Luis Bunuel. La via lattea (1969)

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Jürgen Habermas. Il discorso filosofico della modernità (1985)

habermasIn Der philosophische Diskurs der Moderne (1985), Habermas individua in Hegel il primo che elevi a problema filosofico il processo di distacco della modernità dalle superstizioni normative del passato, anche se, va ricordato, nel precedente discorso francofortese Die Moderne – ein unvollendentes Project (1980), trovava spazio solo Kant, con la sua rivendicazione della peculiarità dell’estetico. Nel testo del 1985 [Il discorso della modernità, tr. it., Laterza, Roma-Bari 1987], invece, Habermas afferma che la critica alla tradizione, che va dalle esperienze del Rinascimento, della Riforma, della scienza moderna e dell’Illuminismo fino a Kant, giunge solo in Hegel a quel bisogno di autoaccertamento della modernità, che diventa il problema fondamentale della stessa filosofia hegeliana. Il principio dell’età moderna scoperto da Hegel è quello della libertà della soggettività, che si configura insieme come progresso, ma anche come spirito estraniato, per cui portare la modernità a concetto significa anche farne la critica. Fondamentale è il rapporto con la filosofia di Kant, e proprio esaminando dall’interno della filosofia di Hegel tale rapporto Habermas può affermare che la consapevolezza della modernità è di Hegel e non di Kant. Le connotazioni della soggettività sono per Hegel: l’individualismo, il diritto alla critica, l’autonomia dell’agire e infine la filosofia idealistica stessa. Gli eventi storici decisivi per l’attuazione del principio della soggettività a loro volta sono: la Riforma, l’Illuminismo e la Rivoluzione francese. Se ne ricava l’importanza per Hegel di analizzare il punto di approdo che è costituito dalla filosofia di Kant, giunta nell’elemento della autocomprensione, anche se in Kant tale operazione rimane come pura riflessione dell’io su se stesso. Habermas accetta sostanzialmente la critica di Hegel a Kant, quando afferma che è vero che Kant riesce a esprimere il mondo moderno in un sistema di idee, ma «ciò significa soltanto che nella filosofia di Kant si riflettono, come in uno specchio, i tratti essenziali dell’epoca, senza che egli abbia compreso la modernità come tale» [tr. it. cit., p.20]. Egli infatti accetta che scienza, morale e arte, che fino al termine del XVIII secolo si erano differenziate, rimangano da una parte separate tra loro, e, come unica sfera di sapere, restino distinte dalla sfera della fede e dei rapporti sociali giuridicamente organizzati. Kant cioè non avverte come scissioni le differenziazioni entro la ragione. «Perciò Kant ignora il bisogno che nasce con le separazioni strappate dal principio della soggettività. Questo bisogno si impone alla filosofia non appena la modernità si concepisce come un’epoca storica, ossia non appena essa diviene consapevole del suo distacco da passati esemplari e della necessità di attingere da se stessa tutto ciò che è normativo, come un problema storico. Allora infatti si pone il problema se il principio della soggettività e la struttura dell’autocoscienza ad essa immanente, siano sufficienti quale fonte di orientamenti normativi – se bastino non soltanto a ‘fondare’ scienza, morale ed arte in generale, bensì anche a render stabile una formazione storica che si è affrancata da tutti gli obblighi storici» [ivi, p.21]. Hegel quindi intende rispondere al bisogno di superare le scissioni con una critica all’idealismo soggettivo sia di Kant sia di Fichte tendente alla riconciliazione della modernità con se stessa.

http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/filosofiacritica/discorsofilosofico.pdf

Albert Camus. Lo straniero

thOggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.” Questo non dice nulla: è stato forse ieri. L’ospizio dei vecchi è a Marengo, a ottanta chilometri da Algeri. Prenderò l’autobus delle due e arriverò ancora nel pomeriggio. Così potrò vegliarla e essere di ritorno domani sera. Ho chiesto due giorni di libertà al principale e con una scusa simile non poteva dirmi di no. Ma non aveva l’aria contenta. Gli ho persino detto: “Non è colpa mia.” Lui non mi ha risposto. Allora ho pensato che non avrei dovuto dirglielo. Insomma, non avevo da scusarmi di nulla. Stava a lui, piuttosto, di farmi le condoglianze. Ma certo lo farà dopodomani, quando mi vedrà in lutto. Per adesso è un po’ come se la mamma non fosse morta; dopo il funerale, invece, sarà una faccenda esaurita e tutto avrà preso un andamento più ufficiale.

https://moodle2.units.it/pluginfile.php/29556/mod_resource/content/1/albert_camus_-_lo_straniero.pdf

La musica del disincanto. Abbado interprete di Mahler

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di Silvio Cappelli 

(pubblicato in «Prospettiva Persona», Rubbettino, ISBN
9788849843767)

Nella lunga e fitta galleria degli interpreti del grande compositore boemo di origini ebraiche, Gustav Mahler (1860-1911), la figura di Claudio Abbado rappresenta un punto di svolta decisivo.
Se infatti Bruno Walter (1876-1962), amico fraterno e stretto collaboratore dello stesso Mahler all’Opera di Amburgo e di Vienna tra il 1894 e il 1907, ha avuto il merito, nella prima metà del ventesimo secolo, di distruggere, attraverso le sue magistrali direzioni, le diffidenze “accademiche” verso l’opera mahleriana; se invece Leonard Bernstein (1918-1990) è stato l’indiscutibile protagonista della Mahler Reinassance degli anni ‘60 grazie soprattutto alla prima “epocale” registrazione dell’intero corpus sinfonico per la Cbs (1960-1967); è tuttavia solo con Claudio Abbado che la musica di Mahler si è affermata definitivamente non solo quale repertorio classico in tutti gli auditorium del mondo, ma anche e soprattutto quale strumento chiave per comprendere il nostro tempo.

La musica del disincanto

Lo straniero di Orson Welles (film)

Ritmo incalzante, splendido uso del chiaroscuro grazie alla fotografia di Russel Metty, duello recitativo di altissimo livello tra Edward G Robinson e lo stesso Welles. Interessanti i simbolismi: l’orologio del campanile, metafora di un tempo sospeso, quello della fuga del gerarca che tenta di rifarsi una vita; apparecchio che, non appena ricomincia a muoversi, segnerà l’ineluttabilità del destino di Charles “Franz Kindler”. Il buio ricorrente, simbolismo più scontato ma esteticamente bellissimo dell’ambiguità del protagonista, che nel momento della confessione avrà metà della faccia interamente nera. La provincia americana – viene in mente “Furia” di Fritz Lang – dove tutti sanno tutto di tutti ad eccezione dello “straniero”, richiamo alla paura del diverso, in questo caso stranamente non vittima di pregiudizio, poichè viene scoperto solo da un altro straniero, che fa aprire gli occhi a tutta la comunità. Ultimo ragionamento che emerge dalla pellicola, quello sulla famiglia americana, sulla fedeltà cieca della moglie innamorata, disposta a coprire l’assassino in tutto e per tutto, fino all’emergere, come dice E.G.Robinson, del subconscio.