale”, col declino del Vaticano, dell’Unione Europea e degli USA.

Chissà che i numerosi e gravi scandali emersi in Vaticano non facilitino la “resurrezione” d’una Chiesa, svincolata dal Vaticano e dalle catene del potere politico-economico, proiettata verso la realizzazione del “nuovo cielo e nuova terra”, secondo l’immagine dell’Apocalisse.

La figura di Papa Francesco, col pastorale di legno in mano, che accoglie a Lampedusa i disgraziati del mondo, è l’emblema d’un pastore che conosce le pecore, le chiama una per una, cammina innanzi ad esse, è disposto ad offrire la vita per loro. Ma sa anche che ci sono altre pecore che non sono dell’ovile; anche queste devono ascoltare la voce di Cristo-Pastore Unico, perché si faccia un solo ovile e un solo pastore. Un ovile che ha nome “Umanità” e un Pastore “il Figlio dell’Uomo”. Un papa povero-cristo, fratello di tutti i poveri-cristi del mondo.