Ernst Cassirer. In difesa del diritto naturale (1932)

 

Ernst Cassirer (Breslavia 1874 - New York 1945)

Ernst Cassirer (Breslavia 1874 – New York 1945)

Una polemica esplicita contro chi, come Kelsen, nella Germania del 1932 continuava a sostenere che la purezza formale del diritto impedisse, pure in presenza di una sistematica violazione della legalità, di fare appello alle ragioni del diritto naturale.

2001-Bolaffi-Cassirer

Annunci

Ernst Cassirer. Filosofia delle forme simboliche

Ernst Cassirer (Breslavia 1874 - New York 1945)

Ernst Cassirer (Breslavia 1874 – New York 1945)

Lo studio delle strutture fondamentali della conoscenza ha caratterizzato tutta la ricerca teoretica di Cassirer. Nell’imponente opera qui presentata il campo delle sue riflessioni si sposta dal mondo della scienza a quello dell’uomo. Cassirer concepisce anche il mito, il linguaggio, la religione, l’arte come forme simboliche per mezzo delle quali lo spirito dà un senso al reale. Un’opera, che, mostrando la moltitudine di possibilità e i limiti della conoscenza e rifiutando ogni forma di dogmatismo acritico, incarna la crisi delle certezze che permea lo spirito del XX secolo.

http://idd.bookzz.org/s/?q=cassirer+forme+it&yearFrom=&yearTo=&language=&extension=&t=0

Vita e tempo nell’ultimo Capograssi. Prime osservazioni e note

capograssi-giuseppe02-2-f7ba4ISSN 2281-6569, SFI Sezione di Sulmona Giuseppe Capograssi [online]

di Silvio Cappelli

Parlare di Capograssi non è per me cosa ovvia e scontata. Non sono uno studioso, né tanto meno un esperto del suo pensiero, non appartengo insomma alla “scuola” capograssiana, se per “scuola” si intende quel particolare circolo ermeneutico che è andato via via definendosi nel corso dei decenni nei vari atenei italiani in cui il nostro ha preso servizio in tanti anni di onorata e stimata carriera universitaria2. Non sono appunto uno studioso, ma un semplice lettore di Capograssi. E ciò lo devo al prof. Mercadante – a cui va il mio personale ringraziamento per l’onore concessomi partecipando a questo ciclo di incontri –, che conobbi a Sulmona qualche anno fa, nel 2007 per la precisione, in occasione di una delle ultime edizioni del “Premio” omonimo. Le parole, le uniche, che il prof. Mercadante mi disse furono le seguenti, semplici ed immediate: «Legga Capograssi!». Da allora non c’è stato periodo in cui la lettura di Capograssi non abbia accompagnato il mio percorso scientifico, in gran parte occupato dal confronto coi classici dell’idealismo tedesco e della prima metà del XX secolo e, nell’ultimo triennio di dottorato, dal dibattito filosofico negli anni della Repubblica di Weimar. È dunque da lettore “disinteressato” di Capograssi, a cui mi lega anche la comune origine peligna, che cominciai questa lunga, continua, mai interrotta conversazione con un pensatore che nel giro di poche pagine, attraverso quella sua modalità di scrittura che è ad un tempo essenziale e coinvolgente, attraverso quella sua capacità di analisi così profonda e acuta che mai ho avuto modo di incontrare in altri pensatori, aveva destrutturato il normale approccio alle cose e ai problemi stessi della filosofia.

Vita e tempo nell’ultimo Capograssi. Prime osservazioni e note (PDF)

John Stuart Mill. Saggio sulla libertà (1859)

John Stuart Mill (Pentonville, 20 maggio 1806 – Avignone, 8 maggio 1873)

John Stuart Mill (Pentonville, 20 maggio 1806 – Avignone, 8 maggio 1873)

Scopo di questo saggio è formulare un principio molto semplice, che determini in assoluto i rapporti di coartazione e controllo tra società e individuo, sia che li si eserciti mediante la forza fisica, sotto forma di pene legali, sia mediante la coazione morale dell’opinione pubblica. Il principio è che l’umanità è giustificata, individualmente o collettivamente, a interferire sulla libertà d’azione di chiunque soltanto al fine di proteggersi: il solo scopo per cui si può legittimamente esercitare un potere su qualunque membro di una comunità civilizzata, contro la sua volontà, è per evitare danno agli altri. Il bene dell’individuo, sia esso fisico o morale, non è una giustificazione sufficiente. Non lo si può costringere a fare o non fare qualcosa perché è meglio per lui, perché lo renderà più felice, perché, nell’opinione altrui, è opportuno o perfino giusto: questi sono buoni motivi per discutere, protestare, persuaderlo o supplicarlo, ma non per costringerlo o per punirlo in alcun modo nel caso si comporti diversamente. Perché la costrizione o la punizione siano giustificate, l’azione da cui si desidera distoglierlo deve essere intesa a causare danno a qualcun altro. Il solo aspetto della propria condotta di cui ciascuno deve rendere conto alla società è quello riguardante gli altri: per l’aspetto che riguarda soltanto lui, la sua indipendenza è, di diritto, assoluta. Su se stesso, sulla sua mente e sul suo corpo, l’individuo è sovrano. È forse superfluo aggiungere che questa dottrina vale solo per esseri umani nella pienezza delle loro facoltà. Non stiamo parlando di bambini o di giovani che sono per legge ancora minori d’età. Coloro che ancora necessitano dell’assistenza altrui devono essere protetti dalle proprie azioni quanto dalle minacce esterne. Per la stessa ragione, possiamo tralasciare quelle società arretrate in cui la razza stessa può essere considerata minorenne. Le difficoltà che inizialmente si oppongono al progresso spontaneo sono così grandi che raramente si può scegliere tra diversi mezzi di superarle: e un governante animato da intenzioni progressiste è giustificato a impiegare ogni mezzo che permetta di conseguire un fine forse altrimenti impossibile. Il dispotismo è una forma legittima di governo quando si ha a che fare con barbari, purché il fine sia il loro progresso e i mezzi vengano giustificati dal suo reale conseguimento. La libertà, come principio, non è applicabile in alcuna situazione precedente il momento in cui gli uomini sono diventati capaci di migliorare attraverso la discussione libera e tra eguali.

Saggio sulla libertà (PDF)

Giacomo Leopardi. Operette morali (1832)

Giacomo Leopardi, al battesimo Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro Leopardi (Recanati, 29 giugno 1798 – Napoli, 14 giugno 1837)

Giacomo Leopardi, al battesimo Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro Leopardi (Recanati, 29 giugno 1798 – Napoli, 14 giugno 1837)

Narrasi che tutti gli uomini che da principio popolarono la terra, fossero creati per ogni dove a un medesimo tempo, e tutti bambini, e fossero nutricati dalle api, dalle capre e dalle colombe nel modo che i poeti favoleggiarono dell’educazione di Giove. E che la terra fosse molto più piccola che ora non è, quasi tutti i paesi piani, il cielo senza stelle, non fosse creato il mare, e apparisse nel mondo molto minore varietà e magnificenza che oggi non vi si scuopre. Ma nondimeno gli uomini compiacendosi insaziabilmente di riguardare e di considerare il cielo e la terra, maravigliandosene sopra modo e riputando l’uno e l’altra bellissimi e, non che vasti, ma infiniti, così di grandezza come di maestà e di leggiadria; pascendosi oltre a ciò di lietissime speranze, e traendo da ciascun sentimento della loro vita incredibili diletti, crescevano con molto contento, e con poco meno che opinione di felicità. Così consumata dolcissimamente la fanciullezza e la prima adolescenza, e venuti in età più ferma, incominciarono a provare alcuna mutazione. Perciocché le speranze, che eglino fino a quel tempo erano andati rimettendo di giorno in giorno, non si riducendo ancora ad effetto, parve loro che meritassero poca fede, e contentarsi di quello che presentemente godessero, senza promettersi verun accrescimento di bene, non pareva loro di potere, massimamente che l’aspetto delle cose naturali e ciascuna parte della vita giornaliera, o per l’assuefazione o per essere diminuita nei loro animi quella prima vivacità, non riusciva loro di gran lungo così dilettevole e grata come a principio.

Operette morali (PDF)

Cesare Beccaria. Dei delitti e delle pene (1764)

Cesare Bonesana-Beccarìa, marchese di Gualdrasco e di Villareggio (Milano, 15 marzo 1738 – Milano, 28 novembre 1794)

Cesare Bonesana-Beccarìa, marchese di Gualdrasco e di Villareggio (Milano, 15 marzo 1738 – Milano, 28 novembre 1794)

Alcuni avanzi di leggi di un antico popolo conquistatore fatte compilare da un principe che dodici secoli fa regnava in Costantinopoli, frammischiate poscia co’ riti longobardi, ed involte in farraginosi volumi di privati ed oscuri interpreti, formano quella tradizione di opinioni che da una gran parte dell’Europa ha tuttavia il nome di leggi; ed è cosa funesta quanto comune al dì d’oggi che una opinione di Carpzovio, un uso antico accennato da Claro, un tormento con iraconda compiacenza suggerito da Farinaccio sieno le leggi a cui con sicurezza obbediscono coloro che tremando dovrebbono reggere le vite e le fortune degli uomini. Queste leggi, che sono uno scolo de’ secoli i piú barbari, sono esaminate in questo libro per quella parte che risguarda il sistema criminale, e i disordini di quelle si osa esporli a’ direttori della pubblica felicità con uno stile che allontana il volgo non illuminato ed impaziente. Quella ingenua indagazione della verità, quella indipendenza delle opinioni volgari con cui è scritta quest’opera è un effetto del dolce e illuminato governo sotto cui vive l’autore. I grandi monarchi, i benefattori della umanità che ci reggono, amano le verità esposte dall’oscuro filosofo con un non fanatico vigore, detestato solamente da chi si avventa alla forza o alla industria, respinto dalla ragione; e i disordini presenti da chi ben n’esamina tutte le circostanze sono la satira e il rimprovero delle passate età, non già di questo secolo e de’ suoi legislatori. […]

Tre sono le sorgenti delle quali derivano i principii morali e politici regolatori degli uomini. La rivelazione, la legge naturale, le convenzioni fattizie della società. Non vi è paragone tra la prima e le altre per rapporto al principale di lei fine; ma si assomigliano in questo, che conducono tutte tre alla felicità di questa vita mortale. Il considerare i rapporti dell’ultima non è l’escludere i rapporti delle due prime; anzi siccome quelle, benché divine ed immutabili, furono per colpa degli uomini dalle false religioni e dalle arbitrarie nozioni di vizio e di virtú in mille modi nelle depravate menti loro alterate, cosí sembra necessario di esaminare separatamente da ogni altra considerazione ciò che nasca dalle pure convenzioni umane, o espresse, o supposte per la necessità ed utilità comune, idea in cui ogni setta ed ogni sistema di morale deve necessariamente convenire; e sarà sempre lodevole intrappresa quella che sforza anche i piú pervicaci ed increduli a conformarsi ai principii che spingon gli uomini a vivere in società.

Dei delitti e delle pene (PDF)