Benedetto Croce. Il discorso di Pescasseroli (1910)

Benedetto Croce (Pescasseroli, 25 febbraio 1866 – Napoli, 20 novembre 1952)

Benedetto Croce (Pescasseroli, 25 febbraio 1866 – Napoli, 20 novembre 1952)

Amici di Pescasseroli,

tornare al luogo dove si è nati, tra le accoglienze benevole e festose dei propri concittadini, dopo che si è percorso gran tratto della vita e l’uomo, molto o poco che sia, è quello che poteva essere e quale con tutti i suoi sforzi è riuscito a farsi, è un alto compiacimento e un grande premio, che io ora debbo a voi, amici di Pescasseroli. Ma, credetemi, questo compiacimento è stato in me come soverchiato dall’onda degli altri affetti, che mi si è agitata nell’animo. Quantunque io non abbia, prima di questi giorni, percorso materialmente la via che conduce a questo paese, l’ho percorsa infinite volte con la fantasia; e quantunque ora per la prima volta abbia contemplato la casa dei miei progenitori materni, la piazza, la chiesa, i ruderi del castello, li avevo già visti molte volte come in sogno. A me, fanciullo, i racconti di mia madre, nei quali appariva sempre una città biancheggiante di neve, quasi divisa dal mondo, e una vasta casa dove si stava intimamente raccolti intorno al lieto fuoco del camino; nei quali si narrava di uomini forti e austeri, di pastori, di innumeri greggi, e poi ancora (argomento prediletto alla curiosità del bambino) di soldati e di briganti, e meglio ancora di cacce e di orsi (poiché il bambino si interessa agli animali assai più vivamente che agli uomini), questi racconti, queste descrizioni, facevano di Pescasseroli per me come uno di quei paesi delle fiabe, che non si sa mai se siano o no esistiti. E un po’ paese di fiabe rimase per me, anche quando divenni adulto. Tanto, che se dovessi cercare la ragione profonda per la quale io, che pure sono andato in giro per molta parte del mondo, non mi ero ancora risoluto a venire a Pescasseroli, nonostante gli incitamenti dei miei affettuosi zii e i propositi ripetuti, mi accorgerei che c’era, in fondo al mio animo, il ritegno a realizzare il mondo del sogno, a sostituire immagini precise a quelle ondeggianti che erano nel mio cuore ricche di tanto significato, giacché facevano tutt’uno con l’immagine di mia madre.Ed eccomi ora qui, che ho toccato il fantasma del sogno, e mi trovo anche materialmente in mezzo a voi. E voi vorrete saperequale impressione io ora provi e se la realtà superi il sogno o se il sogno di prima superasse la realtà. Ed io vi risponderò che ancora una volta ho fatto l’esperienza, sopra me stesso, che il sogno è buono e la realtà è altrettanto (se pur diversamente) buona; che l’uomo è costituito di sogno e di realtà, di immaginazione e di azione, e l’una deve rafforzare l’altra e non sostituirsi all’altra, come suole negli spiriti, o grossolani, che non sognano mai, o fiacchi, che sognano sempre. Nell’entrare nel vostro e nel mio paese, quando ho scorto il popolo assiepato sulla via, in quei visi di uomini, di donne, di vecchi, di fanciulli, mi è parso ritrovare antiche conoscenze, come di fratelli e sorelle, da cui si sia vissuti lontano e nei quali pur si scorgono, al primo incontro, i tratti fraterni. E via via che stringevo le mani a ciascuno di voi, udivo nomi che mi erano familiari dall’infanzia, mi risorgevano innanzi figure simpatiche, ricordavo di aver conosciuto di qualcuno il padre, di altri lo zio, di altri il fratello, e qualcuno, perfino, ho ricordato di averlo visto, giovane, presso mio padre, e mi son compiaciuto di ritrovarlo, dopo tanti anni, non troppo diverso d’aspetto. La casa dei miei buoni cugini, che subito mi ha accolto, per quanto grande me la dilatasse la fantasia, non ha smentito l’iperbole fantastica; e ho calcato col piede nel salotto le pelli di quei neri animali che già avevo visti attraversare la bianchezza nevosa del paesaggio. Nel percorrere i libri allineati nella biblioteca di famiglia ho riconosciuto le legature di certe collezioni di racconti che avevano dilettato mia madre, e che ella si faceva mandare talvolta dal fratello per darli a leggere a me giovinetto. E tutto si è riempito per me di un nuovo e più saldo, se anche meno fantastico, sentimento di affetto. La vostra piccola città, se volete saperlo, mi è parsa più bella, più ampia, più gaia, e (perdonatemi) più civile di come io la vagheggiavo; e tutt’altro che divisa dal mondo, perché qui, come si sente dai vostri discorsi, voi vivete del tutto affiatati con la vita italiana e moderna; e, anzi, è evidente che Pescasseroli, nome noto a così pochi per il passato (quantunque sia segnato nella geografia che il savio arabo Edrisi scrisse per Ruggero re di Sicilia), che il nome di Pescasseroli diverrà, fra non molti anni, familiare a tutti, come sono familiari i nomi dei villaggetti svizzeri; perché qui converranno, e da Roma e da Napoli e da ogni parte, i villeggianti e gli escursionisti. Mi accorgo di parlarvi di sentimenti troppo personali e intimi, come accade a chi, tutto pieno della sua passione, crede che anche gli altri debbano prendervi interesse; sebbene io sia incoraggiato dal trovarmi circondato da persone, che per me non hanno visi di estranei. E perciò vi dirò anche che Pescasseroli non è stato soltanto, per lunghi anni, nel mio spirito, un semplice oggetto di fantasticherie. Ho vissuto la mia vita a Napoli, tra una popolazione intelligentissima, calda, cordiale, impulsiva: e di Napoli conosco ogni pietra e ogni ricordo; e il figliuolo dei monti ha ormai il bisogno irrefrenabile di dimorare nel cuore di quell’antica città,tra vecchi campanili, e muri di monasteri, e resti di edifizi medievali e greci; dove più se ne sente la ricca e ininterrotta tradizione storica. A Napoli ho svolto la mia attività di uomo di studio, tra compagni carissimi e giovani che mi si son fatti spontanei discepoli. Eppure io ho tenuto sempre viva la coscienza di qualcosa che nel mio temperamento non è napoletano. Quando l’acuta chiaroveggenza di quella popolazione si cangia in scetticismo e in gaia indifferenza, quando c’è bisogno non solo di intelligenza agile e di spirito versatile, ma di volontà ferma e di persistenza e resistenza, io mi son detto spesso a bassa voce, tra me e me, e qualche volta l’ho detto anche a voce alta: – Tu non sei napoletano, sei abruzzese! – e in questo ricordo ho trovato un po’ d’orgoglio e molta forza. Vedete dunque quanta gratitudine io debba provare verso questa terra e verso i miei maggiori! A questa gratitudine si aggiunge ora l’altra, che debbo a voi tutti.

Pescasseroli, 21 agosto 1910
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“Torniamo a Bomba!”

di Mario Setta

ISSN  2281-6569
SFI, Sezione di Sulmona Giuseppe Capograssi
[online]

“Torniamo a Bomba” è un’espressione divenuta luogo comune, per riprendere il discorso lasciato interrotto. Pare sia stata pronunciata da Silvio Spaventa, durante un suo intervento in Parlamento. C’è, anche, chi sostiene che esistesse già nel medioevo al gioco del nascondino. Ma “tornare a Bomba” è soprattutto un impegno a ricordare il passato, a riesaminare tempi e uomini che hanno segnato nel bene e nel male la storia.

Bomba (CH)

Bomba (CH)

Bomba è un piccolo paese in provincia di Chieti che ha dato i natali a due grandi personalità della filosofia e della politica: Bertrando e Silvio Spaventa. Grandi artefici del risorgimento italiano. Uomini che hanno sofferto persecuzione e prigionia, per affermare le loro idee di libertà. In un tempo in cui abruzzesi come i fratelli Spaventa, Ottavio Colecchi, Leopoldo Dorrucci, Panfilo Serafini, Angelo Camillo De Meis si ritrovano a combattere battaglie culturali e politiche a fianco di Luigi Settembrini, Pasquale Galluppi, Francesco De Sanctis, i fratelli Poerio, Antonio Ranieri amico di Leopardi, e tanti altri amici, costretti a subire ogni vessazione dai poteri politici ed ecclesiastici.
Angelo Camillo De Meis, “filantropo generoso e sprezzantissimo del denaro”, chiamato “l’angelo dell’emigrazione”, aiutava quelli che chiamava “poveri esuli, che vivono giorno per giorno e se arrivano a campar oggi, non sanno sempre come si farà a campar domani”. “Senza una rivoluzione ideale, sarà impossibile una rivoluzione politica” scriveva Bertrando Spaventa, fratello maggiore di Silvio. Bertrando, abbandonato il sacerdozio, si occuperà di filosofia, apportando in Italia il pensiero filosofico di Hegel, soprattutto in riferimento allo Stato. In polemica con la rivista “La Civiltà Cattolica” dei gesuiti, che aveva tacciato Cesare Beccaria come “uomo d’una superficialità burbanzosa”, Bertrando Spaventa li accusa di misconoscere che altri gesuiti delle origini della Compagnia (Lainez e Bellarmino) avessero sostenuto come il vero sovrano fosse il popolo e tale sovranità popolare un diritto inalienabile.

Silvio Spaventa

Silvio Spaventa

Non solo. Ma Bertrando denuncia apertamente come la mentalità servile degli italiani, causa principale del male nazionale, dipendesse dal predominio della chiesa cattolica e del suo potere temporale. Per rigenerare la purezza del sentimento religioso sarebbe stato necessario che lo Stato riconoscesse la libertà dei vari culti e la netta separazione tra spirituale e temporale.  Problema, affrontato anche da Panfilo Serafini, coetaneo di Bertrando, nel libro “Sulla caduta della teocrazia romana”, definita “opera infernale” nella sentenza del 21 marzo 1854 che lo condannava “a venti anni di ferri”. Gioberti, che aveva proposto un ritorno al primato del pontefice con la teorizzazione del neo-guelfismo, veniva criticato aspramente da Bertrando, che scrivendo al fratello Silvio, dice: “Non mi è mai piaciuto, ma ora mi sembra un fanfarone… Una chiacchiera perpetua, un dommatismo perpetuo, una fantasticheria perpetua. Povero paese nostro!”
Sia Bertrando che Silvio, fautori dell’unità italiana, parteciperanno attivamente alla costruzione della nazione, anche se i risultati saranno piuttosto deludenti. Ma le idee sulle quali fondano il loro operato sono chiarissime: “Noi italiani abbiamo bisogno di libertà interiore, morale, religiosa, scientifica, filosofica, per poter essere liberi politicamente, esteriormente, all’aria aperta…”.

Bertrando Spaventa

Bertrando Spaventa

L’eredità culturale passerà a Benedetto Croce, nipote dei fratelli Spaventa, salvatosi miracolosamente nel terremoto di Casamicciola. La cura delle opere filosofiche di Bertrando venne affidata da Silvio a Donato Jaia e da questi all’allievo Giovanni Gentile. Sia Croce che Gentile rappresenteranno, dialetticamente, la linea di continuità d’un liberalismo culturale e politico che doveva essere “una conquista delle coscienze di tutti i cittadini” (Fernanda Gallo, “Dalla patria allo Stato”, Laterza 2012). I cittadini del piccolo paese si fregiarono d’aver dato i natali ai due fratelli, ma misconobbero Bertrando come “anima dannata”, perché aveva abbandonato il sacerdozio. In paese, la memoria di Silvio fu molto più celebrata di quella di Bertrando perché “era naturale essere fiero di un illustre statista, ma più arduo appropriarsi i meriti di un filosofo e superare la circostanza che egli fosse un sacerdote che aveva lasciato l’abito” (Elena Croce). Bertrando e Silvio non tornarono a Bomba. Ma, oggi, in quest’Italia post-fascista, post-democristiana, post-berlusconiana, nel vuoto politico, nel disastro economico e nella catastrofe del concetto di libertà, tornare a quei princìpi e all’esempio di quegli uomini è un fondamentale obbligo morale.