ROBERTO CAROCCI. Antonio Labriola nel socialismo romano di fine Ottocento. Attività, influenze, riflessioni

Antonio_Labriola

Antonio Labriola (1843-1904)

Società Filosofica Italiana Sezione di Sulmona Giuseppe Capograssi [online] ISSN 2281-6569

Antonio Labriola è stato tra i maggiori teorici del marxismo europeo di fine Ottocento del quale fu il primo, e per lungo tempo il solo, esponente italiano, segnando una distanza dal nascente e spesso indeterminato socialismo nostrano, che lo portò a considerarsi «un tedesco perduto in Italia» . Interprete di un marxismo inteso quale «dottrina unitaria», rispetto ai suoi coevi mostrava una profonda conoscenza della filosofia classica tedesca nonché un’«elasticità mentale e un senso della dialettica dei fatti assai maggiori» .

Antonio Labriola nel socialismo romano di fine Ottocento (PDF)

Elio Petri. La proprietà non è più un furto (1973)

L’opera fa parte della cosiddetta “trilogia della nevrosi”, un trio di film composto da Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (“nevrosi del potere”) e La classe operaia va in paradiso (“nevrosi del lavoro”), che si completa con un’analisi della “nevrosi del denaro”.

Il giovane bancario Total (Bucci), marxista-mandrakista e allergico al denaro, si licenzia e decide di colpire un ricco macellaio (Tognazzi), prototipo del ladrocinio organizzato, in quel che ha di più caro: la proprietà. Dopo avergli inutilmente spiegato che i ladri veri e i ladri del commercio sono i due pilastri su cui poggia l’umano consorzio e che abolirli vorrebbe dire l’anarchia, il macellaio lo strangola. Storia di una persecuzione e apologo grottesco in chiave espressionista-brechtiana “sulla nascita della disperazione in seno alla sinistra” (E. Petri), il film segna il passaggio del regista, autore della sceneggiatura con Ugo Pirro, a quella fase catastrofica, apocalittica e quaresimale che sarà accentuata in Todo modo (1976). “Sfocia in un nullismo che sfiora l’onda scettica di uno Swift senza concederci il bene di una breve sponda non bagnata, non inquinata da un senso di impotenza e di vuoto” (P. Bianchi). Troppo cupo, piuttosto isterico nella constatazione di un fallimento, privo di ironia e di gioia nel gusto della trasgressione. Notevoli la fotografia livida e deformante di Luigi Kuveiller e il concertato dagli interpreti.

 

Antonio Gramsci. I giorni del carcere (1977)

00094306Scritto da Lino Del Fra insieme alla compagna – di vita e artistica – Cecilia Mangini, questo Antonio Gramsci – I giorni del carcere è un bel ritratto dello scrittore e politico avverso al fascismo che pagò le sue idee con la vita negli anni ’30 del Novecento; un ritratto nobilitato (e al tempo stesso limitato) da un’accuratissima ricerca storica che mette in scena il Gramsci più vero: quello che scaturisce dalle sue stesse parole, dalle sue stesse riflessioni, vergate durante gli undici anni trascorsi in galera. E ciò può essere anche un limite, sì: nella misura in cui la fiction e la biografia non riescono a ibridarsi concretamente, ovvero ad assumere una forma compatta, dando vita a una ricostruzione appassionata (anche grazie alle interpretazioni, soprattutto di Cucciolla e Bonacelli), ma al tempo stesso freddamente documentaristica, nè carne e nè pesce, nè cinema e nè tv, nè un film ‘liberamente ispirato’ agli scritti gramsciani, nè un lavoro ‘alla Rossellini’, prettamente didattico e nullo dal punto di vista estetico (anche se è quest’ultima caratteristica che fra le due prevale). Del Fra non era affatto nuovo a questo genere di lavori: dell’epoca mussoliniana e dei suoi atroci delitti si era già occupato quindici anni esatti prima nell’interessante All’armi siam fascisti; qui il ritratto è orientato su un personaggio solo, ma comunque ben contestualizzato e soprattutto focalizzato su un personaggio interessante da molti punti di vista: scrittore, politico, uomo. Nel cast anche Luigi Pistilli, Mimsy Farmer, Pier Paolo Capponi, Jacques Herlin; del montaggio si occupa Silvano Agosti; nota finale: due ore e dieci minuti non sono effettivamente poche. 6/10.

Ernesto Screpanti. L’imperialismo globale e la grande crisi (2013)

Ernesto Screpanti (Roma, 1948) è un docente italiano, professore di Economia Politica all'Università degli Studi di Siena. È stato membro degli Steering Committees dell'EAEPE e dell'AISSEC. Ha svolto ricerca nell’ambito del programma scientifico “ripensare il marxismo”, lavorando da una parte al tentativo di adeguare l’analisi marxista alla realtà del capitalismo contemporaneo, dall’altra a quello di liberare Marx di ogni residuo di metafisica hegeliana, etica kantiana e determinismo economico.

Ernesto Screpanti (Roma, 1948) è un docente italiano, professore di Economia Politica all’Università degli Studi di Siena. È stato membro degli Steering Committees dell’EAEPE e dell’AISSEC. Ha svolto ricerca nell’ambito del programma scientifico “ripensare il marxismo”, lavorando da una parte al tentativo di adeguare l’analisi marxista alla realtà del capitalismo contemporaneo, dall’altra a quello di liberare Marx di ogni residuo di metafisica hegeliana, etica kantiana e determinismo economico.

La tesi centrale di questo libro è che con la globalizzazione contemporanea sta prendendo forma un tipo d’imperialismo che è fondamentalmente diverso da quello affermatosi nell’Ottocento e nel Novecento.

La novità più importante consiste nel fatto che le grandi imprese capitalistiche, diventando multinazionali, hanno rotto l’involucro spaziale entro cui si muovevano e di cui si servivano nell’epoca dei grandi imperi coloniali. Oggi il capitale si accumula su un mercato che è mondiale. Perciò ha un interesse predominante all’abbattimento di ogni barriera, di ogni remora, di ogni condizionamento politico che gli stati possono porre ai suoi movimenti. Mentre in passato il capitale monopolistico di ogni nazione traeva vantaggio dalla spinta statale all’espansione imperialista, in quanto vi vedeva un modo per estendere il proprio mercato, oggi i confini degli imperi nazionali sono visti come degli ostacoli all’espansione commerciale e all’accumulazione. E mentre in passato il capitale monopolistico aveva interesse all’innalzamento di barriere protezionistiche e all’attuazione di politiche mercantiliste, in quanto vi vedeva un modo per difendersi dalla concorrenza delle imprese di altre nazioni, oggi il capitale multinazionale vota per il libero scambio e la globalizzazione finanziaria. La nuova forma assunta dal dominio capitalistico sul mondo la chiamo “imperialismo globale”.

L’IMPERIALISMO GLOBALE E LA GRANDE CRISI (PDF)

Max Horkheimer – Theodor W. Adorno. Dialektik der Aufklärung (1947)

Horkheimer and Adorno

Horkheimer and Adorno

“Wir glauben, in diesen Fragmenten insofern zu solchem Verständnis beizutragen, als wir zeigen, daß die Ursache des Rückfalls von Aufklärung in Mythologie nicht so sehr bei den eigens zum Zweck des Rückfalls ersonnenen nationalistischen, heidnischen und sonstigen modernen Mythologien zu suchen ist, sondern bei der in Furcht vor der Wahrheit erstarrenden Aufklärung selbst. Beide Begriffe sind dabei nicht bloß als geistesgeschichtliche sondern real zu verstehen. Wie die Aufklärung die wirkliche Bewegung der bürgerlichen Gesellschaft als ganzer unter dem Aspekt ihrer in Personen und Institutionen verkörperten Idee ausdrückt, so heißt Wahrheit nicht bloß das vernünftige Bewußtsein, sondern ebensosehr dessen Gestalt in der Wirklichkeit. Die Angst des rechten Sohns moderner Zivilisation, von den Tatsachen abzugehen, die doch bei der Wahrnehmung schon durch die herrschenden Usancen in Wissenschaft, Geschäft und Politik klischeemäßig zugerichtet sind, ist unmittelbar dieselbe wie die Angst vor der gesellschaftlichen Abweichung. Durch jene Usancen wird auch der Begriff von Klarheit in Sprache und Denken definiert, dem Kunst, Literatur und Philosophie heute genügen sollen. Indem er das an den Tatsachen wie den herrschenden Denkformen negativ ansetzende Denken als dunkle Umständlichkeit, am liebsten als landesfremd, tabuiert, hält er den Geist in immer tieferer Blindheit gebannt. Es gehört zum heillosen Zustand, daß auch der ehrlichste Reformer, der in abgegriffener Sprache die Neuerung empfiehlt, durch Übernahme des eingeschliffenen Kategorienapparats und der dahinter stehenden schlechten Philosophie die Macht des Bestehenden verstärkt, die er brechen möchte. Die falsche Klarheit ist nur ein anderer Ausdruck für den Mythos. Er war immer dunkel und einleuchtend zugleich. Seit je hat er durch Vertrautheit und Enthebung von der Arbeit des Begriffs sich ausgewiesen” (Dialektik der Aufklärung).

Dialektik der Aufklärung. Philosophische Fragmente (PDF)